Intervista a Marco Pasinetti

Il quartetto Siphonoforo è un progetto di musica originale scritta ed organizzata dal chitarrista bergamasco. Ne parliamo con lui.

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Come nasce l’idea del quartetto Siphonoforo e quale esigenza artistica ti ha spinto a svilupparlo?
Il progetto prende spunto dai miei studi per la tesi di biennio presso l’Accademia Nazionale Siena Jazz sulle formazioni bassless (dal trio di Jim Hall, Bob Brookmeyer e Jimmy Giuffre fino a quello di Paul Motian, Joe Lovano e Bill Frisell). Studiandole ho scoperto che in questo particolare tipo di formazione l’assenza del basso è una scelta che spinge l’organico a dirigersi verso territori molto aperti, dai confini duttili, ai quali ci si approccia con un nuovo senso delle spazio. Lo studio delle band di cui sopra mi ha portato così a pensare ad un progetto originale nel quale l’assenza del basso fosse vista non come un vuoto da riempire a tutti i costi ma come un’occasione per aver nuovi approcci alla forma e per dare una rafforzata importanza della melodia, oltre che per rivedere i classici ruoli degli strumenti in una formazione jazz.

Il nome Siphonoforo richiama una creatura marina molto particolare: cosa rappresenta per te questa metafora?
Il siphonophoro è un antico invertebrato marino che vive negli abissi; non è una creatura a se stante, ma l’unione di organismi interdipendenti che, non potendo sopravvivere autonomamente a quelle profondità, si uniscono dando vita a un’unica struttura vivente, senza scheletro, che assume configurazioni e colorazioni in continuo mutamento, sempre differenti e irripetibili.  Queste caratteristiche traslate in musica, condivise con dei musicisti di fiducia, super creativi  ed aperti, hanno dato origine al progetto.

In che modo cambia il ruolo della chitarra all’interno di un ensemble senza basso?
A mio parere, in assenza del basso, la chitarra si ritrova molto spazio libero nel registro grave che, dopo un iniziale horror vacui che vorrebbe riempirlo a tutti i costi, si rivela essere un’occasione unica per rendere l’armonia molto ambigua e l’esposizione delle melodie assume una caratteristica di eterea sospensione. Inoltre questo contesto fornisce un’occasione perfetta per la ricerca timbrica (anche tramite effetti a pedale) e per esplorare tecniche come il contrappunto ed il canone.

Puoi raccontarci come nascono le composizioni del progetto: partono da idee strutturate o da improvvisazioni?
Quasi tutti i brani sono nati da una mia idea iniziale, una scrittura «pura» di temi, groove e seconde voci, ma tanto lavoro è stato fatto poi collettivamente per ricercare l’arrangiamento giusto (chi fa cosa), passando le ore insieme a suonare abbiamo pian piano capito la direzione per avere poi un suono unitario che ora ci permette di improvvisare live parte degli arrangiamenti perché abbiamo provato tutti a fare le parti di tutti.  Altri brani sono invece delle impro libere, fatte in studio per puro divertimento e per liberare la mente tra un brano e l’altro.

In che modo la flessibilità ritmica e l’ambiguità armonica influenzano l’interplay tra i musicisti?
In contesti dove nessuno suona la linea di basso, senza un grande interplay la musica crolla molto in fretta. Questo perché il ritmo e l’armonia restano sospesi e si aprono ancora più spazi, quindi il grado di interplay richiesto si alza, proprio perchè manca il basso che fa da collante ritmico e armonico.

Qual è stato l’apporto dei laboratori di ricerca con Stefano Battaglia nella vostra pratica improvvisativa?
Siamo stati tutti allievi di Stefano a Siena jazz e con lui abbiamo inizialmente imparato una sorta di grammatica dell’improvvisazione libera che, una volta assorbita, ci ha aiutato moltissimo a trovare linguaggio, spazio e coerenza in contesti di improvvisazione. Inoltre con lui abbiamo lavorato sulle interazioni con altre forme d’arte e su momenti di esibizione in solo.

In che modo le esperienze con altri progetti e collaborazioni hanno influenzato Siphonoforo?
Mi hanno insegnato l’importanza del vuoto, dello spazio e del silenzio. Inoltre i leaders con cui suono e che stimo mi hanno insegnato come formare e soprattutto gestire una band.

Siphonoro
foto di Francesco Roncoli

Dove pensi possa evolversi il suono di Siphonoforo nei prossimi anni?
Son già molto contento della direzione intrapresa e mi piacerebbe andare ancora più in profondità, arrivando ad un groove senza pulsazione e ad una melodia sempre più aperta ad interpretazioni armoniche, ma senza mai perder il contatto con chi ci ascolta dal vivo, soprattutto se non ha una cultura musicale specifica.

Guardando al tuo percorso, come si è evoluto il tuo linguaggio dalla scena rock e blues al jazz e all’improvvisazione?
Sono cresciuto in ambienti rock e blues suonando con musicisti molto più grandi di me che avevano un approccio molto jazz al loro repertorio… nel senso che nei brani c’era quasi sempre spazio per le improvvisazioni e c’era molta libertà di esecuzione per cui lo stesso brano poteva dar vita a mondi completamente diversi da una sera all’altra.  Dal rock al jazz  è stata poi una una transizione graduale veicolata da alcuni chitarristi illustri che, come me, non hanno iniziato subito con il jazz… mi riferisco a John Scofield, Scott Henderson e Bill Frisell, tutti artisti che ha cominciato con il rock e che quindi hanno mantenuto quel feeling e quel suono anche una volta approdati al jazz.  In pratica per cominciare ad appassionarmi al jazz ho avuto bisogno di riconoscermi in alcuni timbri di chitarra familiari provenienti proprio dal rock blues.

C’è un momento preciso in cui hai capito che volevi dedicarti alla composizione oltre che alla chitarra?
Quando, nel pieno degli studi di jazz, ho capito che potevo crearmi della musica nella quale riconoscermi totalmente, divertirmi e quindi esprimere al meglio delle emozioni che non sempre riuscivo ad esprimere suonando la musica di altri.

Oggi ti definisci un musicista «senza limiti di genere»: cosa significa concretamente per te?
Significa che non esiste un genere di musica che mi tenga lontano a priori.. sono affascinato da moltissimi generi e ho lo fortuna di praticarne parecchi, divertendomi a mischiarne gli idiomi quando riesco.

Hai collaborato con molti musicisti e formazioni diverse: quale esperienza ti ha segnato di più?
Sicuramente i duo con Guido Bombardieri e con Tino Tracanna, perché accompagnare solisti di così grande valore su brani di Mingus e Monk mi ha posto delle sfide musicali che mi hanno fatto crescere moltissimo. Inoltre mi ha molto segnato l’esperienza con il gruppo collettivo Palomar poiché è stata la prima formazione con la quale sono andato oltre la forma tema-assoli-tema.

Marco Pasinetti
foto di Francesco Roncoli

Quanto è importante per te la dimensione della ricerca rispetto a quella più performativa?
Per me la sfera della ricerca è molto importante anche se personalmente l’ho sempre finalizzata alla performance perché non potrei vivere senza. Inoltre la presenza di un pubblico, anche in una fase di ricerca, mi mette in condizioni di continuità e di coerenza maggiori.

Quali sono le sfide principali per un musicista contemporaneo che vuole costruire un percorso personale?
A mio parere le sfide principali sono due: riuscire a seguire il proprio percorso creativo senza lasciarsi deviare dalle mode del momento e riuscire a reggere la sfilza interminabile di compromessi (anche economici) che bisogna accettare per andare avanti.
Alceste Ayroldi

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