«Dannate Salvatrici». Intervista a Martina Lupi

Primo album da solista per la cantautrice romana, un’indagine antropologica sull’universo femminile. Ne parliamo con lei.

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Quale necessità interiore ti ha portata a questa nuova forma espressiva?
«Dannate Salvatrici» è un album che racconta vent’anni di crescita personale, di viaggi in solitaria, di momenti con me stessa in cui qualcosa cercava di essere elaborato e non c’era altro modo per farlo se non attraverso una canzone. Fiamma è la prima canzone che ho scritto in assoluto e il fatto che sia diventata il cuore pulsante di tutto l’album non è casuale: è da quella voce interiore che brucia nel buio e non si lascia spegnere, che tutto ha avuto inizio. Il disco è arrivato quando ho capito che quelle canzoni scritte in momenti diversi della mia vita formavano insieme qualcosa di compiuto. Non un progetto costruito a tavolino: una vita che aveva trovato la sua forma e voltandomi indietro potevo vedere la «scia nel mare» alle mie spalle, come recita il poeta Antonio Machado in una delle sue poesie più belle, Caminante no hay camino, che peraltro ha ispirato il testo della mia canzone Realtà non è.

Quando hai capito che stavi attraversando una trasformazione personale e artistica?
L’ho capito quando ho iniziato a far respirare e accogliere le immagini che ho ritrovato nelle canzoni che avevo scritto: il fuoco, il labirinto, il respiro, il volo. Quando ho smesso di chiedermi se fossero “giuste” e ho iniziato a capirne il significato. Come se fossero giunte dentro di me ancor prima che fossi in grado di razionalizzarle. Lì ho compreso che stava succedendo qualcosa di diverso. Non stavo componendo, stavo attraversando, vivendo, comprendendo. Il disco è arrivato dopo come la forma che prende un corso d’acqua quando ha già deciso dove andare.

Nel disco ritorna continuamente l’idea della «donna totale». Chi è questa figura e quanto ti rappresenta?
La Donna Totale è colei che non ha dovuto scegliere tra la forza e la dolcezza, tra il dolore e la felicità, tra le conseguenze della condanna e la salvezza. Jung direbbe che è la donna che ha saputo integrare la propria ombra, che ha saputo guardare negli occhi le facce di sé che la cultura le ha imposto di nascondere e le ha restituite alla luce. Non è una donna perfetta ma è completa, intera, risolta. Mi rappresenta come aspirazione. Ogni canzone di questo album è un passo verso il suo raggiungimento. È un perpetuo viaggio, un lavoro quotidiano per raggiungerla e se anche non arriverò mai del tutto a lei, assaporerò la bellezza del percorso che precede l’approdo.

Il titolo «Dannate Salvatrici» contiene insieme sacrificio e liberazione: come è nato e cosa racchiude per te?
L’ossimoro del titolo è l’anima della contraddizione che non volevo risolvere. Perché le donne che ho voluto nominare, quelle che fanno parte o hanno fatto parte della mia vita, o coloro che hanno lasciato un segno attraversando la storia, non erano né vittime, né eroine. Erano entrambe le cose insieme, nello stesso respiro. Il sacrificio della Giovanna D’Arco che ci abita tutte, il peso della condanna, del giudizio, non ha distrutto le donne che canto: le ha trasformate e quella trasformazione è la forma più radicale di liberazione che conosco, di Resistenza Spirituale.

Quanto ha influito il pensiero junghiano nella scrittura del disco?
Jung è stata una conferma, non una fonte. Le immagini erano presenti nelle mie canzoni prima che andassi a cercare il significato. Solo in seguito ho riconosciuto gli archetipi. La «Grande Madre» nell’ ambivalenza della fiamma, l’anima e l’incontro con l’ombra nel desiderio/amore impossibile di Fugadamé, la «Guaritrice» in My Perfect Breath. Jung mi ha dato un linguaggio, una chiave per individuare e dare un nome a ciò che istintivamente avevo incontrato, perché come egli stesso sosteneva, gli archetipi non si inventano, si incontrano. Si riconoscono come qualcosa che inconsciamente si sapeva già. Platone avrebbe chiamato questo “reminiscenza”. Per me è scrittura, esigenza di elaborazione ed esternazione.

