Jazz & Wine of Peace, XXIX edizione (prima parte)

Uno sguardo sull'Europa

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Cormòns e varie sedi

22-23 ottobre

Nell’arco di quattro giornate, la ventinovesima edizione del festival friulano (la seconda sotto la direzione artistica di Enrico Bettinello) ha offerto come sempre un’ampia ricognizione sulle varie tendenze del jazz contemporaneo, toccando territori contigui e sconfinando perfino in altre aree. Ai numerosi eventi si è aggiunta anche la residenza artistica del chitarrista danese Teis Semey, che per tre giorni ha condotto un seminario con alcuni studenti del Conservatorio «Giuseppe Tartini» di Trieste.

La giornata di giovedì 22 ottobre si era aperta alla cantina Jermann di Ruttars con l’esibizione del trio della pianista Esmeralda Sella, che purtroppo non possiamo documentare. Il concerto pomeridiano al Castello di Spessa – frutto della collaborazione tra Circolo Controtempo di Cormòns e il festival sloveno Jazz Cerkno – ha ospitato il trio del violoncellista sloveno Gal Golob, affiancato dall’altosassofonista russo Efim Braylovskiy e dal batterista tedesco Florian Fischer. Un trio di giovani e promettenti musicisti attivi sulla florida scena berlinese, che propongono musiche originali dovute alla penna di Golob. Pe sua stessa ammissione, il violoncellista si ispira a melodie popolari dell’area slava, instaurando con i colleghi un’efficace interazione spesso basata sullo sviluppo di microcellule, in climi cameristici e con dinamiche rarefatte, a tratti arricchite da un uso misuratissimo del delay. L’eloquio di Braylovskiy al sax alto è inizialmente pacato e disteso, con ampie curve melodiche e occasionali escursioni sugli acuti. Le aperture e le progressioni sono sostenute dal lavoro instancabile di Fischer, attento alle sfumature timbriche anche mediante il gioco delle bacchette sui fusti del tom e della grancassa.

Nella Sala Bergamas di Gradisca d’Isonzo la trombettista inglese Laura Jurd ha presentato un repertorio tratto dal recente «Rites & Revelations», alla testa di un quartetto completato dal violinista irlandese Ultan O’Brien (per l’occasione impegnato alla viola), dalla bassista altoatesina Ruth Goller e dal batterista scozzese Corrie Dick. Con questo progetto, ben distante dal suo precedente quartetto Dinosaur (di cui faceva parte anche Dick), Jurd esplora il retaggio del folk britannico e irlandese. Non a caso, O’Brien proviene proprio da esperienze nell’ambito della musica popolare. Differentemente da gruppi storici come gli inglesi Pentangle e Fairport Convention, o gli irlandesi Chieftains, il recupero e la riattualizzazione della tradizione vengono effettuati tramite composizioni originali che prevedono un impianto ritmico jazzistico e spazi per l’improvvisazione. Jurd e O’Brien espongono i temi all’unisono, contrapponendo poi linee contrappuntistiche e producendo anche interessanti impasti timbrici. La base metrica su cui si sviluppano le esecuzioni poggia spesso sul 6/8 o sul 12/8 distintivi della jig, danza tipica delle tradizioni scozzese e irlandese. Con il suo basso elettrico Goller fornisce pedali incalzanti e timbriche inconsuete, esaltate in un assolo con tanto di distorsione. Jurd rompe il contagioso gioco melodico con aperture ampie, liberatorie, ma sempre pregne di valori melodici.

Il quartetto di Laura Jurd – Foto di Michele Grimaz

Il primo concerto serale al Teatro Comunale di Cormòns prevedeva l’atteso appuntamento con il quartetto del sassofonista Isaiah Collier. Il titolo del programma era esplicito: Plays Coltrane. Va da sé che John Coltrane rappresenta una delle principali fonti di ispirazione, magari insieme a Sonny Rollins, per il ventottenne sassofonista di Chicago che anche in quest’occasione si è confermato un vero e proprio prodigio dal punto di vista tecnico per la proprietà di fraseggio, il controllo del suono e delle dinamiche, nonché per la capacità di produrre torrenziali improvvisazioni. Affrontare la musica di questo gigante pone non pochi problemi, incluso il rischio di rifare Coltrane, piuttosto che trarne degli elementi per procedere a una rielaborazione. Questo è proprio il tranello in cui è incappato Collier fin dalle prime battute di The Inch Worm e nella riproposizione di un repertorio collocato tra il 1960 e il 1963: adesione incondizionata al dettato originale e flusso inarrestabile di spunti improvvisativi condensati in una spirale concentrica. Lo stesso procedimento è stato adottato tanto per la progressione di Giant Steps, quanto per l’indagine sull’impianto armonico di My Favorite Things. Le febbrili improvvisazioni che Coltrane sviluppava in un flusso sonoro (sheets of sound, secondo la definizione coniata dal critico Ira Gitler) miravano ad esplorare le connessioni e le implicazioni delle scale che componevano il tessuto modale nello sforzo di individuare nuove prospettive. Davvero impressionanti a livello di impatto sonoro, le escursioni di Collier finiscono per risultare ripetitive, tanto da apparire a tratti quasi delle formule o dei meri esercizi stilistici a cui non si sono sottratte le interpretazioni, abbastanza calligrafiche, di Olè e Naima. Solo con Alabama Collier è riuscito a trasmettere qualche emozione, enunciando al tenore il tema evocativo e drammatico con un calibrato uso degli spazi. Per il resto, Collier sovrasta nettamente i pur eccellenti colleghi. La pianista armena Liya Grigorian, che figura anche nel quartetto The Chosen Few, sostiene le esecuzioni con potenti contrafforti sul registro grave, sulle tracce di McCoy Tyner, e si concede qualche raro ma efficace assolo. Il contrabbassista Conway Campbell possiede un suono muscolare, ma non privo di asciutti tratti melodici. Il batterista Tim Regis costruisce figurazioni cangianti e tracce poliritmiche inseguendo l’eredità di Elvin Jones. Less Is More – celebre frase dell’architetto tedesco Mies van der Rohe – è un principio, quello della sottrazione, di cui Collier dovrebbe tener conto.

