«Rohesia Violinorchestra». Intervista a Francesco Del Prete

Nuovo disco da solista per il compositore e violinista salentino. Ne parliamo con lui.

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Buongiorno Francesco. Partirei subito dal tuo ultimo lavoro discografico «Rohesia Violinorchestra», il cui titolo meriterebbe una spiegazione. Ce ne vorresti parlare?Buongiorno a voi, è un piacere essere ospitato da Musica Jazz. Il binomio che abbiamo scelto come titolo palesa inequivocabilmente i protagonisti dell’opera e la loro forte connessione:
– Rohesia è una linea di vini creati e prodotti dall’azienda vinicola salentina Cantele che ha scelto tale termine latino medievale, corrispondente alla pianta della rosa, per tutte le suggestioni e i simbolismi da accostare a determinate bottiglie e fragranze;
– ViolinÒrchestra invece è una parola-macedonia a cui io stesso sono giunto per riferirmi alla tecnica, che utilizzo ormai da anni, utile a creare la mia musica: un’intera orchestra realizzata con un solo violino grazie all’utilizzo di uno strumento elettroacustico a 5 corde linkato a specifiche apparecchiature elettroniche come loop station e pedaliere multieffetto.
L’accostamento nel titolo dei due termini-concetto è stato fortemente voluto per sottolineare co-creazione e co-produzione del progetto con l’azienda sopra citata: l’unione di intenti è stata evidente sin da subito.

Qual è la genesi di questo tuo progetto e quali sono gli obiettivi che ti sei prefisso?
Qualche tempo fa sono stato invitato a degustare le creazioni di Cantele, cantina vitivinicola ormai radicata sul territorio nazionale e ampiamente riconosciuta a livello internazionale, i cui marchi di fabbrica sono qualità, originalità e passione. Sono rimasto immediatamente suggestionato da approcci e intenti sinestetici adottati: trasformare i propri vini in un’esperienza multi-sensoriale attraverso l’accostamento dei calici ad altri sapori, fragranze, forme, materiali, colori, profumi è la mission della famiglia Cantele. Ma, mi sono chiesto, e la musica? O, meglio ancora, il suono? Ecco perché gli ho proposto di scegliere alcune tra le loro più prestigiose creazioni per le quali io avrei provato a scrivere delle vere e proprie colonne sonore; hanno accettato di buon grado e così, dopo aver studiato le caratteristiche uniche di ogni bottiglia – colore, note gustative, modalità di produzione, sentori olfattivi, intensità, corpo, eventuale effervescenza, nome, etichetta,… –  e averle degustate con cura, mi sono lasciato ispirare, trasportare in questo nuovo mondo che francamente conoscevo poco.

Il tema portante del disco, quindi, è il vino. Tale aspetto in che modo ha condizionato il tuo processo compositivo? Come hai tratto gli opportuni spunti?
Quella del vino è una storia che attraversa la terra e il suo amore per essa, un racconto di antiche e moderne culture, di duro lavoro e di immensa passione. Ecco perché, nonostante io non ne sia un esperto, sono da sempre affascinato dal vino e da tutto l’universo che gli ruota intorno, a partire dalla dimensione “naturale” che lo contraddistingue: dalla gestione e la cura dei vitigni fino al momento topico della vendemmia che anticipa la trasformazione dell’uva in qualcosa di magico – definito da tempo immemore e a ragione nettare degli dei – attraverso il sapiente lavoro dell’enologo, un alchimista di altri tempi che attraverso il suo intervento crea “nuove miscele” in alcuni casi correggendone anche eventuali leggeri difetti; tutto ciò viene finalmente sublimato dai benefici e dagli effetti stimolanti sul consumatore – moderato, ci si intende. Di tale mia ammirazione, di tutto il mio stupore di fronte a tanta bellezza ne è sicuramente imbevuto – probabilmente il termine più adeguato, in questo caso – l’intero album; ma, a seconda del vino preso in esame, ho adottato percorsi alquanto differenti, due esempi su tutti: mentre per il Rohesia Pas Dosé è stato per me imprescindibile sottolinearne musicalmente il suo caratteristico perlage, l’insieme delle bollicine e la sua effervescenza, per il Teresa Manara Chardonnay invece l’avvincente biografia della protagonista – donna del nord e nonna degli attuali eredi, travolta da un destino impetuoso ed appassionato che l’ha condotta in Salento verso la metà del secolo scorso contribuendo di conseguenza a creare la realtà vinicola familiare – è ­stata la scintilla ispiratrice più indicata per stimolarmi a scrivere e raccontare questa bottiglia. Confesso di essermela presa comoda: ogni bottiglia è stata al centro della scrittura per più di qualche settimana perché, volta per volta, ho preferito, letteralmente, immergermi nella conoscenza approfondita delle proprietà organolettiche e delle particolarità del vino in questione a cominciare dal nome, senza venire distratto da altre e nuove sensazioni dedicate o scaturite dai differenti vini; una volta ultimata una composizione passavo all’etichetta successiva ricominciando da zero. Per questo motivo ogni vino ha seguito strade, chiavi di lettura e interpretazioni diverse; mi auguro di aver tirato fuori un lavoro discografico piuttosto variegato pur nella sua omogeneità, cinque soundtrack percorse da suggestioni diverse che propongono la mia proiezione musicale puntuale delle peculiarità di ogni specifico calice.

