Vicente Amigo è uno dei più autorevoli interpreti della chitarra flamenca contemporanea. Nato a Guadalcanal, in Andalusia, nel 1967, ha saputo rinnovare il linguaggio della tradizione senza tradirne il carattere, intrecciando virtuosismo, raffinatezza armonica e sensibilità compositiva. Vincitore di un Latin Grammy per «Ciudad de las ideas», ha collaborato con artisti di differenti estrazioni, ampliando i confini del flamenco verso il jazz e la musica d’autore. Il suo stile, lirico e incisivo, coniuga rigore ritmico, intensità espressiva e una ricerca timbrica di rara eleganza.
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Sei diventato famoso grazie alla tradizione del flamenco andaluso quando eri ancora molto giovane. Quando hai capito per la prima volta che la chitarra poteva diventare un linguaggio tutto tuo, piuttosto che un semplice veicolo per forme tramandate?
Fin da giovanissimo, la musica ha catturato la mia attenzione in modo davvero speciale e già a dodici anni avevo le idee chiare: era proprio a questo che volevo dedicarmi.
Il flamenco è una tradizione in cui l’autenticità ha un peso notevole. Hai mai avuto la sensazione che le aspettative legate a questo genere limitassero la tua libertà creativa?
Mi considero essenzialmente un musicista di flamenco che nutre grande rispetto per questo genere, ma soprattutto mi considero un musicista che vuole esprimere la propria autenticità in libertà, per poter magari apportare qualcosa di diverso.
Paco de Lucía ha trasformato la percezione internazionale della chitarra flamenca. In che modo la tua eredità ti ha influenzato e a che punto hai sentito il bisogno di affermare un’identità artistica diversa?
Paco de Lucía ha influenzato musicisti di tutto il mondo, non solo nel campo del flamenco. E su di me, in quanto flamenco, ovviamente. Ma il bisogno di esprimere la mia musica e di farlo a modo mio è presente praticamente da quando ho iniziato. Credo che sia qualcosa a cui aspira qualsiasi artista, che sia musicista, pittore, poeta, ecc. Quando compongo, confido nella coerenza di ciò che sto per dire.
Il tuo rapporto con la chitarra sembra trovare un equilibrio tra precisione tecnica e immediatezza emotiva. A quale di queste due dimensioni ti affidi maggiormente quando componi?
Quando compongo, confido nella coerenza di ciò che sto per esprimere. La musica è infinita e a volte l’obiettivo della composizione è scavare nella musica per cercare di crescere insieme ad essa. Altre volte la priorità è più emotiva. Si cerca di arrivare al proprio centro e trovare qualcosa di autentico. Credo che tutti noi musicisti cerchiamo di reinventarci un po’, anche se è molto difficile.
Il flamenco viene spesso descritto attraverso il concetto di duende. Per te è uno stato emotivo imprevedibile, un principio compositivo o qualcosa che sfugge del tutto a qualsiasi definizione?
Per me quel “duende” di cui si parla non è un patrimonio esclusivo del flamenco, ma di qualsiasi genere artistico. È una parola molto difficile da definire quando si parla di musica, ma credo che abbia a che fare con la sicurezza del musicista, con quello stato d’animo, con la tua connessione nel modo in cui ti dedichi e con la dedizione di chi ti ascolta.
Cosa può offrire la scrittura orchestrale al flamenco che un ensemble tradizionale incentrato sulla chitarra non può offrire, e quali rischi comporta?
Che la musica sia composta per una formazione o per un’altra; in musica, prima di tutto, qualunque sia il genere. Non vedo alcun rischio nel fatto che un’orchestra suoni musica flamenca. Quello che credo, invece, è che possa essere una sfida molto importante.
Nei progetti che coinvolgono orchestre e ensemble da camera, come preservi la tensione ritmica e l’energia spontanea che sono fondamentali per il flamenco?
Credo che in questi casi sia determinante il livello del direttore e dell’orchestra, ovviamente. Credo che sia più difficile far funzionare ritmicamente una formazione di 40 musicisti rispetto a una di quattro.

