«The Folding Bed», il vostro album d’esordio, nasce da una condizione di precarietà quotidiana e dalla necessità di trovare uno spazio proprio: quando avete capito che questa esperienza poteva trasformarsi in un progetto musicale?
Il nostro percorso è partito, come spesso accade, da un repertorio di cover, che ha creato l’ambiente perfetto per iniziare a dare spazio alle personalità di tutti. Crediamo nella musica come linguaggio universale in cui le persone possano riconoscersi. Incanalare le nostre esperienze e il nostro messaggio è stato un processo naturale, nato anche dalla necessità di esternare ed esorcizzare momenti di fragilità condivisi dal gruppo.
Siete un ottetto con una solida formazione jazzistica, ma il vostro linguaggio attraversa fusion, jazz-rock, brass music, pop alternativo ed elettronica: come si governa una simile pluralità senza smarrire la riconoscibilità del gruppo?
Credo che la riconoscibilità di un gruppo derivi dalle personalità che lo compongono, che in questo caso sono, per l’appunto, varie ed eterogenee. Non ci siamo dati limiti nella scrittura dei brani: in questo modo, ogni genere o sonorità diventa un possibile input o stimolo. È proprio nella pluralità che ci identifichiamo, una pluralità che deriva anche dal contesto storico in cui viviamo.
In un ensemble di otto musicisti, con personalità e percorsi differenti, come si costruisce una vera identità collettiva senza sacrificare le individualità?
Nel nostro processo creativo il dialogo ha un ruolo fondamentale. Ci siamo trovati spesso a discutere sulla direzione di un brano, sulle sensazioni che ci trasmetteva e su ciò che il nostro orecchio sentiva o avrebbe voluto sentire. È il confronto ad aver costruito la nostra identità e le sue caratteristiche: tutto viene messo al vaglio di tutti, attraverso le rispettive personalità musicali. Siamo gregari e protagonisti allo stesso tempo.
Indigo, che apre l’album, viene presentato come una sorta di manifesto della vostra identità: quali elementi del brano considerate più rappresentativi della direzione musicale degli Urban Noise?
È stato il primo brano che abbiamo scritto e racchiude tutti gli elementi che vogliamo proporre: una melodia energica e orecchiabile, esposta senza fronzoli in maniera chiara e ferma, e un arrangiamento dinamico fatto di sfumature e contrasti che rendono coinvolgente l’ascolto. È il brano che canticchiamo fin dal primo giorno, che sentiamo intonare al pubblico dopo un concerto e che ogni tanto ci ritorna in mente, tanto da fare fatica a togliercelo dalla testa. In Indigo c’è rabbia e urgenza di dire la nostra in maniera propositiva ed energica: è il fil rouge che lega tutto l’album..
In Federico Napoli emerge attraverso contrasti, frenesia e vitalità mediterranea: come avete trasformato l’esperienza concreta di quella città in un linguaggio musicale, evitando la semplice cartolina sonora?
Federico è largamente ispirato al jazz napoletano, non solo per le sue sonorità, ma anche per l’idea creativa alla base del genere: l’incontro ravvicinato e viscerale tra due culture apparentemente distanti. Abbiamo cercato di riproporre proprio questo, unendo melodie e ritmi che si rifanno a quella scena musicale, con l’elettronica a restituire il caos dei vicoli e delle strade.

Nel vostro disco la città non è soltanto uno sfondo, ma un ambiente che condiziona relazioni, identità e immaginario: che cosa significa, per voi, fare musica urbana senza necessariamente aderire ai codici dell’urban contemporaneo?
Per noi la città è fonte di ispirazione continua, lo scenario in cui prendono vita i nostri personaggi. Il termine “urban” non rappresenta solo la scena underground contemporanea, ma tutto ciò che accade quotidianamente in città: dalla fermata dell’autobus a un busker in via Rizzoli. È un tessuto composto da tante piccole storie e realtà che si incrociano casualmente per pochi istanti, creando un quadro molto intricato che, osservato dalla giusta prospettiva, diventa un crogiolo di idee da cui attingiamo ogni giorno.
Avete mosso i primi passi nei circuiti musicali bolognesi e avete conquistato il vostro debutto discografico vincendo il contest Bassa Velocità: quanto sono ancora determinanti i club, i concorsi e le realtà indipendenti per permettere a un progetto strumentalmente articolato come il vostro di crescere?
Sono tante le realtà, come quelle di Bologna, che hanno a cuore la musica e lo sviluppo di progetti emergenti e che ogni giorno combattono contro difficoltà spesso di natura burocratica e gestionale. Siamo testimoni di questa determinazione e ne siamo enormemente grati: investire in un progetto come il nostro è ambizioso e controcorrente. La città è piena di jam session, luoghi di aggregazione, contest musicali e opportunità per chi vuole mettersi in gioco e ha qualcosa da dire.
«The Folding Bed» esce per Binario69 Records, una realtà discografica legata anche al vostro percorso: quanto conta oggi poter costruire un rapporto diretto con un’etichetta e quanto è difficile mantenere autonomia artistica in un mercato dominato dallo streaming?
Il panorama musicale odierno è molto frastagliato e complesso, e tanti sono gli artisti emergenti che cercano un’opportunità o qualcuno che li ascolti con onestà. Per questo, credo che costruire un rapporto di trasparenza e sincerità con qualsiasi realtà con cui si ha a che fare sia ormai l’unica vera strada per costruire qualcosa; altrimenti, saremmo noi stessi i primi a minare le nostre possibilità. Ogni giorno vengono pubblicati migliaia di nuovi dischi e artisti, ognuno con la speranza di riuscire a tirare fuori la testa dalla melma di un mercato che spesso, purtroppo, non fa gli interessi dell’artista. In un panorama del genere, l’unica possibilità concreta che possiamo darci è puntare sull’autenticità, rimanere coerenti con noi stessi e non scendere a compromessi con le mode del momento o con le regole del mercato. Solo così si può mantenere una vera autonomia artistica.
Il jazz contemporaneo è sempre più permeabile al pop, all’elettronica e alla cultura audiovisiva: pensate che questa apertura possa ampliare realmente il pubblico del jazz oppure rischi di diventare una formula prevedibile di contaminazione?
Il jazz nasce dalle contaminazioni: il termine stesso, jazz, in realtà non corrisponde a un genere specifico. Spesso viene usato erroneamente per parlare di swing, bebop o ballad, ma è molto di più. È un’attitudine, una forma di sperimentazione che spesso nasce proprio da nuove influenze e dal dialogo tra musicisti e stili musicali. Il nostro disco racchiude tanti generi e influenze, tra cui l’elettronica, presente proprio perché rappresenta una delle nuove frontiere della sperimentazione musicale in cui ci riconosciamo.