Il quarteto di Isaiah Collier – Foto di Marco Pevere

Il concerto mattutino di venerdì 23, come da tradizione collocato all’interno della millenaria abbazia di Rosazzo, ha ospitato l’arpista svizzera Julie Campiche. Proveniente da studi classici ed esperienze jazzistiche, Campiche si è cimentata in una performance solistica in cui arpeggi anche amplificati e modificati tramite il delay si intrecciavano con campionamenti di voci registrate e riferimenti letterari (Virginia Woolfe, William Blake) e cinematografici (la voce di Charlie Chaplin da Il grande dittatore). A queste si aggiungevano sequenze elettroniche, vocalizzi e tracce percussive in una narrazione in cui era onestamente difficile individuare un filo conduttore.

Julie Campiche – Foto di Michele Grimaz

Il concerto pomeridiano presso la Fondazione Villa Russiz ha richiamato l’attenzione su Raw Fish, la prima delle due formazioni capeggiate dall’artist in residence Teis Semey incluse nel programma. Raw Fish è un trio che propone melodie elementari, quasi infantili, basate su esili tracce armoniche; canzoni e vocalizzi affidati alla fragile voce di Marta Arpini; spunti e timbri avant rock prodotti dalla chitarra di Semey. In questo contesto piuttosto indefinito spicca l’ottimo lavoro del batterista Giovanni Jacovella, che spezza, varia e fraziona le proprie figurazioni con acume dinamico e coloristico.

Raw Fish – Foto di Michele Grimaz

Tra i massimi esponenti dell’avanguardia jazzistica contemporanea, il pianista Craig Taborn e il trombettista Peter Evans hanno fornito un’ulteriore prova del proprio magistero in un acclamato concerto tenuto alla Villa Codelli di Mossa. I due hanno imbastito un dialogo carico di rigore, concentrazione ed elevato grado di ascolto reciproco. Questo ha creato le condizioni ideali per produrre un’ampia gamma di sfumature e dosare le dinamiche con meticolosità certosina. Un altro obiettivo del duo è quello di conferire respiro alla propria dialettica cercando di interagire con lo spazio e il silenzio. Evans esibisce una padronanza stupefacente dell’emissione, della modulazione e delle scelte timbriche, facendo anche un uso efficacissimo della sordina e della respirazione circolare. Taborn (al quale è stato assegnato il premio intitolato a Mauro Bardusco, storico direttore artistico del festival scomparso due anni fa) contrappone radi accordi allo staccato del collega; costruisce contrafforti poderosi sul registro grave; allarga lo spettro timbrico operando sulla cordiera dello strumento. I due elaborano gradualmente un processo in cui – anche attraverso arpeggi, raddoppi di tempo, iterazioni e fulminei crescendo – la materia si disgrega e sconfina nell’atonale, con occasionali sezioni free che evocano la collaborazione tra Cecil Taylor e Bill Dixon. Ne risulta una vera lezione che connette l’eredità delle avanguardie degli anni Sessanta e Settanta con i loro sviluppi confluiti nelle istanze contemporanee.

Craig Taborn e Peter Evans – Foto di Michele Grimaz

Il concerto serale al Teatro Comunale di Cormòns ha visto protagonista la Subtropic Arkestra, caleidoscopica e divertente formazione svedese guidata dal trombettista Goran Kajfeš, che allinea gli esperti sassofonisti Per Johansson (baritono, sopranino e flauto) e Jonas Kullhammar (tenore e flauto), davvero molto affiatati e incisivi; il tastierista Jesper Nordenström; il chitarrista Robert Östlund; il bassista Johan Bertling, frequente collaboratore di Mats Gustafsson; il batterista Lars Skoglund. Nella proposta della formazione confluiscono influenze balcaniche (probabilmente dovute alle origini croate di Kajfeš) e musica tradizionale turca, con frequente uso di tempi dispari (7/8, 9/8); riferimenti al Brasile di Milton Nascimento; spunti afrobeat, con qualche debito nei confronti di Fela Kuti; scale mediorientali. Quest’ultima caratteristica emerge prepotentemente quando entra in scena la cantante curda Avin Omar, dotata di una vocalità stupefacente per nitidezza, potenza, estensione, capacità di modulazione e varietà di inflessioni, queste ultime dovute anche all’uso di più lingue: il farsi, il turco e l’arabo. Queste risorse le permettono di avventurarsi in dialoghi spericolati con le melodie terse della tromba del leader, di contrappuntare il fraseggio potente del tenore di Kullhammar e di raggiungere vertici inaspettati arrampicandosi su scale vertiginose insieme al sopranino di Johansson.  Nel complesso, in questa originale proposta prevale il solido collettivo e l’abilità nel fondere matrici culturali diverse con sensibilità jazzistica. Forse è proprio questa la vera world music.

Goran Kajfes Subtropic Arkestra -Foto di Marco Pevere

Enzo Boddi

(continua)

 

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