We Want Miles. Ma soprattutto vogliamo il suo coraggio

di Marina Tuni

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Le prime note di It’s About That Time dissolvono immediatamente ogni equivoco… e, all’improvviso, dagli altoparlanti arriva la voce di Miles Davis. Non una citazione, ma una presenza. È l’incipit di un concerto che non tenta di evocare un fantasma, bensì di raccontare una stagione irripetibile del jazz attraverso chi quella stagione l’ha vissuta davvero. Marcus Miller, Mike Stern, Bill Evans e Mino Cinelu non hanno bisogno di interpretare Miles: ne conoscono il respiro musicale perché ne sono stati parte.

Così si apre la prima data italiana di We Want Miles, ospitata mercoledì 15 luglio in un affollatissimo Castello di Udine per Udin&Jazz #stayhuman, trentaseiesima edizione del festival organizzato da Euritmica con la direzione artistica di Giancarlo Velliscig. Il concerto è stato introdotto dal conduttore Max De Tomassi di Radio 1 Rai, partner ufficiale della manifestazione.

Foto di Nicola Silverio per Reframed Agency

Bastano poche battute per ritrovare il clima dell’ultimo Miles. Il suono è asciutto, elettrico, nervoso. Ogni idea viene immediatamente trasformata da quella successiva. Il basso pulsante di Marcus Miller ne indica la direzione, la chitarra irruente di Mike Stern ne moltiplica l’energia, il sax elegante di Bill Evans ne amplia il respiro, mentre la tromba di Russell Gunn, dal timbro scuro e profondamente evocativo, richiama immediatamente la voce dell’ultimo Miles, pur conservando un fraseggio personale e mai derivativo. La tavolozza policroma e inesauribile delle percussioni di Mino Cinelu apre continuamente nuovi piani d’ascolto, sostenuta dal pianismo essenziale di Brett Williams e dalla batteria elastica di Anwar Marshall.

Marcus Miller appartiene a quella rarissima categoria di musicisti che hanno cambiato la percezione del proprio strumento. Dopo di lui il basso elettrico non è più soltanto il fondamento ritmico e armonico della band: diventa un interlocutore alla pari, capace di proporre idee, orientare l’improvvisazione e influenzare ogni dinamica collettiva.

Foto di Nicola Silverio per Reframed Agency

Sul palco questa rivoluzione si riconosce nella qualità delle sue scelte. A volte basta una figura ritmica per modificare l’equilibrio dell’ensemble; altre volte preferisce sottrarsi, lasciando che siano gli altri a sviluppare un’intuizione appena accennata. La sua autorevolezza non nasce dalla quantità delle note, ma dal momento in cui decide di suonarle. Non c’è mai ostentazione, né la ricerca di un protagonismo fine a sé stesso.

Il suo basso è il punto di convergenza di ciò che accade sul palco: è questa intelligenza musicale, prima ancora della tecnica, che rende possibile un equilibrio così fruttuoso tra personalità tanto diverse.

Anche il suo celebre slap conserva una naturalezza sorprendente. Quella tecnica, che in tanti hanno trasformato in una firma stilistica, nelle sue mani torna a essere semplicemente un modo di articolare il fraseggio, senza mai reclamare un ruolo diverso da quello richiesto dalla musica.

Il rapporto con Miles Davis spiega molto di tutto questo. Dopo il lungo silenzio che lo tenne lontano dalle scene tra il 1975 e il 1981, Miles Davis tornò circondandosi di giovani musicisti destinati a segnare la sua ultima, straordinaria stagione creativa. Fra quei giovani musicisti, Marcus Miller sarebbe presto diventato l’uomo che più di ogni altro ne avrebbe modellato il suono, firmando come compositore, arrangiatore e produttore album fondamentali come Tutu.

Bill Evans
Foto di Nicola Silverio per Reframed Agency

A Udine il tempo sembra perdere importanza. Quella musica non appartiene più agli anni Ottanta: appartiene ai musicisti che continuano a reinventarla ogni volta che salgono sul palco.

