«Black Acid Soul». Intervista a Lady Blackbird

Parla una delle grandi rivelazioni vocali degli ultimi tempi. Lady Blackbird nel mese di marzo sarà in tour in Italia: 4 a Bologna (Locomotive), 5 a Bari (teatro Forma), 8 a Matera (auditorium Gervasio con l'Orchestra Magna Grecia), 9 a Taranto (teatro Orfeo con l'Orchestra Magna Grecia), 10 a Milano (Santeria Toscana).

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Lady Blackbird Foto di Christine Solomon

Lady Blackbird, prima di entrare nel merito del tuo album d’esordio vorrei chiederti qualcosa sul tuo background. Chi sei davvero?
Ho passato tutta la vita a cantare. Diciamo pure che mi sono formata musicalmente in chiesa. È stato un lungo viaggio, e non è certo finito. Ricordo di aver iniziato a cantare quando avevo due anni, insomma tanto tempo fa, e mi sono esibita per la prima volta proprio in chiesa, a quattro anni. Ho cantato assieme a mia madre Fill My Cup, Lord. Lo ricordo ancora, come se fosse oggi. E ricordo di essermi arrabbiata un po’ con il microfono, perché aveva una di quelle grandi muffole schiumose e pensavo che a tenerlo in mano sarei sembrata sciocca. Mi piaceva esibirmi e cercavo di farlo dovunque, ovvero in tutti i luoghi che una piccola città può offrire, il che significa chiese, fiere, matrimoni e funerali. Ho dovuto affrontare tanti sacrifici, ma alla fine ciò che mi ripaga maggiormente è il calore del pubblico, di chi apprezza la mia musica.

Sei di Los Angeles?
Non proprio, abito nei dintorni. Comuque sono nata in una piccola città del Southwest. Poi mi sono trasferita a New York, dove mi sento ancora a casa, ma al momento risiedo dalle parti di Los Angeles.

foto di Christine Solomon

Non è così frequente che i musicisti di jazz usino uno pseudonimo. Quali sono i motivi di questa scelta, e perché hai scelto di ribattezzarti proprio Lady Blackbird?
«Lady Blackbird» deriva da Blackbird, la canzone di Paul McCartney. In studio mi chiamavano Lady, e a me piaceva molto: è il mio soprannome preferito. A un certo punto dovevamo registrare proprio Blackbird e qualcuno ha esclamato: «Ehi, Lady Blackbird!». La verità è che mi sono sempre sentita come la pecora nera, specialmente dopo essere cresciuta in una piccola città. Mi sono sempre distinta un po’. Però se sei una pecora puoi solo vagabondare, mentre adesso che sono un uccello posso volare via in qualsiasi terra creativa che è nei miei sogni. A parte gli scherzi, secondo me è un nome che si adatta molto bene alla mia idea di musica.

Fare l’artista a Los Angeles non è esattamente una passeggiata. Non è facile sbarcare il lunario. Tu cos’hai fatto prima di diventare famosa?
Famosa? Magari! Mi piacerebbe diventarlo. Comunque cercavo di esibirmi dappertutto, mi arrangiavo alla meno peggio. Cantavo un sacco di cover ma accettavo qualsiasi ingaggio mi offrissero. Non è stato facile, anzi. Spesso e volentieri mi chiedevo chi diamine me lo facesse fare, ma questo mestiere mi piace troppo. Già prima di diventare Lady Blackbird, quando ero ancora Marley Munroe, vivevo praticamente sul palcoscenico. Il personaggio di Lady Blackbird è il risultato di anni di dedizione, di crescita e di fallimenti, di molteplici rifiuti e di nuovi tentativi. Fin da quando ho iniziato a fare musica mi sono identificata nel mio percorso artistico e ho fatto del mio meglio per perfezionarlo. Lady Blackbird non viene dal nulla.

Ti è mai venuto in mente di mollare tutto?
Come no! Sai quante volte sono stata sul punto di darci un taglio? Credo che sia capitato a tutti, almeno una volta nella vita. Poi, quando salgo sul palco e sono davanti al microfono, mi passa tutto e mi dico che questa è l’unica cosa che voglio fare. Anche se non ho mai capito perché! All’epoca, comunque, vivevo anche scrivendo canzoni per conto terzi.