Vorresti parlarci del tuo ensemble?
Come illustrato precedentemente il progetto ViolinÒrchestra può essere considerato una sorta di one man band dove un violino a 5 corde collegato ad alcune specifiche pedaliere – particolari devices atti a potenziarne e moltiplicarne le risorse – dà prova di essere autosufficiente nella costruzione di brani inediti. Ma questo non mi preclude assolutamente il piacere di avvalermi della pregiata collaborazione di valenti professionisti, nonché amici, e delle suggestioni fornite dai loro timbri personali e dalla loro poetica, necessari per arricchire non solo il lavoro discografico ma anche le mie performance live: dal pianoforte alla voce, dall’arpa al violoncello, dal flicorno alla chitarra tutti concorrono ad impreziosire la mia musica in una maniera unica. Lara Ingrosso (Arale) in qualità di cantante e producer, Marco Schiavone e Anna Carla Del Prete ai violoncelli, Angela Cosi all’arpa, Pacifico Tafuro al flicorno, Emanuele Coluccia al pianoforte e Roberto Mangialardo alle chitarre acustiche sono stati scelti con cura e coinvolti in quest’avventura in virtù di qualità tecniche e sensibilità musicali già ampiamente dimostrate nei loro rispettivi percorsi: la loro partecipazione, il loro apporto e supporto mi hanno permesso di ottenere impressioni ricercate e soluzioni musicali alternative.

Il tuo album, quindi, racconta il territorio in cui vivi: il Salento. Pensi che la tua musica possa adeguatamente descrivere il Salento?
È una domanda che girerei volentieri ai miei ascoltatori, “Quanto Salento vi arriva dalle mie note?”, e sarei proprio curioso di ascoltarne le risposte. È indubbio ad ogni modo che alcuni cliché, alcuni leitmotiv utilizzati dal sottoscritto nella scrittura o nelle improvvisazioni ne agevolino l’accostamento, se non addirittura l’identificazione: avendo suonato in lungo e in largo per anni con l’ormai famosissima Notte della Taranta è facile stuzzicare il collegamento con la mia terra inserendo nella mia musica sia veloci terzine di pizzica sia citazioni o riferimenti alla ricchissima memoria melodica popolare salentina. Comunque, dalla connessione e dall’intreccio tra la musica e una forte espressione del territorio – per l’appunto il vino prodotto da vitigni coltivati, curati e cresciuti in loco – possono solo germogliare splendide e originali opportunità per indagare e/o trasmettere specificità e tipicità esclusive di un luogo, di una tradizione, di una cultura – ogni tanto mi rammento come proprio il termine cultura derivi dal verbo latino còlere, che vuol dire “coltivare”, termine e concetto che in questo caso particolare si sposa perfettamente al nostro progetto. Ci auguriamo dunque che chiunque ascolterà il brano avrà magari voglia di gustare il vino relativo approfondendone la conoscenza; oppure, al contrario, apprezzando il calice sarà tanto stimolato ed incuriosito da ascoltarne la musica abbinata per esplorarne trame e modalità di scrittura sottese; sicuramente il proposito implicito del disco è esortare a unire le due esperienze, degustazione e ascolto, sì da sublimarne il momento, magari approfondendo la percezione di se stessi.

