Paolo Fresu, “Kind of Lives”: l’eredità di Miles Davis tra memoria, racconto e futuro
Pescara Jazz Festival – Auditorium Flaiano, Pescara, 12 luglio
Aprire un festival come il Pescara Jazz con un progetto dedicato a Miles Davis significa assumersi una responsabilità artistica non indifferente. Paolo Fresu lo fa scegliendo di evitare qualsiasi tentazione filologica, preferendo invece una riflessione personale sull’eredità del trombettista americano. Così Kind of Lives, presentato all’Auditorium Flaiano per l’inaugurazione del Pescara Jazz Festival diretto artisticamente dal Maestro Angelo Valori, si rivela molto più di un semplice omaggio: è un viaggio nella poetica di Davis attraverso il linguaggio musicale e narrativo di uno dei più autorevoli protagonisti del jazz europeo.
Nato come estratto concertistico dello spettacolo teatrale Kind of Miles, il progetto conserva una forte componente narrativa. Fresu non si limita infatti al ruolo di trombettista, ma diventa anche voce narrante, introducendo episodi della vita e della carriera di Miles Davis con brevi interventi che preparano il pubblico alla futura versione teatrale. La parola non interrompe il flusso musicale: ne diventa piuttosto una naturale estensione, offrendo chiavi di lettura senza mai appesantire il racconto.
Per affrontare un repertorio tanto vasto quanto sfuggente, Fresu ha riunito un ensemble di assoluto livello: Dino Rubino alle tastiere, Bebo Ferra alla chitarra, Filippo Vignato al trombone e all’elettronica, Marco Bardoscia al contrabbasso, Federico Malaman al basso elettrico e una doppia batteria affidata a Stefano Bagnoli e Christian Meyer. Otto musicisti divisi idealmente in due anime sonore, che riflettono le molteplici stagioni artistiche di Davis e, allo stesso tempo, alcune delle esperienze più significative dello stesso Fresu.

La struttura del concerto riprende infatti quella del recente lavoro discografico, articolandosi in due sezioni complementari. La prima, “Lights”, è quella elettrica: più energica, spigolosa e materica, guarda al Miles della svolta elettrica, ma anche alle contaminazioni rock che Fresu ha già esplorato in progetti come Heroes, dedicato a David Bowie. Qui la band costruisce paesaggi sonori densi, sostenuti dall’intreccio tra basso elettrico, tastiere, elettronica e doppia batteria, senza mai perdere il controllo delle dinamiche. L’energia non si traduce in volume fine a sé stesso, ma diventa ricerca timbrica e tensione narrativa.
La seconda parte, “Shadows”, cambia completamente prospettiva. Tornano il respiro acustico, il silenzio come elemento compositivo e quella dimensione cameristica che richiama tanto il primo Miles quanto il lirismo di Chet Baker. Il dialogo tra la tromba di Fresu e il contrabbasso di Bardoscia si fa particolarmente intenso, mentre Bebo Ferra disegna linee armoniche di grande eleganza e Dino Rubino accompagna con la consueta sensibilità pianistica.

Tra i momenti più riusciti della serata spicca una splendida interpretazione di Round Midnight, affrontata senza retorica, con un fraseggio essenziale e un uso magistrale delle pause, quasi a voler lasciare che il silenzio completasse ogni frase musicale. Di notevole impatto emotivo anche Time After Time, pagina ormai indissolubilmente legata all’universo davisiano, qui restituita con delicatezza e una sorprendente freschezza espressiva, capace di evitare ogni effetto nostalgico.
Il programma alterna naturalmente alcune pietre miliari del repertorio di Miles Davis a composizioni originali, nelle quali emerge con chiarezza la cifra stilistica di Fresu. È proprio in questi brani che il progetto trova la propria identità più autentica: non una celebrazione museale, ma una riflessione su ciò che l’eredità di Davis continua a rappresentare per il jazz contemporaneo. Il passato diventa così materiale vivo, continuamente trasformato dall’esperienza e dalla sensibilità dei musicisti sul palco.
La doppia natura del concerto – elettrica e acustica, “Lights” e “Shadows” – evita qualsiasi schematismo. Le due dimensioni dialogano continuamente, mostrando come le diverse stagioni della produzione di Miles Davis non siano mondi separati, ma parti di un’unica ricerca artistica fondata sulla curiosità e sul cambiamento. Una lezione che Fresu sembra aver fatto propria da tempo e che restituisce con grande naturalezza, senza imitazioni né manierismi.
L’apertura del Pescara Jazz Festival conferma così la capacità della storica rassegna abruzzese di proporre progetti di alto profilo, nei quali la qualità musicale si accompagna a una visione culturale ampia. La direzione artistica di Angelo Valori inaugura il cartellone con uno spettacolo che coniuga memoria, innovazione e divulgazione, offrendo al pubblico non soltanto un concerto di grande livello, ma anche un’anticipazione di un progetto teatrale che promette di approfondire ulteriormente il complesso universo di Miles Davis.

Più che un tributo, “Kind of Lives” è un atto d’amore verso un’idea di jazz in continuo movimento. Ed è probabilmente questa la lezione più preziosa lasciata dalla serata pescarese: Miles Davis non viene ricordato perché appartiene alla storia, ma perché continua a suggerire nuove possibilità di futuro.