Foto di Christine Solomon

E a un certo punto la tua carriera ha preso una piega inaspettata.
Qualche anno fa ho conosciuto Chris Seefried, col quale ho scritto brani di ogni genere e stile. A un certo punto lui ha voluto cambiare rotta e mi ha portato in studio insieme a musicisti fantastici. Abbiamo registrato l’album – fatta eccezione per la voce di Blackbird e del coro su Beware The Stranger, che prende ispirazione da un classico come Wanted Dead Or Alive – al Sunset Sound nello Studio B. Il resto dell’album lo avevamo scritto e registrato nello studio di Chris circa un anno prima, riunendo lentamente ma inesorabilmente tutto questo materiale, che finalmente si stava unendo come colla. Chris ha portato musicisti fantastici come Deron Johnson, Jonny Flaugher e Jimmy Paxton, che hanno cementato il progetto in un modo che non avrei mai creduto possibile. Non li avevo mai visti né conosciuti, pensa un po’.

Nel tuo disco c’è tutto il passato della musica afro-americana, però proiettato verso il futuro. Qual è stata la genesi di «Black Acid Soul»?
Questo album è nato grazie a Chris, come ti dicevo. Sapevamo già quali canzoni sarebbero finite nell’album prima delle sedute di registrazione. 5 Feet Tall è stata l’ultima canzone scritta per l’album e ricordo che eravamo alla fine di una seduta. La registrazione è stata molto libera: ognuno aveva l’opportunità di dire la sua, non c’erano regole. Non volevamo scegliere tra le canzoni più conosciute. Per me è importante il feeling che si crea con una canzone. Mi piace dire che «Black Acid Soul» è iniziato semplicemente tornando alle origini. Rimuovendo tutto, iniziando con la mia voce e costruendo tutto da lì. Quindi è così che è partito l’intero progetto. E anche il modo di registrare è stato diverso, soprattutto perché a me piace cantare dal vivo. La scelta dei brani ha portato via molto tempo. Quindi, dal mio punto di vista, è un’operazione che serve a fondere tutte le cose che ho fatto in vita mia, perché tutto quanto fa parte di me.

Tra i brani, quello che mi ha colpito di più è Fix It.
È il primo pezzo che abbiamo scritto per questo album. Si ispira al famoso brano di Bill Evans, Peace Piece. E mentre lo provavamo, pianoforte e voce, mi è venuto spontaneo cantare il ritornello: «I’ll fix it for you, I’ll fix it, fix it, fix it for you». E tutti hanno esclamato di colpo: «È bellissimo!

Perché hai scelto proprio questo titolo, «Black Acid Soul»?
Penso che colga bene il senso della mia musica, soprattutto di quella che si ascolta in questo disco. È un disco libero, fusion. Mi rappresenta proprio perché fonde i diversi stili musicali che mi hanno influenzata. All’inizio, #Black Acid Soul era un hashtag che io e il mio produttore usavamo per dare un nome alla miscela di suoni che avremmo creato. Mi è piaciuto tantissimo, fin dalla prima volta che lui l’ha detto.

La tua voce è sicuramente fuori dall’ordinario. Madre Natura a parte, quanto studio c’è dietro?
L’unico studio che ho alle spalle è quello di aver cantato tanto, non ricordo di aver fatto altro fin dal primo istante. Chiudo gli occhi e vedo colori, e la mia voce segue questi colori. Amo cantare e lo farei dalla mattina alla sera. Però, ogni volta che posso, cerco di approfondire certi aspetti tecnici, anche se è difficile staccare da tutti gli impegni che ho adesso.

Ti senti una musicista di jazz?
Anche, ma non in maniera esclusiva. Amo il jazz, amo il rock e tutti i generi musicali. Il jazz è libertà. Quando abbiamo concepito questo album la nostra intenzione era di includere tutta la musica che ci piaceva, senza seguire uno stile in particolare. È un album libero, senza vincoli di genere.