Nel vostro motto — «Il nostro antidoto all’orrore è moltiplicare per otto il rumore» — convivono ironia, vitalità e una possibile dichiarazione politica: quale rumore vorreste lasciare nella scena musicale italiana e quale direzione siete disposti a esplorare per mettere in discussione, già dal prossimo disco, le coordinate di «The Folding Bed»?
Il nostro manifesto, contenuto nel brano Zagare, è innanzitutto l’espressione di un’attitudine. Ed è forse proprio questa, prima ancora di qualsiasi risultato musicale, l’impronta che ci piacerebbe lasciare. Ogni giorno ci confrontiamo con domande, dubbi e impressioni personali, a cui si aggiunge una certa inquietudine generazionale. Apparteniamo, infatti, a una generazione che si affaccia all’età adulta in un mondo, per diversi aspetti, ben poco rassicurante, nel quale non è semplice capire come muoversi, dove guardare e come porsi in relazione all’orrore dei conflitti, delle violenze e delle ingiustizie da cui siamo circondati quotidianamente. A molte di queste domande non abbiamo risposta, ma nel gruppo possiamo metterle in comune e dar loro voce attraverso la musica. È questo, per noi, “moltiplicare per otto il rumore”: fare in modo che le inquietudini, le impressioni e le idee di ciascuno vengano amplificate dal gruppo, confluendo in un’unica voce collettiva. In una società sempre più individualista, anche questo ci sembra un modo di fare resistenza. È proprio questo approccio a guidare la nostra ricerca musicale: tenere le antenne dritte, lasciarci attraversare da ciò che accade intorno a noi e trasformarlo in musica. Tra i nostri ascolti, le esperienze quotidiane e gli stimoli continui della città, le possibilità sono infinite. Non sentiamo il bisogno di porci confini stilistici; anzi, ci incuriosisce scoprire dove tutto questo potrà portarci.
Nei vostri brani convivono groove serrati, sezioni atmosferiche e improvvise accelerazioni: come lavorate sulla dinamica per evitare che l’energia si trasformi in semplice accumulo sonoro?
Le scelte musicali nei nostri brani sono sempre al servizio della visione d’insieme. Il lavoro svolto con Taketo Gohara durante le registrazioni del disco ha contribuito proprio a questo risultato. Grazie a lui abbiamo trovato un equilibrio che ha reso il tutto molto più efficace, anche rinunciando, a volte, a intere sezioni o ad arrangiamenti troppo densi, che finivano per diluire il risultato complessivo. Da musicisti tendiamo ad affezionarci alle nostre composizioni, rischiando di perdere la visione d’insieme. Per questo, l’apporto di Taketo è stato fondamentale per tirar fuori le versioni migliori dei brani che compongono l’album.
La cultura dei videogiochi e degli anime ha prodotto negli ultimi decenni un repertorio sonoro di grande complessità, spesso vicino al jazz-fusion: pensate che questo immaginario sia ancora sottovalutato dalla critica musicale?
Credo che, da questo punto di vista, l’Italia abbia da imparare dal resto del mondo, dove la ludomusicologia e il genere “anison” sono ormai realtà più che affermate, capaci di raccogliere alcune delle menti creative più interessanti in circolazione. Come dicevamo a proposito della natura del jazz, videogiochi e anime rappresentano una delle nuove frontiere della sperimentazione musicale e permettono di avvicinare più persone a questo genere. Forse le nuove generazioni non avranno familiarità con Charlie Parker o John Coltrane, ma conoscono eccome i brani del famoso anime Cowboy Bebop, le svariate tracce dei videogiochi di corse come Gran Turismo o le colonne sonore swing e ragtime di Cuphead.

Quale aspetto della vostra musica pensate che il pubblico non abbia ancora colto pienamente e che vorreste far emergere con maggiore decisione nei prossimi concerti o nelle future registrazioni?
Sicuramente i concetti espressi nel manifesto presente in Zagare hanno bisogno di più spazio dal vivo e nelle registrazioni future: sono entrati in corsa in questo album e meriterebbero di essere sviluppati ulteriormente. Lo stesso discorso vale per la parte vocale del progetto, che credo sia ancora da sviluppare appieno.
Quali sono i vostri prossimi obiettivi artistici e quali i vostri prossimi impegni?
Siamo alla ricerca di occasioni per esibirci e parlare della nostra musica, con l’obiettivo di raggiungere più persone possibile. Abbiamo in programma di registrare una live session audio-video dell’album, per immortalare anche l’energia del live, che è un mondo a parte rispetto alle registrazioni del disco, perché ricco di improvvisazioni e arrangiamenti dedicati. Al momento non è previsto un secondo album nel prossimo futuro, ma qualcosa si sta già muovendo in sala prove.
Alceste Ayroldi