Cosa cambia emotivamente nel cantare Fiamma in italiano, francese e spagnolo?
Cambia il corpo. Gli archetipi sono universali, non appartengono a una sola cultura e attraverso le lingue emerge un modo viscerale, unico, di abitare lo stesso fuoco. È come se tre donne diverse cantassero con la stessa anima. La musicalità delle lingue, dei dialetti, che utilizzo nei miei live con Tupa Ruja o insieme ad Alessandro Gwis nel progetto Il suono della distanza, fa parte della ricerca sonora che caratterizza il mio modo di fare musica. In questo caso l’italiano di Fiamma è quasi aspro in alcuni passaggi: «Hai consumato la mia carne» – ha una durezza fisica che esprime un’immagine precisa, un concetto. Il francese di Flamme, porta con sé una distanza velata, quasi un filtro di malinconia: «Tu as consumé ma chair», suona più come un ricordo che come una ferita ancora aperta. Lo spagnolo di «Flama» è invece più corporeo, radicato nella terra. La lingua, in questo caso, tratta il dolore come se lo rendesse danza, prima di essere parola.

La musica per te è una forma di trasmutazione?
Schopenhauer diceva che la musica è l’unica arte che non rappresenta il mondo, è l’incarnazione del mondo. Io credo anche che sia l’unica arte in grado di trasformare l’esperienza mentre la stai ancora vivendo. Non dopo, ma durante. Il dolore, unito al prezzo da pagare per la felicità, in quest’album non viene negato, non viene risolto. Viene individuato, cantato e nel cantarlo, cambia forma, natura, si trasforma in qualcosa di più «alto».

Come riesci a tenere insieme spiritualità, psicologia del profondo e materia concreta senza perdere autenticità?
Lascio semplicemente che convivano. La spiritualità per me non è mai stata astratta. L’ho compreso presto, quando a circa 17 anni ho iniziato ad avvicinarmi alle filosofie orientali. Poi durante il lungo periodo formativo come musicista di strada ho avuto l’onore di incontrare anime profonde e speciali in giro per il mondo, persone che nulla avevano da offrire se non il grande spessore della propria esperienza di vita, della propria esistenza, lontana dai modelli che governano la società. Ho vissuto da vicino coloro che vivono ai margini e che abitano i testi delle canzoni di De Andrè e ho compreso che la spiritualità per me trova spazio nell’accoglienza, nell’amore che sai donare e in certi sguardi che porterai nel cuore per tutta la vita. La spiritualità è poi sempre passata attraverso il mio corpo. Attraverso il respiro prima di tutto e attraverso il suono. Il didgeridoo, il tamburo sciamanico, il canto armonico, che utilizzo per eseguire i “massaggi sonori”, che includo nei miei live, sono in grado di oltrepassare la barriera del conscio e donare un’esperienza multisensoriale intensa in chi ascolta, ma anche in me che produco i suoni. E la psicologia del profondo non è mai stata uno studio accademico: è stato uno specchio per riconoscere ciò che sentivo dentro. Infine le donne vere, le storie vere, il loro dolore vero, la loro capacità di resilienza è la materia concreta, come un’ancora che ha impedito a tutto il resto di diventare un esercizio intellettuale. L’autenticità è la conseguenza naturale del non mentire mai a sé stessi mentre si scrive e si sta su un palco.

Che cosa cerchi di evocare durante un concerto?
Emozioni. Uno spazio “sacro” in cui chi è presente possa ascoltare e ascoltarsi. Fare in modo, come in un rituale, che qualcosa accada, senza decidere necessariamente cosa. La creazione di uno spazio in cui la coscienza ordinaria si ammorbidisce e qualcosa di più profondo può emergere. Cerco di arrivare in quello spazio pre-razionale dove l’emozione è ancora libera, senza difese.

