Partiamo dalle origini: cosa ricordi del Beppe Cunico batterista degli anni Ottanta e quali insegnamenti di quel periodo sono ancora presenti nel musicista di oggi?
Ricordo l’energia e la passione che mettevo nella musica e l’entusiasmo di chi ascoltava le band emergenti, in quegli anni. E ancora adesso, essere credibile è la cosa più importante: niente artifici, ma suonare con il cuore.
Hai vissuto un lungo periodo di distanza dalla musica. Quanto è stato difficile accettare quel distacco e cosa ti mancava di più?
La musica, oggi come allora, rappresenta la mia spina dorsale. E in quei 10 anni bui, mi ci sono aggrappato per non cadere nel baratro di una vita materiale, con la fortuna di avere al mio fianco una moglie meravigliosa. Quello che più mi è mancato è stato il vivere con la musica. Ed è grazie a lei che sono rinato, meglio di prima.
Il titolo del nuovo album è «Flexible Chaos». Come nasce questa espressione e cosa rappresenta per te?
Il caos genera confusione, distruzione, anarchia, dittatura, ma se se lo usiamo velatamente per uscire e poi rientrare più è più volte, dai binari imposti dall’establishment politico e finanziario, dell’attuale sistema, potremmo far capire quanto importante sia il risveglio umanistico, riscoprire cosa é veramente importante nella vita. Rappresenta il mio modo di vivere le giornate, sia al lavoro, che nella musica, un impegno per riportare luce, la dove il buio avanza. Praticamente un farmaco salvavita.

Hai definito questo lavoro un percorso di reinvenzione. Da quale esigenza personale è nato?
Dall’esigenza di scrivere canzoni intense ed essere Beppe Cunico in ogni singola nota, in questa veste di cantautore.
I tre singoli che hanno anticipato l’uscita raccontano aspetti molto diversi del progetto. Perché hai scelto proprio Essere, Noi che creiamo arte e The Dirt Under Your Feet come primi biglietti da visita?
Sono tre poli che convergono all’interno del caos flessibile: non aver paura di essere se stessi, con pregi e difetti, e gridare a tutti la voglia di cantare. La bellezza di creare, dalla musica alla danza, dai dipinti ai libri, dal proprio lavoro alle passioni e la fermezza nel condannare le virate dittatoriali, guerrafondaie e razziste. Sono aspetti che dobbiamo enfatizzare il più possibile, per dare una speranza di salvezza all’umanità e salvaguardare il più possibile questa culla ospitante.
Noi che creiamo arte sembra quasi un manifesto. Qual è oggi, secondo te, il ruolo dell’arte in una società sempre più veloce e superficiale?
Rappresenta l’unico modo di evitare un frontale catastrofico, di riscoprire la consapevolezza che c’è molto di più, che l’apparire e l’ostentare. Grazie all’arte si generano emozioni, brividi che ti scuotono, ti fanno sentire VIVO.
Quanto è difficile parlare di temi sociali senza cadere nella retorica?
Molto, perché siamo invasi di retorica ed è difficile riuscire ad emergere dal pantano e far sentire la nostra voce. Le verità sono ormai sempre più distorte e solo utili a secondi fini, sia politici, che economici e di facciata.

Universo Parallelo propone l’amore come possibile salvezza. Pensi che oggi parlare di amore sia, in qualche modo, un gesto rivoluzionario?
Direi proprio di sì. In questo momento storico, la priorità dei giovani è esibirsi, soprattutto fisicamente, e seguire i dannosi stereotipi dell’era social. La denatalità è veramente preoccupante e il bisogno di amore e amare è la priorità.
Nella tua musica si ascoltano diversi richiami di generi musicali. Se tu dovessi cercare il tuo disco in un negozio, verso quale scaffale ti dirigeresti?
Innanzitutto spero ci siano ancora scaffali: non vorrei apparire presuntuoso, ma lo metterei nel “ritorno al futuro”.
Quanto hanno inciso artisti come Pink Floyd, Genesis e Steven Wilson nella costruzione del tuo linguaggio personale?
Tantissimo, soprattutto nel primo album «PLH&S», mentre nel secondo «From Now On» la mia impronta appare più nitida in «Flexible Chaos» penso di aver raggiunto una maturità personale più incisiva e originale.
Se dovessi descrivere con una sola immagine il passaggio da ingegnere del suono e produttore a cantautore, quale sarebbe?
Come una crisalide che sboccia. Io che esco da un guscio.

Guardando indietro, c’è qualcosa che diresti al Beppe che stava incidendo il suo primo disco?
No, perché è il risultato di come musicalmente ero in quel periodo, nonostante gli evidenti difetti, non lo cambierei di una virgola. Sono ciò che sono.
Cosa è scritto nell’agenda di Beppe Cunico?
Fare più live possibile, perché il palco è una gioia indescrivibile e dove posso urlare a squarciagola il mio messaggio. Poi scrivere ancora, finché sarò ispirato. Studiare sia canto che chitarra, sono un po’ troppo autodidatta e devo smussare parecchi “angoli”.
Alceste Ayroldi
