Josyara: «Mansa Fúria»

di Pietro Scaramuzzo

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Josyara (foto di Natalia Arjones)
Josyara (foto di Natalia Arjones)

Josyara, giovane cantautrice di Bahia, ormai di stanza a San Paolo, è una delle voci più significative della nuova musica brasiliana.

Se esiste un centro gravitazionale attorno al quale ruota la musica brasiliana è sicuramente lo Stato di Bahia, nel nordest del Paese, che praticamente da sempre sforna una quantità di artisti sorprendenti, da Caymmi a Luedji Luna. A quelle latitudini, però, esistono altri piccoli centri il cui nome è entrato a far parte dela storia culturale del Brasile. Irará, per esempio, è la città che ha visto crescere Tom Zé, mentre il nome di Caetano Veloso è legato a Santo Amaro da Purificação. Juazeiro, infine, non può che rimandare al padre della bossa nova, João Gilberto. Dopo l’autoesilio di O Mito, però, la piccola città baiana è stata quasi dimenticata, almeno fino a ora. Da qualche settimana, infatti, la giovane Josyara, nata sotto lo stesso cielo di João, ha pubblicato il suo primo disco dal titolo «Mansa Fúria», che la critica nazionale ha accolto con entusiasmo. Il motivo è presto svelato. L’artista baiana, con il suo lavoro, ha rievocato il legame intimista tra chitarrista e chitarra che aveva reso celebre Gilberto e che tanto piace ai cultori della bossa nova, senza però rinunciare alle tentazioni offerte dalle nuove tecnologie musicali. A questo si aggiunge una poetica articolata ricca di messaggi pungenti, a volte politicizzati, che ben descrivono lo scenario socio politico brasiliano attuale.

Com’è nata l’artista Josyara?
Avevo undici anni quando ho scoperto che in cima al guardaroba di mio nonno era nascosta una chitarra. Da quel momento mi sono legata indissolubilmente allo strumento iniziando a studiare i primi accordi e a comporre le prime canzoni.

Sei di Juazeiro, città famosa per aver dato i natali a João Gilberto. In che modo questa terra influenza la tua musica?
I paesaggi e i sapori che hanno accompagnato la mia infanzia fanno parte di questo progetto di memorie. Sono andata via da Juazeiro quando avevo 15 anni per trasferirmi a Salvador, dove speravo di incontrare nuove ispirazioni musicali. Nonostante questo, le mie radici sono sempre rimaste ben presenti nel mio modo di parlare, di cantare e di suonare la chitarra. La bambina che è cresciuta nell’entroterra baiano è sempre presente sul palco e nelle mie composizioni.

Dall’entroterra baiano fino a San Paolo. Com’è stato per te l’incontro con questa metropoli brasiliana?
Il mio primo viaggio a San Paolo è durato appena tre giorni. Durante il viaggio, su quell’autobus, avevo la sensazione di trasformarmi insieme ai paesaggi. Sono rimasta incantata dalla grandezza, dalla quantità di informazioni, dall’intensità che la città offriva. In quel momento ho capito che avrei vissuto lì. Ora vivo a San Paolo da tre anni e questo, paradossalmente, mi ha permesso di osservare in modo più profondo la Bahia che mi ha creato. Mi sono ritrovata, all’improvviso, a sentire il bisogno di mostrare a voce alta le mie origini e di cercare una risposta alle mie domande. Tutto questo è il seme principale che ha ispirato il mio lavoro.

Josyara (foto di Natalia Arjones)
Josyara (foto di Natalia Arjones)

Trovo interessante che il titolo del tuo disco, «Mansa Fúria», sia un ossimoro. Qual è il significato?
In realtà il titolo del disco è, prima di tutto, quello di un brano che parla dei contrasti della vita, della luce e dell’ombra, dell’intensità dei sentimenti, dal dolore della perdita allo stupore dell’amore. È come un movimento d’acqua. Sono nata vicino ad un fiume ma mi sono innamorata del mare. Desidero la forza delle onde nella mia vita e la calma della lieve brezza.

La tua musica rappresenta un ritorno ad una dimensione intima con la chitarra che, nel panorama attuale, sembrava scomparsa. Come nascono i tuoi brani?
La chitarra è la voce principale in tutte le composizioni. Quando mi viene un’idea, corro a imbracciare la chitarra cercando di sviluppare sia la parte ritmica che quella armonica. Il testo è una conseguenza di questo processo ma non esiste una vera e propria regola. Mi è già successo di comporre un brano in un minuto o in diversi mesi. Cerco di rispettare molto il tempo che ogni ispirazione impiega a fiorire. Mi piace provare e vivere la musica, fino a quando sento che è pronta a essere condivisa.