Martina Lupi

Come si è costruito il dialogo musicale con Alessandro Gwis?
Con Alessandro Gwis il dialogo musicale è nato da un ascolto reciproco, da una risonanza energetica. Lui ha la capacità rara di tradurre l’intenzione emotiva in armonia, senza alterarla né tradirla, di trovare il suono esatto per descrivere i paesaggi interiori di un testo. Con il pianoforte e l’elettronica ha abitato i miei testi, le mie parole. Ci sono passaggi nell’album in cui la sua elettronica diventa quasi un inconscio sonoro che si muove sotto la superficie della melodia, come una corrente profonda. La sua sensibilità artistica è visionaria, scava e rivela e il suo saper stare nel suono, senza mai occupare un intero spazio, è per un cantante il dono più grande che un musicista, compagno di viaggio, possa fare.

Quanto hanno contribuito Michele Gazich e Mattia Lotini?
Michele Gazich riesce a traghettare nel suono del suo violino una memoria che sembra provenire da molto lontano, da tradizioni nomadi e antiche che risuonano perfettamente con i temi dell’album. Ha saputo stare esattamente sul confine tra terra e cielo ed è riuscito a far cantare e piangere il legno e le corde.
Mattia Lotini ha poi custodito il battito dell’intero progetto con una cura e una profondità che vanno ben oltre la tecnica. Ha ascoltato l’intento nascosto dietro ogni mia parola e ha curato anche il mix dell’intero album. Entrambi non hanno suonato le mie canzoni ma la sensazione è che abbiano suonato con le mie canzoni rendendo “necessaria” ogni loro nota, ogni loro idea.

Cosa hai portato con te dall’esperienza di Tupa Ruja?
Tupa Ruja è uno dei miei progetti musicali più importanti, e continua a crescere e a regalarmi grandi soddisfazioni. In questo progetto ho imparato il rispetto per le tradizioni musicali del mondo come pratica viva. Ho portato nei miei live, anche in altri progetti, il didgeridoo, il tamburo sciamanico, diverse percussioni del mondo, strumenti che creano una dimensione rituale che assieme alla voce parlano di terra, di corporeità. Ho portato con me sicuramente la convinzione che la ricerca sonora e la canzone d’autore non siano mondi separati, ma che alcuni concetti sono universali, proprio come gli archetipi che ho ritrovato nei miei testi.

Che spazio può avere un disco che invita ad “iniziare a sentire” in un’epoca dominata dalla velocità?
Forse più di quanto si possa pensare. Credo che il contrario della velocità non sia più la lentezza ma un atto rivoluzionario: fermarsi a ascoltare davvero, prima di tutto le proprie emozioni, riuscire a nominarle e a riconoscerle. Insegno canto e anche musica ai bambini e trovo che trasmettere loro i mezzi necessari per accogliere e riconoscere le proprie emozioni sia la base di ogni precetto musicale. Gli adulti troppo spesso hanno perso il contatto con il proprio corpo e di conseguenza non sono in grado di distinguere e dare un nome alle proprie emozioni profonde e complesse. Si è sempre più soliti chiamare “ansia” e nascondere dietro ad essa ogni tipo di malessere profondo, che non si è però in grado di decifrare. Lasciare dunque che un suono entri nel corpo, che ci attraversi e ci metta in contatto con il nostro corpo, o permettere che un’emozione complessa abbia il tempo di dispiegarsi, sono atti radicali oggi.

