«Beams» Intervista a Dan Costa

Il giovane e talentuoso pianista e compositore pubblica il suo quarto disco. Al suo fianco alcune star internazionali del jazz: John Patitucci, Dave Douglas, Hermeto Pascoal, Mike Stern, Dave Liebman, Anne Boccato e Teco Cardoso. Ne parliamo con lui.

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Buongiorno Dan e benvenuto a Musica Jazz. Vorrei subito chiederti perché il tuo album ha questo titolo, «Beams», che in italiano dovrebbe significare fasci, raggi. Ce lo vorresti spiegare?
Sono lieto di poter condividere con voi la mia musica e il mio percorso artistico. Beams celebra la luce, innalzando le sue qualità fisiche e metafisiche, dando luce ai colori della diversità. Paw Prints inneggia alla luce degli animali, Cypress al mondo vegetale, Acalantando l’infanzia, Sparks of Motion al mondo urbano, Então all’universo rurale, Encaminho al libero arbitrio, Viewscape alla contemplazione e Beams e Stardial al mondo celeste, aprendo e chiudendo l’album. Rendiamo omaggio dunque alla luce, l’essenza di diversi concetti ed entità in una società spesso propensa a criticare invece che a esaltare, atteggiamento che in molti casi è all’origine di discriminazione e conflitto.

«Beams» è il tuo quinto disco in studio, il sesto considerando anche il live. E questo, nonostante tu non abbia ancora trentaquattro anni. Dai l’impressione di essere mosso da un’urgenza espressiva. Qual è l’obiettivo che stai perseguendo?
In realtà due di questi lavori sono dei singoli, cioè Love Dance (registrato assieme a uno dei suoi autori, Ivan Lins) e Iremia (un mio brano inciso con Randy Brecker); tre album sono registrati in studio e uno dal vivo. Tutto è avvenuto in modo naturale, dato che le mie composizioni rievocano esperienze di vita, traducendole nel linguaggio sonoro, e poi unendo diversi artisti, alcuni dei quali hanno contribuito alla mia formazione come musicista: Roberto Menescal, Leila Pinheiro, Mike Stern, Teco Cardoso, Ivan Lins e John Patitucci. Poi, suonando in diversi paesi e portando la mia musica dalla Nuova Zelanda all’Egitto (e passando per l’India, il Libano e Singapore) ho potuto osservare il potere unificante della. Non la chiamerei urgenza espressiva, ma una semplice conseguenza naturale del mio vissuto.

Tornando al tuo ultimo lavoro discografico, qual è stata la genesi di questo disco? I brani sono stati composti tutti nello stesso arco temporale?
Tutti i brani sono stati composti in luoghi che godevano di di una buona dose di luce naturale. Alcuni di loro sono stati scritti sull’isola di Paros, in Grecia, ed altri a Spalato, in Croazia, tra il 2019 e il 2022. Ho colto l’occasione per inneggiare ad alcune cause che ritengo importanti e sulle quali diverse società hanno iniziato ad agire, come i diritti degli animali, i diritti dei minori o l’intensa urbanizzazione che il mondo sta attraversando, senza dimenticare la luce naturale, che viene dal cielo e senza la quale probabilmente non ci sarebbe vita.

Le tue composizioni sono articolate, ma tengono sempre a mente la linea melodica, forse anche in controtendenza con quanto succede in ambito jazzistico negli Stati Uniti. Pensi che questa scelta sia influenzata dalle tue radici inglesi-italo-portoghesi?
Una domanda interessante. È è difficile generalizzare, per quanto esistano senza dubbio certe tendenze, come la crescente popolarità del free jazz in determinati contesti. L’impronta della musica brasiliana gioca un ruolo considerevole nelle mie composizioni, ma visto che la mia musica è spesso definita come melodica – nonostante la sua complessità armonica – lascia scorgere alcuni elementi della musica leggera italiana, della canzone napoletana o dei canti portoghesi con i quali sono cresciuto; per non parlare degli studi di piano classico che sono stati fondamentali nella mia formazione come musicista, o di altri stili della cosiddetta world music, come il flamenco o la musica indiana, che ho sfiorato.