Il tuo disco offre alcuni spunti di musica elettronica. In che modo sei riuscita a conciliare le tradizioni del recôncavo baiano con le nuove tecnologie?
Per gli arrangiamenti ho invitato Junix 11, che è il produttore musicale di questo lavoro. Abbiamo discusso molto sulla possibilità di mantenere intatto il nucleo voce e chitarra, così da creare un’atmosfera che desse maggior forza alle canzoni. Junix è stato fondamentale in questo processo, grazie al suo intervento amorevole e alla sua genialità musicale. Abbiamo pensato insieme ai musicisti che avrebbero potuto arricchire il disco, grazie alle loro peculiarità. Penso, per esempio, al fagotto di Uru Pereira che ha utilizzato effetti elettronici per armonizzare i brani Terra Sexa e Mansa Fúria, all’esecuzione impeccabile di Marcos Santos alla batteria e alle percussioni, ai flauti e ai pifferi di Rodrigo Sestrem. Tutto questo ha contribuito alla sonorità finale del disco.

Come sei arrivata al repertorio finale dell’album?
Alcune dei brani che trovi nel disco, facevano già parte del mio repertorio dal vivo. Sono brani che parlano del presente, del mio intimo, di tutto quello che, in un modo o nell’altro, ha tracciato il mio cammino. Ho inviato a Junix tutti i brani che avevo e, insieme, abbiamo selezionato la setlist. Abbiamo costruito la narrativa di questa mansa furia con attenzione, seguendo l’andirivieni delle onde.

Josyara: «Mansa Fúria»
Josyara «Mansa Fúria»

Il disco vanta la partecipazione di Luê. Com’è avvenuto questo incontro?
Con lei ho composto la canzone Nanã. Ci siamo conosciute a San Paolo e fin da subito abbiamo trovato delle affinità comuni, finendo così per diventare amiche. Ci trovavamo in una situazione simile: lontane dalla famiglia, in una metropoli e senza soldi. Il brano nasce da una ricerca volta a migliorare noi stesse, ad avere il coraggio di continuare il nostro lavoro in un Paese che vive una gigantesca crisi, soprattutto per quel che riguarda la cultura.

È molto interessante vedere come la musica brasiliana riesca a offrire ciò che la politica e la società non riescono a fare: uguaglianza, libertà, accettazione. Sarà la musica a salvare il Brasile?
Sicuramente la musica è una lingua che tutti comprendono, che stimola le emozioni della gente, influenzando, come già è successo, movimenti sociali. Ma non credo che esista semplicemente un eroe. Credo che questa evoluzione sociale si potrà realizzare grazie all’unione di diverse classi in favore della nostra maturazione politica.

Il pubblico italiano è da sempre innamorato della musica brasiliana ma molto spesso si limita ad ascoltare i grandi autori degli anni Sessanta e Settanta. Tu quali artisti suggerisci di ascoltare agli italiani?
Inizierei suggerendo i baiani che mi piacciono molto. Luedji Luna, Giovani Cidreira, Baiana System, Hiran, Illy. Per quel che riguarda la musica strumentale suggerirei Quartabê e Letieres Leite e Orquestra Rumpilezz. Ci sono poi compositrici e compositori di altre regioni che ammiro molto: Anelis Assumpção, Ava Rocha, Alessandra Leão, Aíla, Luê, Lucas Estrela, Chico Cesar. Sono tutti artisti che propongono una nuova estetica sonora e che affrontano temi rilevanti, ognuno con le sue particolarità, mostrando la diversità culturale del nostro Paese.

Cosa significa essere un’artista indipendente? Quali sono le difficoltà che bisogna affrontare?
L’indipendenza rende l’artista multifunzionale, dandogli la possibilità di assimilare il proprio lavoro, amministrare le proprie reti, vendere il proprio concerto, essere l’imprenditore di sé stesso. I problemi sorgono quando esiste una marcata disparità sociale. Nel mio caso, ho potuto registrare «Mansa Fúria» solo grazie all’appoggio del programma Natura Musical. Oggi ho la fortuna di avere una produzione che mi aiuta, rafforzando il mio lavoro, ma cerco di dare una direzione alle cose. Essere indipendente, pur con tanti problemi, mi dà la libertà di creare e scegliere il modo migliore di esprimermi. A questo non rinuncio.

Il tuo disco è ricco di un lirismo incredibile. Cos’è per te la poesia?
È il poter raccontare la verità di ogni emozione nella forma più genuina possibile.

Pietro Scaramuzzo