Jazz & Wine of Peace, XXIX edizione (seconda parte)

Nuove voci dal Collio

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Cormòns e varie sedi,

24-25 ottobre

Le ultime due giornate del festival friulano si sono svolte all’insegna di un marcato (ma non sempre pertinente) accostamento di stili e generi. Per il concerto mattutino di sabato 24 ottobre l’azienda agricola Livon di San Giovanni al Natisone ha accolto il trio L’Antidote. La formazione costituisce un felice punto di incontro e confronto tra culture, in virtù della provenienza e del retroterra dei componenti: il pianista franco-libanese Rami Khalifé, il violoncellista albanese Redi Hasa e il percussionista iraniano Bijan Chemirani. I tre musicisti individuano un terreno comune negli impianti modali delle rispettive tradizioni, il che offre loro varie opportunità e soluzioni per realizzare fecondi interscambi ed efficaci improvvisazioni. Hasa, che vive da tempo in Italia e collabora stabilmente con Ludovico Einaudi, apporta un’interessante gamma timbrica con bordoni ottenuti anche tramite una pedaliera e un uso esteso del pizzicato. Quando imbraccia lo strumento, suggerisce un’immediata associazione con l’oud. Khalifé abbina a un tocco di estrazione chiaramente classica la capacità di sviluppare scale modali e di estendere la gamma timbrica operando sulla cordiera del piano. Chemirani, maestro di zarb (il tamburo a calice tipico della musica persiana), aggiunge colori e dosa ogni sfumatura. Dalla loro interazione scaturiscono linee melodiche sinuose che si intrecciano, arpeggi e progressioni che costruiscono dei crescendo fino a raggiungere il forte e il fortissimo per poi decrescere fino al piano e al pianissimo con un meticoloso controllo delle dinamiche.

Collocato in un orario non felice (12:30) al Russiz Superiore di Capriva, Jagged Rhythms – progetto in solo di Pasquale Mirra realizzato in collaborazione con il Ljubljana Jazz Festival come tributo al poeta sloveno Srečko Kosovel nel centenario della morte – ha offerto un’ulteriore dimostrazione della musicalità e del magistero del vibrafonista e percussionista campano. Mirra ha suddiviso il suo vasto armamentario in tre sezioni corrispondenti ad altrettante fasi dell’esecuzione. Nella prima si è concentrato su ciotole armoniche e log drum, evocando scenari arcani in bilico tra Tibet e Africa occidentale subsahariana. La seconda è stata affidata al vibrafono, fonte sia di invenzioni melodiche e progressioni armoniche di stampo prettamente jazzistico, che di richiami all’area caraibica e segnatamente afrocubana. Secondo una prassi ormai consolidata, Mirra ricava dallo strumento anche dei timbri alternativi percuotendo leggermente i tasti con la punta delle dita, sfregando degli archetti sul bordo delle lamine oppure sistemando su una parte della tastiera un telo di plastica in modo da ottenere un suono più grave e ovattato, simile a una marimba. Infine, ha utilizzato timpano e grancassa non solo in modo convenzionale, cioè con battenti o mazze felpate, ma anche traendone sottili e recondite sonorità con oggetti vari, tra cui delle palline da ping pong. Ne è risultato un set di circa cinquanta minuti, ricco di soluzioni inventive.

Il concerto del primo pomeriggio alla Kulturni Dom di Nova Gorica ha visto protagonista il settetto austriaco Shake Stew, diretto dal bassista Lukas Kranzelbinder. Attiva da dieci anni sulla scena europea dopo una prima apparizione al festival di Saalfelden, questa formazione basa la propria impostazione sul principio del raddoppio. Infatti, al basso elettrico del leader (peraltro impegnato anche al contrabbasso e al guembri, cordofono tipico dell’area maghrebina) si contrappone quello di Oliver Potratz. Yvonne Moriel (sax alto e flauto), Johannes Schleiermacher (sax tenore e flauto) compongono insieme al trombettista Mario Rom una sezione fiati coesa, scambiandosi spesso i ruoli e creando efficaci impasti. Niki Dolp e Herbert Pirker (batteria e percussioni) formano un’affiatata e colorita coppia ritmica. Al di là dell’indubbio valore dei singoli, le composizioni di Kranzelbinder privilegiano il collettivo. In tal modo, dai corposi pedali si sviluppano le linee tematiche disegnate dai fiati, la cui azione è ovviamente sostenuta da una solida intelaiatura poliritmica. Sia dall’azione del collettivo che da alcuni pregevoli assolo emergono la gioia di suonare e comunicare. E questo è ciò che più conta.