In questo album ti sei circondato di un buon numero di musicisti di grande fama e talento: John Patitucci, Dave Douglas, Hermeto Pascoal, Mike Stern, Dave Liebman, Anne Boccato e Teco Cardoso. Ci parleresti di loro e dei motivi di tale scelta?
John Patitucci lo conosco da quando ascoltavo Chick Corea o Wayne Shorter, che la laurea in piano jazz – e non solo – mi ha portato a scoprire. John ha anche collaborato con alcuni tra i musicisti brasiliani con i quali anch’io ho lavorato, e mi sembrava che avesse la sensibilità e la grinta necessarie ai miei brani. La musica di Hermeto Pascoal, invece, l’ho conosciuta mentre studiavo all’UNICAMP, in Brasile, accorgendomi subito della complessità e semplicità di questi lavori, nonché della creatività strumentale che caratterizza Hermeto e che ho voluto riproporre nel mio disco con un suo assolo nel mio tema che vuole celebrare il mondo rurale, e che può ricordare il suo famoso brano Bebê. I colori della voce soave di Anne Boccato avevano molto a che vedere con le composizioni per le quali lei è stata invitata, mentre Paulinho Vicente è un batterista che conosce bene vari ritmi brasiliani ma ha anche la flessibilità necessaria per dare luce alla varietà delle mie composizioni, dote necessaria per uno stile variegato come il jazz moderno. Teco Cardoso, con il quale ho collaborato in tutti i miei album in studio, porta sempre grande sensibilità, mentre Dave Douglas, con il quale invece collaboro per la prima volta, ha portato la sua forte, riconoscibile identità. Infine ricordo che David Liebman, noto soprattutto per il suo lavoro nel campo del jazz più avanzato, incise  a suo tempo un album in cui eseguiva composizioni di Giacomo Puccini. Questo mi ha fatto capire che tra di noi ci sarebbe stato un solido legame. Stardial gli è piaciuta subito. Ma forse il più entusiasta è stato Mike Stern, ex-membro del gruppo di Miles Davis, la cui musica conosco da più di un decennio e la cui partecipazione in Sparks of Motion ha arricchito l’album.

Immagino che sarà difficile poter contare su questi musicisti per un tour. Come ti sei regolato in proposito?
In realtà ho spesso collaborato con musicisti che si trovavano nei diversi paesi in cui suonavo. Questo ha allargato i miei orizzonti e probabilmente è servito a dar voce a svariati altri musicisti, dando loro la possibilità di esprimere il proprio mondo sonoro e rinforzando ponti interculturali. Il jazz vive di assolo e di reinterpretazioni, e così ho potuto ascoltare i miei brani suonati da musicisti di culture diverse, che hanno portato le loro individualità pur rispettando l’essenza della musica. In certi casi, tra l’altro, sono nate anche collaborazioni c oltre le mie composizioni, come per esempio un concerto con una cantante siriana in Libano, una performance con un suonatore di sarod in India o l’aver potuto interagire con strumenti tradizionali in Vietnam.

Dopo aver ascoltato il tuo disco, ci si rende subito conto che sei un musicista che ha a cuore la tradizione jazzistica ma che vuole fonderla con il tuo sentimento musicale europeo, cercando anche una soluzione diversa rispetto al consueto approccio jazzistico. È questo uno dei tuoi obiettivi? Cosa sai di un brano prima di comporlo, e qual è il tuo processo compositivo?
Spesso ho paragonato la musica ai colori, non necessariamente in senso sinestesico ma come un insieme armonico nel quale le sfumature si completano a vicenda. Uno dei motivi che mi fanno apprezzare molte composizioni che sono considerate jazz moderno (anche se già lo faceva Wayne Shorter decenni fa) è la capacità di abbinare diversi accordi standard in maniera non convenzionale. Al contrario di ciò che accade, per esempio, nel mondo del free jazz, anche se gli accordi spesso sono simili o addirittura uguali a quelli usati nel repertorio jazzistico degli standard (melodie che venivano soprattutto da musical ma anche da canzoni francesi o italiane), qui la progressione armonica cambia, offrendo punti di vista diversi che, nel caso delle mie composizioni, raccontano le mie esperienze di vita in modo più completo. Chi ha studiato la storia della musica sa che l’armonia europea è nata in un determinato contesto da una sovrapposizione di melodie, e nella mia musica le melodie dei brani sono anche una conseguenza naturale di questo insieme, in un contesto marcato anchedalla diversità ritmica. Nel mio caso la narrazione, infatti, sfiora vari ritmi afro-brasiliani che, soprattutto in album come «Beams», vengono colorati da elementi tipici del jazz moderno, caratterizzato da diversi kicks e varietà ritmica all’interno dei brani, elementi chiave che il mio batterista ha capito e ha saputo cogliere.