Le tue collaborazioni ti hanno portato a entrare in contatto con musicisti provenienti da contesti diversi. Quale incontro ha messo in discussione più profondamente le tue convinzioni sulla musica?
La musica è così vasta, così infinita, che nelle mie collaborazioni ho cercato di dare un contributo e, naturalmente, di imparare. Tutti i musicisti con cui ho collaborato meritano per me un enorme rispetto. Hanno un mondo interiore diverso dal mio e delle sfide dalle quali cerco di imparare.
In che modo lavorare con artisti al di fuori del flamenco ha cambiato il tuo approccio al fraseggio, all’armonia e al silenzio?
In realtà non lo so. Credo che tutti noi musicisti cerchiamo di arricchirci attingendo da altre musiche.
Quanto è importante l’improvvisazione nel tuo processo creativo, e quanta libertà ti concedi una volta che una composizione è stata messa su carta o registrata?
Nel mio caso l’improvvisazione è più presente nell’esecuzione che nella composizione. La composizione sarebbe come scrivere un libro e l’improvvisazione sarebbe leggerlo in modi diversi da come l’hai scritto, forse.
La tua musica ha raggiunto un pubblico molto lontano dal contesto culturale in cui si è sviluppato il flamenco. Cosa tendono a percepire con particolare chiarezza gli ascoltatori che non ne comprendono il linguaggio o le tradizioni?
Anche se sono un musicista di flamenco, ciò che ho sempre cercato di fare è musica universale. E credo che sia proprio questo ciò che il pubblico percepisce.
Ritieni che il riconoscimento internazionale abbia contribuito all’evoluzione del flamenco, o che talvolta abbia incoraggiato una versione semplificata del genere destinata all’esportazione?
Il riconoscimento internazionale del flamenco viene promosso attraverso versioni semplificate. Dipende da come ogni musicista interpreta il proprio lavoro. Io, di certo, non ho mai cercato di realizzare una versione semplificata del flamenco per venderlo meglio a livello internazionale. Questo per rispetto verso la musica e verso il pubblico.
In che modo i cambiamenti nel mondo della musica, dal passaggio dagli album fisici alle piattaforme di streaming, hanno influenzato il suo rapporto con la registrazione e con il pubblico?
Onestamente è qualcosa che mi sfugge di mano. Non saprei dirti fino a che punto sia stato positivo o negativo. Quello che ho vissuto come musicista è suonare nei teatri, non proprio vendere dischi.
In un’epoca dominata dal consumo accelerato e da tempi di attenzione sempre più brevi, quale posto può occupare un linguaggio musicale esigente e profondamente radicato come il suo?
Penso che il mondo sia grande e ci sia spazio per tutti, anche se per alcuni lo spazio sia un po’ più ristretto. Non importa. Credo che ci saranno sempre delle minoranze disposte ad ascoltarci.
Dopo decenni passati ad affinare la tua tecnica e ad ampliare il suo vocabolario, cosa può ancora sorprenderti della chitarra?
Continuo a stupirmi di quanti modi diversi ci siano per esprimersi con una chitarra.
E mi sorprende anche quanto poco ne sappia. Spesso penso che la chitarra sia la mia grande sconosciuta.
Presto ti esibirai a Venezia nell’ambito dell’edizione autunnale del Venice Jazz Festival. Hai già un’idea del progetto musicale che presenterai?
Suonerò soprattutto brani dell’ultimo disco pubblicato, “Andenes del tiempo”, ma riproporrò anche brani tratti da album precedenti. La formazione sarà composta da due chitarre, basso, percussioni, cori e voce solista.
Guardando indietro alla tua discografia, c’è un album che ritiene sia stato frainteso, o il cui significato artistico le è diventato chiaro solo con il tempo?
Sinceramente credo che il pubblico abbia accolto molto bene i miei lavori discografici e ne sono molto grato.
Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
In questo momento sto lavorando alla produzione, insieme a Bori Alarcón, dell’album di José Mercé, uno dei grandi cantanti di flamenco. E non appena avrò terminato questa produzione, inizierò il mio prossimo lavoro da solista.
Alceste Ayroldi