Quanto è importante l’improvvisazione nel tuo modo di concepire la musica?
Persino durante i miei primissimi anni di studio di repertorio classico al Conservatorio ero solito ad un certo punto chiudere lo spartito musicale stimolato dalla fortissima esigenza di tirar fuori qualcosa di personale: ecco che grappoli di note prendevano vita – con molta ingenuità sicuramente, le competenze al riguardo le avrei acquisite solo più tardi negli anni studiando altri linguaggi, jazz, etnico, pop, rock col gene dell’improvvisazione impresso nel Dna, e confrontandomi con svariate formazioni dai propositi e impulsi musicali più eterogenei – ma sincero era il mio desiderio di andare oltre il pentagramma già scritto da terzi per riappropriarmi di quella che io considero essere la prima ragion d’essere della musica: comunicare se stessi agli altri ad un livello più profondo. A questo aggiungo che il 99% delle mie composizioni non sono altro che delle improvvisazioni – mi si perdoni l’espressione simpatica – che ce l’hanno fatta, cioè idee estrapolate da ore di session improvvisate che dopo qualche giorno di maturazione superano la prova del riascolto e si guadagnano arrangiamenti mirati che le tramutano in brani veri e propri dotati di strutture e orchestrazioni adeguate. Ecco perché, molto probabilmente, se l’improvvisazione non esistesse non esisterei nemmeno io come musicista.

Perché hai scelto il violino?
Ogni tanto mi viene da pensare sia stato lui a scegliere me: ho cominciato a studiarlo all’età di dieci anni senza alcun motivo particolare ma è come se, dopo averne trascorsi svariati a conseguire ed ottimizzare competenze e capacità adeguate a valorizzare tale strumento da tutti considerato piuttosto ostico già sin dai primi passi – inutile girarci intorno, sono necessarie tanta pazienza ed una cospicua dose di forza di volontà prima di riuscire ad emettere suoni gradevoli ed intonati al proprio ed altrui orecchio tali da incoraggiarne il prosieguo degli studi – il violino stesso mi avesse magicamente svelato tutto un mondo di possibilità celate tra le sue venature; le sue caratteristiche strutturali peculiari permettono utilizzi alternativi e, di conseguenza, le più disparate e suggestive soluzioni timbriche:
– 4 o 5 corde da pizzicare con le dita e col plettro oppure da sfregare con l’archetto il quale all’occorrenza diventa anche una bacchetta percussiva;
– una cassa armonica in legno da colpire eventualmente per realizzare incastri ritmici;
– impieghi eterogenei tra il melodico, l’armonico ed il ritmico-percussivo, quest’ultimo realizzato attraverso la chop technique.
Premesso ciò viene automatico considerare che lo strumento ad arco in questione abbia ancora tanto di nuovo, inedito e straordinario da dire e da aggiungere alla letteratura violinistica degli ultimi secoli già abbondantemente documentata: mi permette quindi di raccontarmi quotidianamente attraverso infinite creative modalità di espressione, agevolando così la mia voce personale ed il mio sound originale.

Sei un musicista professionista. In Italia ti sembra che tale ruolo sia riconosciuto dallo Stato e dall’opinione pubblica?
Non quanto meritino tutto il lavoro, lo studio, l’approfondimento e l’aggiornamento costanti, la dedizione e l’investimento che sono dietro. Inutile ribadire quanto sia stato frainteso il concetto di talento innato o x-factor così millantato ed inflazionato da numerosi programmi televisivi, radiofonici o web e che contribuisce alla convinzione che esso sia l’unico componente capace di fare la differenza in ambito musicale a scapito di altri ingredienti a mio parere inderogabili ma molto più faticosi da sostenere e perorare quali studio costante, necessaria gavetta e conseguente esperienza. Se a questo aggiungiamo una classe politica, dai contesti locali a quelli più allargati, convinta che “con la cultura non si mangi” la pubblicità che ne viene fuori è impietosa. Sicuramente le cose sono cambiate rispetto ai miei primi tempi: allora si faceva l’impossibile per metter su progetti musicali che dessero voce alle istanze del momento: jam sessions formative, orchestre e band nate per occasioni mirate, prove quotidiane interminabili per metter su spettacoli che avrebbero avuto pochissime repliche, entusiasmo contagioso verso idee musicali immediatamente condivise con altri musicisti. Oggi noto che questo slancio si è più che raffreddato, certamente anche perché l’industria musicale ha cambiato le regole del gioco: mentre noi acquistavamo o ci scambiavamo il disco fisico che comportava del tempo per essere ascoltato e metabolizzato, le nuove modalità di fruizione on line hanno accelerato smisuratamente, e contemporaneamente reso più asettica, la fruizione musicale impoverendola non poco. Purtroppo questo inaridimento ha coinvolto anche l’atto della creazione musicale in sé perché strettamente correlato alla ormai celere e sbrigativa esperienza uditiva, ma questo è un altro discorso. Io cerco di non lamentarmi ma di fare il mio: ognuno deve essere figlio della propria epoca, anzi di più epoche ormai, consapevole che il mondo va veloce e cambia le carte in tavola continuamente: non si può rimanere indietro, pena la frustrazione e la solitudine.