Shake Stew – Foto di Michele Grimaz

Ospite del Nuovo Teatro Comunale di Gradisca d’Isonzo per il concerto tardo pomeridiano, la cantante Carolina Bubbico ha presentato un repertorio in gran parte tratto dal suo album «Vocàlia». Bubbico proviene da esperienze nel mondo della canzone, anche come arrangiatrice e direttrice d’orchestra. Non a caso, possiede una concezione dell’uso della voce che si potrebbe definire orchestrale, in virtù delle armonizzazioni e delle stratificazioni che crea dal vivo con l’ausilio di una loop station e il sostegno di una tastiera. Per l’occasione Carolina era affiancata dal fratello Filippo al basso elettrico e dal percussionista brasiliano Gabriel Prado. La cantante possiede una voce educata, dalla tessitura delicata, e non a caso è docente di Canto Pop presso il Conservatorio «Tito Schipa» di Lecce. Ne ha fornito una prova molto apprezzata dal pubblico e accompagnata da una comunicativa genuina. Tuttavia, i brani originali – pur raccontando molto, anche a livello di testi, della sensibilità dell’interprete – sono troppo spesso basati su questo gioco di armonizzazione e stratificazione vocale che finisce quasi per diventare una gabbia. Inoltre, è un peccato che l’apporto di Prado sia stato fin troppo limitato, a dispetto dell’amore della cantante per il Brasile. Non sorprendentemente, l’interpretazione di gran lunga più efficace è risultata quella di Águas de março di Ántonio Carlos Jobim, resa celebre da Elis Regina. Qui Carolina ha costruito un vitale, efficace e godibile gioco di sillabe e fonemi.

L’ultimo concerto serale al Teatro Comunale di Cormòns ha ospitato il concerto di Alfa Mist ed è stato preceduto da una breve esibizione di un gruppo di studenti del Conservatorio «Giuseppe Tartini» di Trieste guidati da Teis Semey, al termine di un seminario di tre giorni. Al secolo Alfa Sekitoleko, Alfa Mist è un tipico esponente della cosiddetta jazz new wave, la nuova ondata del jazz britannico, che però col jazz poco ha a che fare. Pianista, ex rapper e produttore, Alfa Mist si è presentato al pubblico di Cormòns con il quintetto con cui ha inciso il recente «Roulette»: Sam Rapley (sax tenore), Jamie Leeming (chitarra), Flo Moore (basso elettrico) e Jamie Houghton (batteria), più il leader al piano e al Fender Rhodes. L’impostazione, la struttura, la costruzione e gli arrangiamenti dei brani sono improntati a una commistione tra jazz, soul e funk, con qualche richiamo allo hip hop. In tal senso, ricordano a tratti certe produzioni dell’etichetta americana CTI, con la quale il potente produttore Creed Taylor cercava di rendere più accessibile la propria proposta anche presso una fascia più ampia della comunità afroamericana. Non è forse un caso che nella circostanza Alfa Mist abbia eseguito una versione di First Light, brano di Freddie Hubbard che intitolava l’album eponimo del 1971. Nella musica di questo quintetto, peraltro correttamente eseguita, si percepiscono una sostanziale mancanza di identità e una complessiva piattezza, dalla quale nessun solista è in grado di emergere con personalità.