Blues for Pino: il cuore del blues napoletano tra memoria e nostalgia
Pescara Jazz Festival – Marina del Porto Turistico, Pescara, 13 luglio
Dopo l’apertura affidata al raffinato universo musicale di Paolo Fresu, la seconda serata del Pescara Jazz Festival, diretto artisticamente dal Maestro Angelo Valori, ha cambiato completamente prospettiva. Sul palco della Marina del Porto Turistico è approdato Blues for Pino, il progetto ideato dal chitarrista e cantante Osvaldo Di Dio che prende il nome dall’omonimo album pubblicato quest’anno e nato con l’intento di rileggere il repertorio blues di Pino Daniele insieme ad alcuni dei musicisti che hanno contribuito a scrivere pagine fondamentali della sua storia artistica. Un’operazione che guarda soprattutto alla produzione degli anni Settanta e Ottanta, restituendone la forza musicale attraverso un’esecuzione impeccabile e filologicamente rispettosa, ma che finisce anche per essere attraversata da una nostalgia tanto intensa quanto, a tratti, dominante.
La formazione rappresenta già di per sé un pezzo importante della musica italiana. Accanto a Osvaldo Di Dio, autentico motore del progetto, siedono infatti Ernesto Vitolo alle tastiere, Gigi De Rienzo al basso elettrico, Lele Melotti alla batteria e Rosario Jermano alle percussioni: musicisti che hanno condiviso con Pino Daniele alcune delle stagioni più felici della sua produzione discografica e concertistica. Il loro affiatamento emerge fin dalle prime battute, con una naturalezza che nessuna prova può simulare ma che appartiene esclusivamente a chi ha costruito un linguaggio comune nel corso di decenni.
L’apertura è affidata a Je so’ pazzo, scelta quasi obbligata e insieme perfettamente calibrata. Più che rompere il ghiaccio, il brano sembra voler sancire immediatamente un patto emotivo con il pubblico pescarese, già ampiamente predisposto ad accogliere questo omaggio. L’attacco è potente, sostenuto dalla ritmica precisa di Melotti e De Rienzo, mentre Di Dio evita accuratamente qualsiasi imitazione vocale di Pino Daniele, scegliendo invece una linea interpretativa personale e rispettosa.
Il concerto procede seguendo un percorso che privilegia il lato più blues della produzione del cantautore napoletano. A me me piace ‘o blues diventa quasi una dichiarazione programmatica, con Vitolo protagonista di un eccellente lavoro all’Hammond e Di Dio che costruisce assoli misurati, sempre al servizio della canzone. La cifra stilistica dell’intero progetto è proprio questa: non la ricerca dell’effetto virtuosistico, ma il recupero di un suono collettivo, profondamente radicato nella tradizione del blues contaminato dalla cultura napoletana, quella sintesi irripetibile che fece di Pino Daniele una figura unica nel panorama europeo.

Seguono Ue man!, Musica Musica e Ce sta chi ce penza, interpretate con grande solidità esecutiva. La sezione ritmica lavora con eleganza, lasciando respirare gli arrangiamenti, mentre Vitolo conferma ancora una volta quanto il suo pianismo sia stato elemento essenziali nel definire il sound storico di quella stagione musicale. Anche De Rienzo si conferma straordinario per precisione e gusto, costruendo linee di basso che non cercano mai protagonismo ma sostengono costantemente il discorso musicale.
Uno dei momenti più significativi arriva quando Rosario Jermano prende la parola per ricordare la nascita di Terra mia, il primo storico album di Pino Daniele. Il suo racconto restituisce l’atmosfera di una Napoli creativa e inquieta, nella quale un gruppo di giovani musicisti stava inconsapevolmente cambiando il linguaggio della canzone italiana. È uno degli interventi più autentici della serata, perché non indulge nella celebrazione, ma restituisce il senso di un’avventura artistica vissuta dall’interno.

Blues for Pino, Pescara 13 luglio 2026
Naturalmente non potevano mancare Na tazzulella ‘e cafe, proposta con un groove meno aggressivo rispetto all’originale ma ricca di sfumature, Che tene ‘o mare, delicata e quasi sospesa, e Campagna, brano firmato da James Senese che amplia idealmente il racconto verso quell’universo musicale condiviso tra Napoli Centrale e Pino Daniele. Qui emerge con particolare evidenza il dialogo tra il sax immaginato dalla memoria e la chitarra di Di Dio, capace di evocare atmosfere senza cadere nella citazione.
Brano dopo brano, il pubblico risponde con entusiasmo, accompagnando molti dei ritornelli e dimostrando quanto questo repertorio continui a vivere ben oltre la dimensione del ricordo.
Dal punto di vista strettamente musicale, Blues for Pino è un buon progetto. Resta però una sensazione che accompagna l’intera esibizione. Se l’obiettivo dichiarato è riportare alla luce il blues di Pino Daniele e mostrarne l’attualità, il progetto sembra spesso preferire il terreno della memoria a quello della reinterpretazione. L’affetto, il rispetto e perfino la commozione finiscono per prevalere sulla spinta verso una rilettura realmente contemporanea. È una nostalgia sincera, mai retorica, ma così pervasiva da lasciare talvolta in secondo piano quella capacità di sorprendere che apparteneva allo stesso Pino Daniele, artista che aveva fatto della continua evoluzione il tratto distintivo della propria poetica.

Forse è proprio questo il limite – se di limite si può parlare – di Blues for Pino: essere un progetto musicalmente impeccabile e umanamente necessario, ma così profondamente immerso nel culto della memoria da rinunciare, almeno in parte, al rischio dell’invenzione. Rimane comunque un concerto di grande qualità, sostenuto da interpreti straordinari e da un repertorio che continua a rappresentare una delle vette assolute della musica italiana. Per il pubblico del Pescara Jazz è stato soprattutto un viaggio dentro una stagione irripetibile della cultura musicale napoletana, raccontata da chi quella storia l’ha vissuta davvero.
Alceste Ayroldi
*foto fornite dall’organizzazione del Pescara Jazz Festival