Qual è il tuo obiettivo come artista?
Come già premesso, la mia musica nasce per soddisfare una personale ed implacabile esigenza: indagare più a fondo e sviscerare me stesso al fine di comunicare con gli altri in una maniera più profonda e consapevole, senza maschere o filtri che più o meno consapevolmente adoperiamo quotidianamente; da qui il lavoro sui miei primi due dischi da solista, «Corpi d’arco» del 2009 ma soprattutto «Cor Cordis» del 2021, che mi hanno permesso di andare al di là di ciò che l’occhio vede in prima battuta per approdare nel cuore del cuore dell’essere umano e scoprire ciò che vive oltre la superficie. Ma da qualche tempo sento anche l’esigenza di impiegare il mio violino per qualcosa di più ambizioso: uno strumento vivo e modernissimo capace di farsi prisma di vetro, lente speciale attraverso cui leggere il presente e tutto ciò che mi circonda. E proprio in quest’ottica dev’essere inteso il mio ultimo lavoro discografico, «Rohesia ViolinOrchestra»: il tentativo di decifrare, comprendere, interpretare e poi rappresentare ciò che vedo, ciò che sento, ciò che tocco con mano, anche ciò che mangio, in poche parole ciò che “vivo” in prima persona, in questo determinato caso singolarità e peculiarità esclusive di un luogo e di una tradizione, quella salentina appunto.

Quali sono i tuoi ascolti musicali e quali di questi influenzano la tua musica?
Sarà sicuramente un elenco per difetto. È innegabile riconoscere al mio violinismo un grosso debito nei confronti di tutta una scuola di archi jazz francese (Jean-Luc Ponty, Didier Lockwood…), nord-europea (Zbigniew Seifert, Mateusz Smoczyński, Adam Baldych, Stephan Braun…) e americana moderna (Billy Contreras, Christian Howes, Darol Anger, Turtle Island String Quartet, Casey Driessen, Zach Brock…), ma sono da sempre un ascoltatore onnivoro: non avendo mai avuto per fortuna alcun pregiudizio nei confronti di genere, stile, epoca o latitudine, il mio interesse spazia dalla musica classica (sicuramente i violinisti David Oistrack, Gidon Kremer e Hillary Hahn come esecutori e Schubert, Debussy e Sibelius come compositori) al jazz (il Pat Metheny Group, il contrabbassista Avishai Cohen, i pianisti Iiro Rantala ed Enrico Pieranunzi, i trombettisti Lee Morgan e Freddy Hubbard…) ad un certo tipo di world-music (Astor Piazzolla, i Taraf de Haidouks, Roby Lakatos…) fino al pop, al rock, al rap (Sting & The Police, Prince, Eminem, Lucio Dalla, Caparezza, Niccolò Fabi…); tutto questo ascolto combinato – che definire variegato è un eufemismo – ha sicuramente contribuito al mio attuale suono personale, ma soprattutto viene naturalmente fuori nel felice momento della scrittura compositiva.

Quali sono stati i momenti che ritieni abbiano maggiormente caratterizzato la tua vita artistica?
Per quel che mi riguarda l’uscita di un disco chiude sicuramente un cerchio, mette un punto fermo ad un percorso, ad una ricerca, ad un lungo intervallo di tempo, dà maggiore rilevanza, profonde un significato speciale alle energie spese per realizzare qualcosa che ha la tua firma, la tua impronta, che è frutto della tua creatività e che nessun altro realizzerebbe in quel medesimo modo, lasciandone una traccia, una testimonianza pressocché indelebile. Potrò sembrare retorico o scontato ma prendo molto sul serio il mio lavoro-passione: ecco perché i miei lavori discografici pubblicati rappresentano indubbiamente i momenti più densi di significato della mia carriera artistica. A questo ovviamente associo le performance live che ne conseguono, una dimensione inderogabile per il sottoscritto perché concede occasioni di massima condivisione degli angoli più riposti del proprio essere in sintonia con un pubblico attento e ricettivo.

Cosa è scritto nell’agenda di Francesco Del Prete?
Sono già al lavoro su nuovi brani e su nuovi concept. È un periodo molto florido e ispirato, per fortuna le idee che mi girano in testa sono tante, confortato dalla consapevolezza che il materiale più o meno grezzo da cui trarre ispirazione è attorno a me: gli spunti sono innumerevoli perché qualsiasi cellula può stuzzicare la mia fantasia, dal particolare colpo d’arco che può generare riff interessanti e stimolanti pattern ritmici alla riflessione su tematiche che mi interessano ed impressionano, producendo in questa maniera titoli mirati. Ma tutto ciò non fa altro che testimoniare il mio sfrenato ed impellente bisogno di esprimermi attraverso la mia musica.
Alceste Ayroldi