Dan, il pianoforte e il jazz sono state le tue prime scelte oppure c’è stato prima qualcos’altro?
Da ragazzo mi piaceva molto anche cantare. Infatti sono stato per diversi anni membro di un coro a Montecarlo ed ero spesso invitato a cantare canzoni pop inglesi ed italiane, oppure jazz standards, a eventi culturali. Ho anche studiato canto in diversi contesti, come il Liverpool Institute for Performing Arts di Paul McCartney a Liverpool; ma in seguito, componendo e suonando, mi sono reso conto del potere della musica strumentale, ovvero sprovvista di parole, anche se alcuni la definirebbero un’arma a doppio taglio. In effetti, molti ascoltatori non musicisti si avvicinano a determinati artisti proprio grazie alle parole delle canzoni, che rispecchiano un determinato universo linguistico e socioculturale. Anche la musica strumentale lo fa, ma indirettamente, dato che le scale e le melodie usate nella musica strumentale occidentale sono diverse da quelle dei makam o ayak turchi, per esempio, però le frequenze audio sono più trasversali rispetto alle parole, il che impone all’ascoltatore un significato preciso o metaforico. Rispetto a molti altri strumenti, il bello del suonare il pianoforte sta nella capacità di abbinare melodia, ritmo e soprattutto armonia, e questo strumento si è dunque rivelato utilissimo per la composizione. Per quanto riguarda altre attività, invece, ho lavorato per diversi anni anche come docente di lingue. Mi sono laureato anche in linguistica applicata: sono cresciuto parlando varie lingue e ho vissuto in otto Paesi, quindi per me il multilinguismo è un fatto naturale. Inoltre, una laurea in filosofia e studi universitari di storia hanno illuminato la mia curiosità culturale e intellettuale.