Martina Lupi

Qual è il tuo background culturale e artistico?
Vengo dalla grande stagione cantautorale italiana: Fabrizio De Andrè prima di tutti, ma anche Lucio Dalla, Pino Daniele, Lucio Battisti, Luigi Tenco, Paolo Conte, Piero Ciampi, Enzo Iannacci, Franco Battiato, Bruno Lauzi. Ho ascoltato il jazz fin da bambina e ho studiato la voce in modo classico e poi sperimentale, anche con uno dei maestri di Demetrio Stratos, il vietnamita Tran Quang Hai. Ho cercato ciò che stava sotto la tecnica, la voce prima della forma, sempre spinta da un forte senso di libertà che mi appartiene. Canto in diverse lingue non perché sia una scelta intellettuale, ma perché ogni lingua porta con sé un modo diverso di vivere il corpo e l’emozione. Fuori dall’Italia ci sono voci che sento molto vicine. Ce ne sono alcune, femminili, che hanno saputo fare della ricerca una necessità: Bjork, con la sua spiritualità sonora che riesce ad attraversare il corpo; Lisa Gerrard, la cui voce è pura vibrazione emotiva, puro archetipo sonoro; Loreena Mckennitt, che mette musica la letteratura e la tradizione con grande naturalezza e sensibilità; Joni Mitchell, che ha dimostrato al mondo come una donna possa scrivere canzoni di complessità armonica e poetica straordinaria.Cassandra Wilson, che attraversa il jazz senza appartenergli del tutto, tenendo insieme radici profonde e ricerca. Maria João, portoghese, voce straordinaria in cui tecnica e istinto coincidono in un territorio di assoluta libertà. Dulce Pontes, che attraverso il fado ha trasformato il dolore in bellezza assoluta, con una vocalità unica al mondo. E poi ci sono le voci che vengono da tradizioni sempre più lontane, che sento vicinissime nella pratica. Sajncho Namčylak, cantante tuvana della Siberia, maestra di canto armonico e della vocalità sciamanica. Una voce che non descrive il rituale ma lo incarna; Marlui Miranda, brasiliana, custode e voce delle tradizioni musicali indigene dell’amazzonia; nella sua voce il sacro è una pratica di sopravvivenza culturale. Sheila Chandra, britannica di origini indiane, che ha intrecciato la vocalità classica indiana con la contemporaneità occidentale. E Rokia Traoré, maliana, che porta nella canzone d’autore contemporanea le radici della tradizione griot dell’africa occidentale.
Sono solo alcuni degli ascolti che hanno formato la mia sensibilità artistica e ho volutamente citato artiste donne, perché è alla donna che è dedicato il mio album «Dannate Salvatrici». Ma il filo che tiene insieme la canzone d’autore italiana, la World Music, la ricerca etnomusicologica, la filosofia, la poesia, le voci che ammiro, è sempre lo stesso: la convinzione che il suono possa dire ciò che le parole da sole non riescono a raggiungere.

Cosa è scritto nell’agenda di Martina Lupi?
La promozione di «Dannate Salvatrici» che è uscito il 27 Marzo, (che ho presentato ufficialmente alla Casa del Jazz con Alessandro Gwis al pianoforte, Alessandro D’Alessandro all’organetto preparato, Manuel Petti alla fisarmonica e Mattia Lotini alle chitarre e al basso), e i vari live di presentazione. Lo presenterò anche sul palco del Lucca Jazz donna Festival il 27 agosto e lo stiamo promuovendo anche all’estero.
C’è poi Il suono della distanza, un duo con Alessandro Gwis al pianoforte, a cui tengo moltissimo. Un incontro essenziale tra voce, pianoforte, live electronics e i miei strumenti del mondo, per raccontare le infinite forme della distanza e trasformarle in emozione e bellezza. È un progetto molto richiesto nei jazz club, che guarda anche ai Festival jazz italiani e internazionali e alle rassegne del 2027. E poi c’è il progetto Tupa Ruja, che continua a evolversi. Con Fabio Gagliardi sto lavorando a un nuovo album in duo che si chiamerà Back To The Origins, un ritorno alle radici del progetto, voce e didgeridoo, a quello che eravamo quando tutto è cominciato e a quello che siamo diventati nel tempo, e lo porteremo in anteprima sul palco del PercFest 2026, a Laigueglia. Parallelamente suoneremo con la formazione estesa, in quartetto, (con Mattia Lotini alle chitarre e Stefano Vestrini alla batteria e alle percussioni), con cui torneremo quest’anno al Folkest, il Festival internazionale dedicato alla world music, dove nel 2022 abbiamo vinto il primo premio Alberto Cesa. E continuerò a scrivere e a sperimentare con la voce, utilizzandola anche senza testi, come strumento musicale a tutti gli effetti.
Alceste Ayroldi

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