Ed è lo stesso Miller a raccontarlo al pubblico. Ricorda quando lui, Mike Stern, Bill Evans e Mino Cinelu costituivano il nucleo della band che accompagnò Miles Davis nel suo ritorno ai concerti dopo il lungo ritiro: erano poco più che ragazzi e si ritrovarono improvvisamente a lavorare accanto a una leggenda vivente. Miles aveva già cambiato il corso della storia del jazz più di una volta, ma non sopportava l’idea di riconoscersi troppo a lungo nella stessa musica. Scelse gli strumenti elettrici, nuovi timbri, nuovi ritmi, una diversa idea di band. Molti appassionati non compresero subito quella svolta. Lui non cercava consenso. Cercava una musica che fosse in grado di sorprendere lui per primo. E questo è stato lo spirito-guida di tutta la serata.

Mike Stern
Foto di Nicola Silverio per Reframed Agency

Stern evita qualsiasi ricerca di eleganza. Il suo fraseggio è continuamente spinto fuori asse piegando continuamente l’intonazione attraverso bending esasperati e un vibrato nervoso, mentre la saturazione della chitarra accentua ogni spigolo del suono. Evans non lo segue sullo stesso terreno ma costruisce un contrappunto, cambiando continuamente l’angolo d’osservazione della musica. Russell Gunn affronta il confronto più difficile della serata: raccogliere l’eredità della tromba di Miles Davis. Il timbro evoca con impressionante precisione quello dell’ultimo Davis; bastano però poche frasi perché emerga una voce autonoma, refrattaria a qualsiasi mimetismo.

Se Stern rappresenta il fuoco, Mino Cinelu è il colore. L’introduzione di Catembe è uno dei vertici del concerto. Con una loop machine costruisce lentamente un intreccio ritmico di straordinaria ricchezza, sovrapponendo cellule percussive fino a cancellare il confine tra introduzione e brano. Quando gli altri strumenti entrano, la musica è già pienamente in movimento. Il silenzio colmo di rispetto del pubblico sfocia in un lungo applauso soltanto quando la trama costruita da Cinelu si rivela nella sua interezza.

Foto di Nicola Silverio per Reframed Agency

Quando Miller introduce il racconto della svolta elettrica di Miles negli anni Ottanta, anche la scaletta cambia volto. Arrivano In A Silent Way, Bitches Brew e Jean-Pierre, tre pagine che, a distanza di decenni, sfuggono ancora a qualsiasi idea di classicità. Soprattutto Jean-Pierre. Il tema passa continuamente da uno strumento all’altro; ogni volta cambia inflessione, articolazione, accentazione ritmica. Rimane lo stesso, ma non viene mai pronunciato due volte allo stesso modo!

Il bis con Tutu ricorda quanto fosse radicale anche l’ultimo Miles Davis. A quasi quarant’anni dalla sua pubblicazione, quel brano continua a suonare più audace di molta musica contemporanea… e per Marcus Miller non rappresenta soltanto uno dei momenti più alti della collaborazione con Miles Davis ma è una parte della propria storia. Il celebre ostinato del basso resta immobile, ma nulla gli rimane immobile attorno: proprio perché quella figura non cambia, tutto il resto può permettersi di cambiare!

E da questo, il mio pensiero mi porta ad una considerazione: Miles Davis non ha cambiato il jazz. Ha cambiato il rapporto che il jazz aveva con il cambiamento.

Marcus Miller dimostra che si può tradire ogni nota di Miles Davis, purché non si tradisca la sua idea di libertà.

Foto di Nicola Silverio per Reframed Agency

Miles ha avuto il coraggio che pochi artisti possiedono davvero: rinunciare, più volte, alla parte di sé che il pubblico aveva appena imparato ad amare e Marcus Miller eredita da lui la disciplina del dubbio. Tutto il resto è repertorio…
Marina Tuni

 

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