La tua biografia, almeno dal punto di vista geografico, è piuttosto variegata. Sei londinese e hai dapprima studiato in Inghilterra, per poi trasferirti in Francia e in seguito in Brasile. Comì è andata?
Sono nato in una città cosmopolita come Londra, sì, e a casa la nostra cultura era italo-portoghese, dalla gastronomia alla musica: di rado si parlava inglese. Persino le vacanze le trascorrevamo sempre nei Paesi d’origine dei miei, piuttosto che nella campagna inglese o nella vicina Scozia, che tuttora non conosco. Ho riscoperto l’Inghilterra più tardi, vivendo a Liverpool, ma anche in Italia ho molti luoghi ancora da scoprire, come la Sicilia o la Sardegna. Poi l’adolescenza nel sud della Francia ha marcato gli esordi del mio percorso musicale, grazie anche ai lunghi studi di piano classico e jazz. Ho vissuto per qualche tempo in Svizzera e in Spagna a causa di alcune esperienze lavorative. In seguito, vivendo in Portogallo (dopo aver trascorso un anno a Liverpool, durante il quale capii che avrei preferito dedicarmi al jazz e al mondo musicale latino) mi sono laureato all’ESMAE con un inaspettato premio del Rotary Club in qualità di miglior studente. Laggiù ho studiato con alcuni dei musicisti della famosa Orquestra Jazz di Matosinhos. Ed è anche in quel contesto che mi sono avvicinato alla musica di grandi nomi del jazz moderno come Kurt Rosenwinkel, Aaron Parks, Mark Turner, Baptiste Trotignon, ma anche di leggende come Keith Jarrett, Michel Petrucciani, Charlie Parker, Bud Powell, Pat Metheny, Chick Corea, Bill Evans, Herbie Hancock e altri.
Durante quel corso, vinsi anche una borsa per approfondire le mie conoscenze in uno dei più grande centri di ricerca della musica brasiliana. Parlo dell’UNICAMP di Campinas, San Paolo, un’università accogliente dove le mie radici musicali e culturali sono tornate a unirsi. Quel contesto mi ha permesso di conoscere vari stili brasiliani poco conosciuti fuori dal Brasile, come il maracatu, e di riscoprirne altri che già conoscevo bene, come la bossa nova, alla quale avrei innepoi reso omaggio nell’album Suite Três Rios, registrato a Rio nel 2016. Ho anche scoperto vari compositori classici brasiliani meno famosi di Heitor Villa-Lobos, quali Camargo Guarnieri e Radamés Gnattali, e gruppi e musicisti jazz o di area jazzistica come il Trio Corrente, André Mehmari, César Camargo Mariano, Egberto Gismonti e André Marques. Durante la pandemia, premiato da una borsa di studio, ho anche studiato in remoto alla Berklee di Boston per perfezionare le mie conoscenze sull’industria musicale. Ho vissuto per diversi anni a Paros, in Grecia, imparando rapidamente la lingua. Il mio disco «Skyness», e il singolo Iremia sono profondamente legati a quest’esperienza culturale, che mi ha aiutato anche a capire le mie radici, anche se musicalmente ho seguito la scia dell’album precedente, che avrebbe anche portato ai successivi Love Dance e «Live In California». Poi, in Dalmazia, ho ideato «Beams».

In pratica, possiamo dire che conosci i sistemi musicali di almeno quattro Paesi. Quale di questi preferisci?
Tutti hanno le loro particolarità, sebbene appartengano comunque all’universo musicale occidentale, anche se arricchiti da altri mondi culturali. Questo è esplicito sin dagli esordi nel caso della musica brasiliana, nata secondo gli storici dalla fusione di melodie europee – soprattutto provenienti dal folklore portoghese e dall’opera italiana – con elementi ritmici africani. Per quanto tale incontro sia nato da eventi di dubbia valenza etica, ci ha lasciato un vasto crogiolo culturale del quale la musica di oggi sembra non poterne fare a meno. Penso anche a stili oltre il jazz e gli stili brasiliani, quali il soul, il r&b, il rap… che dimostrano come la musica sia capace di trasformare la disarmonia umana in armonia.

Chi è stato il tuo mentore?
Vi aspettereste forse una risposta diversa, ma il mio mentore è la Natura, che mi ha insegnato a capire le cose più profonde. Dato che ho avuto l’opportunità di vivere in diversi Paesi, a contatto con diverse culture, e di frequentare varie scuole, spesso con approcci diversi, e poi di suonare su tutti i continenti tranne l’Antartide, il vero filo conduttore in tutto ciò è la Natura, chi mi ha aiutato anche ad avvicinarmi alla verità, soprattutto in contesti caratterizzati dalla manipolazione ideologica, culturale ed intellettuale, spesso rispecchiati nella produzione artistica .

Qual è la tua formazione preferita? Intendo, solo, duo, trio, quartetto…
In realtà tutte le formazioni possono essere lodevoli. Il disco «Live in California», per esempio, coglie la bellezza del suonare in solitudine, avendo come compagni soltanto il pubblico e lo strumento, senza ulteriori filtri. Poi, certo, suonando in trio o in duo ci può essere tanta interazione, e le composizioni possono essere ricreate spontaneamente attraverso il dialogo, pur mantenendo l’ambiente intimista. In contesti interculturali, il dialogo tra strumenti apparentemente distanti quali il sarod, l’oud, il mandolino, la chitarra portoghese e il pianoforte possono dare luce a collaborazioni straordinarie. Adoro le big band, soprattutto quando tutti i membri sono coinvolti con passione, e lo stesso vale per l’orchestra sinfonica. Anche le formazioni da camera sono interessanti, e potrebbero essere impiegate più spesso nel mondo del jazz.