Chi è il tuo artista di riferimento?
Ci vorrebbe l’elenco del telefono! Mi hanno ispirato in tanti, da Gladys Knight a Chaka Khan, da Stevie Wonder a Donny Hathaway, e poi Billie Holiday e così via. Hanno tutti nutrito la mia anima in questo o quel periodo e hanno praticamente messo radici dentro di me. Così riesco a tirare fuori questo o quello a seconda della necessità. Uno dei miei cantautori preferiti, comunque, resta Curtis Mayfield. Sono cresciuta ascoltando tutte queste voci. In casa c’era una piccola stanza della musica, che mia madre aveva trasformato in un piccolo studio con un apparecchio per il karaoke, con tanto di casse e microfono, e io me ne restavo da sola per ore intere a cantare Gladys Knight. Devo tutto a questi artisti: sono stati loro a farmi diventare ciò che sono oggi.

Alcuni brani del tuo disco sono stati remixati. Questa operazione ti ha soddisfatto? Ti piace l’effetto finale?
Sì, direi proprio di sì. È stato un lavoro davvero affascinante e me la sono goduta ad ascoltare le varie reinterpretazioni, anche quelle che fanno ballare. In certi casi hanno sorpreso anche me: il modo di rimaneggiare le nostre canzoni da parte di tutti è stato assolutamente geniale. Il team dei remixers è riuscito a fare un grande lavoro, amalgamando la mia musica con l’house classica o quella più esotica. E il fatto che ci sia gente interessata a lavorare sui miei brani è incredibile. Non mi ero mai resa conto di quanto amassi i remix prima d’ora.

Foto di Christine Solomon

Parliamo del tuo pubblico. Ci sono anche giovani che ti seguono?
Prima di iniziare il tour non avrei saputo darti una risposta: speravo che fossero in tanti perché non riuscivo bene a capire che tipo di pubblico avrei avuto. Poi ho visto che c’era gente di tutte le fasce di età e questo mi ha reso molto felice, perché mi fa piacere che la mia musica possa raggiungere tutte le persone, giovani o meno giovani che siano. Vedo con gioia che molti giovani seguono certi musicisti come Kamasi Washington, Celeste e altri, che trovo artisti incredibili.

L’uscita del tuo disco è stata ritardata a causa della pandemia. Hai qualche considerazione personale da fare su quanto è accaduto?
Infatti non so ancora come siamo riusciti a completare l’album. Avevo cantato al Troubadour subito prima della pandemia. Poi c’è stata la mia prima esibizione come Lady Blackbird. Ero felice e orgogliosa; orgogliosa perché sentivo che stava arrivando finalmente il mio momento. È stato terrificante, ti basti questo. E spero che sia finita. Durante la pandemia ho lavorato molto in studio non solo per me ma anche per altri artisti come Trombone Shorty.

Come vivi le tecnologie applicate alla musica?
Ah, per quanto mi riguarda la tecnologia inizia e finisce con il microfono!

E i social media? Li consideri fondamentali per la carriera di un artista?
Sì, sicuramente: Facebook, Instagram soprattutto. Anche se sono piuttosto timida e ci tengo alla mia privacy. Penso che un artista debba saper usare con accortezza i social network, per essere presente con stile e stare accanto al suo pubblico.

Ma secondo te il razzismo finirà prima o poi?
Impossibile. Fin quando parleremo di razze, non finirà mai.

Foto di Christine Solomon

Quali sono i tuoi prossimi obiettivi?
Durante i lockdown abbiamo lavorato molto. Sto già scrivendo cose per il prossimo album, ma prima voglio promuovere ben bene «Black Acid Soul». Il mio ultimo singolo, Collage, è uscito il 16 ottobre. Poi ho registrato una canzone per l’imminente documentario su Peter Case e ho appena terminato un servizio fotografico e un cortometraggio con il fantastico fotografo Tony Duran.

Alceste Ayroldi

Intervista pubblicata sul numero 864 di Musica Jazz (novembre 2022).