La giornata finale, domenica 25 ottobre, ha preso il via alla Tenuta Villanova di Farra d’Isonzo con il concerto della fisarmonicista svizzera Lea Gasser. Reduce da studi ed esperienze sia in campo classico che jazzistico, nella sua performance solistica compie un lungo excursus che corrisponde a una sorta di introspezione e di esplorazione del rapporto con la natura. Senza indulgere in virtuosismi, la fisarmonicista prima crea bordoni da cui affiorano lentamente melodie di gusto popolare. Sotto questo aspetto, si colgono alcune analogie con il lavoro del fisarmonicista americano Guy Klucevsek. Poi, sviluppa gradualmente l’impianto dei brani con arpeggi e linee melodiche pulsanti che si intrecciano. Quindi, utilizza il delay per conferire un impatto quasi corale agli sviluppi armonici e melodici. In tal modo è anche capace di produrre un tessuto iterativo in un flusso continuo che a tratti richiama il minimalismo di Philip Glass. Infine, qua e là sovrappone dei vocalizzi, a completamento di una dimensione espressiva ingenua ma sincera.

Lea Gasser – Foto di Michele Grimaz

Il concerto del primo pomeriggio prevedeva il secondo sconfinamento, ormai proverbiale, in territorio sloveno, nella storica residenza di Vila Vipolže. Qui si è potuta apprezzare l’identità più autenticamente jazzistica del chitarrista Teis Semey, alla testa di En Masse, un quintetto di giovani musicisti accomunati – come del resto anche il leader – dall’esperienza olandese: il portoghese José Soares (sax alto), gli olandesi Jesse Schilderink (sax tenore) e Jort Terwjin (contrabbasso), e l’italiano Giovanni Jacovella (batteria). Un collettivo ben affiatato e disinibito, che in qualche misura si colloca sulla scia di Science Friction di Tim Berne o degli Schrimps di Jim Black. Infatti, il quintetto è capace di spaziare da passaggi ritmicamente frazionati, confluenti in aree atonali, a potenti progressioni sottolineate da scansioni rock; da frequenti e incalzanti crescendo all’approdo occasionale in spazi più distesi in cui stemperare la tensione. In un tale contesto spiccano l’ottimo lavoro della ritmica, anche grazie all’abilità di Jacovella nel variare figurazioni, accenti e dinamiche; la dialettica accesa tra i due sassofonisti, che si cimentano in dialoghi vocianti e assolo graffianti; il linguaggio aggressivo, a momenti iconoclasta, di Semey, che ricorda Marc Ribot.

Il quintetto di Teis Semey – Foto di Michele Grimaz

Come l’anno scorso, il festival si è concluso in uno spazio poco adatto alla fruizione della musica come la cantina dell’azienda agricola Gradis’ciutta, in località Giasbana. Per l’occasione è stato invitato il trio corto.alto, composto dagli scozzesi Liam Shortall (basso elettrico, trombone ed elettronica) e Graham Costello (batteria), e dal polacco Mateusz Sobieski (sax tenore ed elettronica). Esponente della nuova scena di Glasgow, corto.alto propone una miscela di elettronica (con tanto di bassi sintetizzati), ritmi hip hop, funk e soul, in cui il jazz ha raro diritto di cittadinanza, nonostante che Shortall faccia parte come trombonista della Scottish National Jazz Orchestra. Un evento probabilmente destinato a far ballare il pubblico o concepito per un pubblico giovanile che in questo festival praticamente non esiste.

Dovendo tirare un bilancio, la ventinovesima edizione di Jazz &Wine of Peace ha offerto come sempre un vasto panorama sulle tendenze del jazz contemporaneo e delle musiche ad esso contigue. Come tradizione, ha attratto un numeroso pubblico composto almeno per due terzi da spettatori austriaci, confermandosi anche sotto questo aspetto un festival internazionale. Secondo una prassi ormai consolidata, ha fornito l’opportunità di apprezzare il legame con il territorio del Collio, inserendo anche eventi collaterali come i miniconcerti abbinati alle degustazioni nella rassegna Jazz & Taste. Per la trentesima edizione, che si svolgerà dal 21 al 24 ottobre 2027, è lecito aspettarsi grandi cose ed è auspicabile anche un maggior coinvolgimento di musicisti provenienti dalle vitali scene friulana e slovena, nel pieno rispetto del suo storico spirito di festival transfrontaliero.

Enzo Boddi

 

 

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