Dal punto di vista compositivo, a chi ti senti più vicino?
Spesso si fanno paragoni tra diversi artisti ed è bene che sia così, dato che nascere dal nulla sarebbe un po’ complicato, ma preferirei che la risposta a questa domanda venisse proprio dagli ascoltatori, data la varietà di stili che possiede la mia musica e le diverse interpretazioni che possono ovviamente emergere. In fin dei conti, l’unica volta in cui mi sono messo a scrivere un brano nello stile di un altro artista è stata in occasione di un test universitario durante il corso di jazz. Come raccontavo prima, impiego i colori del pianforte per raccontare le mie esperienze, che non sarebbero autentiche se cercassi di emulare un altro musicista. E questo persino quando scrivo una bossa nova, nonostante io conosca bene la musica di Menescal, Lyra, De Moraes o Jobim. Il vissuto di ogni singola persona è diverso.

Nel 2022, come dicevi, è uscito anche il tuo singolo «Iremia» con Randy Brecker. Cosa racconta questo brano?
In greco, il titolo significa “pace”, ed è stato ispirato dall’atmosfera dell’isola di Paros. È stato pubblicato a marzo dello scorso anno in un momento politicamente turbolento che annunciava una guerra, come ben sappiamo. Non era una composizione inedita, dato che l’avevo già proposta in piano solo su «Skyness» nel 2018, ma questa volta ho avuto l’idea di inviarla a Randy Brecker, proponendogli una collaborazione. Randy mi ha risposto dopo pochi minuti, definendo il brano «wonderful» e incidendo la sua parte negli States. Così Iremia è diventato un duo nonché un inno alla pace.

Hai collaborato anche con Ivan Lins. Com’è andata?
Gli avevo inviato una mail nel 2018 poco dopo l’uscita di «Skyness», chiedendogli un parere. La sua risposta è arrivata con un pò di ritardo, ma per fortuna è arrivata, perché alla fine è nata la nostra collaborazione. Ivan ha tante canzoni interessanti, ma io ho scelto uno dei pochi suoi brani in lingua inglese, che ha un testo con il quale mi posso identificare (il testo della versione portoghese racconta un storia un po’ diversa). Poi ci siamo visti a Lisbona per registrare due takes di questo brano, versione intimista per pianoforte e voce di un pezzo come Love Dance, reso famoso da artisti come George Benson, Carmen McRae e Sarah Vaughan, e che è stata elogiata anche dalla rivista Jazziz.

Chi è il tuo artista preferito?
Non ho né un artista né un musicista preferito, perché molti hanno contribuito ognuno a suo modo al mondo dell’arte e non sarebbe giusto escluderli. Nel mio caso, comunque, posso citare grandi artisti del Rinascimento come Leonardo da Vinci, che ci ricordano la possibilità di eccellere in diversi campi, dato che la società attuale spesso favorisce la specializzazione. Potrei parlare anche dei grandi architetti di diverse culture, che producono opere di grande fascino, oppure gli artisti che colorano la nostra vita quotidiana, facendo il loro mestiere con meraki, come si direbbe in greco. Per quanto riguarda la musica, non posso non citare il grande lavoro di sintesi portato da Bach o l’apparente semplicità della produzione di Mozart, ma anche la passione della scuola russa o i colori armonici dell’impressionismo francese, fondamentali nello sviluppo del jazz. Poi in campo jazzistico ci sono numerosi artisti, alcuni dei quali sono stati miei collaboratori, ma anche esponenti del britpop e della musica leggera italiana (per esempio Dalla e Morandi) o del mondo lusofono, che va dalle grandi voci del fado a quei coinvolgenti ritmi afro-brasiliani, frutto di esperienze collettive, i cui autori rimangono tuttora sconosciuti.

Con chi vorresti collaborare in futuro? Quali sono i tuoi prossimi obiettivi e impegni?
Ci saranno novità a breve sul mio sito www.dancosta.net e anche sui social. Dancostamusic è presente sia su Facebook sia su Instagram.
Vi ringrazio per questa intervista. A presto!

Alceste Ayroldi