Fiesole, Teatro Romano
14 luglio
Inserito nella sezione musicale dell’Estate Fiesolana e organizzato da Music Pool, il concerto degli Yellowjackets ha proposto parecchi interessanti spunti di riflessione. Innanzitutto, parliamo di uno dei gruppi più longevi in attività sulla scena attuale, essendosi costituito nel 1977. Il pianista Russell Ferrante ne è stato uno dei fondatori. Il sassofonista Bob Mintzer ne fa parte dal 1991, mentre il batterista Will Kennedy vi milita stabilmente dal 2010, dopo una precedente parentesi tra il 1987 e il 1999. Infine, il bassista australiano Dane Alderson – il più giovane dei quattro – è entrato nel gruppo nel 2015. Questi dati servono a testimoniare la solidità e l’affiatamento, non solo musicale, del quartetto.
Dal punto di vista stilistico gli Yellowjackets sono convenzionalmente collocati nella categoria della fusion. Una classificazione ambigua e fuorviante, spesso utilizzata per liquidare sbrigativamente certi contenuti come «non jazz» o «musica di serie B», senza considerare che l’ibridazione è alla base delle origini stesse e degli sviluppi del jazz. Per quanto discutibilissima, l’etichetta fusion si potrebbe meglio applicare al linguaggio di gruppi formati da musicisti di diversa estrazione stilistica. Sotto questo aspetto, si potrebbero citare le formazioni guidate dal grande sassofonista David Sanborn, recentemente scomparso, o gli Spyro Gyra. La loro musica era alimentata da un tessuto impregnato di elementi soul, R&B e funk. Al di fuori dei confini americani e in contesti ben distinti, si potrebbero poi menzionare i canadesi Uzeb, i tedeschi Passport (diretti dal sassofonista Klaus Doldinger), gli inglesi Brand X, gli islandesi Mezzoforte e i giapponesi Casiopea, ma l’elenco potrebbe continuare.

Invece, la musica degli Yellowjackets è fortemente radicata nella tradizione afroamericana e segnatamente nella sintassi e nel vocabolario del jazz. Basta ascoltare un brano come Statue of Liberty, composto da Ferrante, per rendersene conto. Su un impianto di matrice blues introdotto dal piano si sviluppa un tema guizzante e articolato, di inconfondibile derivazione bop, esposto all’unisono con il tenore di Mintzer e poi sviluppato su un up tempo agile e swingante. Per la maggior parte composto da brani scritti da Ferrante e Mintzer, il repertorio spazia da temi costruiti su melodie ariose a generosi groove che riecheggiano il soul jazz del quintetto di Cannonball Adderley. Il tutto è integrato da cospicue porzioni di improvvisazione.

Ferrante propone capaci armonizzazioni, dense di blues feeling, che creano un alveo capiente per la struttura delle esecuzioni. Poi elabora gradualmente interventi basati su block chords, efficaci accordi a due mani, e arricchiti da frasi concise. Non ricerca l’orpello o l’arabesco virtuosistico, ma indaga l’essenza. Infine, utilizza in modo discreto e funzionale la tastiera collocata sopra il piano Steinway per doppiare certe frasi e produrre una misurata gamma timbrica comprendente Fender Rhodes, organo e sintetizzatore.
Al sax tenore Mintzer esibisce un fraseggio fluido e pieno di sfumature, sostenuto da un suono corposo e ricco di sottigliezze timbriche. Ha modellato e affinato il proprio linguaggio anche sulla base delle passate esperienze con l’orchestra di Thad Jones e Mel Lewis, con la Big Band di Buddy Rich e con la Word of Mouth Big Band di Jaco Pastorius. Stilisticamente Mintzer si colloca sulla scia del grande Michael Brecker, scomparso prematuramente quasi vent’anni fa. Anche quando imbraccia l’EWI dimostra misura nel controllo del suono e nell’uso dei timbri. Infatti, l’EWI (Electronic Wind Instrument) è uno strumento a fiato elettronico collegato a un sintetizzatore, dotato di una diteggiatura simile a quella di un oboe o di un flauto dolce. In passato lo strumento è stato utilizzato da una miriade di sassofonisti, tra cui Brecker e Wayne Shorter.

Kennedy è un batterista solido, che evita fronzoli o atteggiamenti spettacolari. Piuttosto, con applicazione instancabile predilige la costruzione di pulsanti e incisivi groove, innestandovi abbondanti porzioni di swing. Non a caso, Kennedy cita Tony Williams – nella fattispecie quello del periodo New Lifetime – come la sua principale fonte di ispirazione. Rivelatore per il giovanissimo Kennedy fu l’ascolto dall’album «Believe It» (1975).
Con il suo basso elettrico a sei corde Alderson svolge una duplice funzione. Da una parte, integra il lavoro di Kennedy, occasionalmente con calibrati accenti funk e costantemente con una sensibilità ritmica che gli deriva da esperienze giovanili come batterista. Dall’altra, disegna anche linee melodiche, contrappuntando le frasi di Mintzer o di Ferrante, oppure agendo all’unisono. Si ritaglia anche uno splendido assolo, infarcito di preziose intuizioni melodiche, nella sua Fasten Up, che dà anche il titolo all’ultimo lavoro del gruppo.

Il pubblico convenuto al Teatro Romano di Fiesole ha così pienamente apprezzato un concerto denso di spunti, avvincente, gradevole e divertente al tempo stesso. Più che giustificata, dunque, l’ovazione finale tributata ai membri del gruppo.
Enzo Boddi
Foto di Gianni Pini e Giorgio Neri
