Südtirol Jazzfestival Alto Adige, dal 26 giugno al 5 luglio 2026, in varie località dell’Alto Adige

di Giuseppe Segala

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Chi frequenta da tempo il Südtirol Jazzfestival Alto Adige, sa bene che la quantità di proposte concertistiche nel cartellone non altera la dimensione familiare della rassegna, sia dal punto di vista dei musicisti che per quanto riguarda il pubblico. Il festival altoatesino diretto dal 2023 da Stefan Festini Cucco, Max von Pretz e Roberto Tubaro è giunto quest’anno a scandire la propria quarantaquattresima edizione, festeggiando tra l’altro un riconoscimento importante come l’Award for Adventurous Programming, conferito da Europe Jazz Network, la rete che riunisce i più autorevoli appuntamenti con il jazz. E proprio questa caratteristica avventurosa, senza dubbio uno degli ingredienti indispensabili per il jazz (ma anche per tutte le forme artistiche), è un aspetto di questo festival che stimola da un lato i musicisti, spesso giovani, spesso provenienti dalle scene europee, spesso poco conosciuti in Italia. Ma che alimenta pure l’interesse del pubblico, nel corso del tempo sempre più variegato, attratto dalle sorprese che la rassegna può offrire, sia sotto il punto di vista degli incontri inediti, che dei progetti e dei volti nuovi.

Insomma, all’interno di questo profluvio di concerti, c’è sempre la possibilità di fare scoperte. Come nella sezione del festival denominata Sonic Reaction, con incontri proposti dagli organizzatori a coppie di musicisti che non hanno mai suonato insieme. Quest’anno si dipanavano in sette tappe, quasi una ogni giorno, con performance della durata di mezz’ora circa. Tra questi, segnaliamo l’incontro, già sulla carta stimolante, della violinista Anaïs Drago con il tastierista (ma brevemente anche al violoncello) Kit Downes: due personalità che non si fanno intimorire dalle sfide, che hanno interagito fittamente, con notevole sensibilità empatica ed energia visionaria. Il pianoforte verticale, certamente non accordato, ha rappresentato per il musicista britannico un ulteriore motivo di sfida, non ostacolando le sue ardite articolazioni ritmiche e stimolandone l’esplorazione di impasti timbrico-melodici. Come nella tradizione del festival, i due musicisti, separatamente, erano impegnati in altre sfide: quella dentro l’ex-miniera di rame, ora Centro Climatico Predoi, nelle viscere della montagna a circa otto gradi di temperatura, dove si è svolto un solo di violino cui non abbiamo potuto assistere, ma del quale Drago era entusiasta. E quella, sempre in solo, di Downes all’organo a canne della chiesa di Gries, antico quartiere di Bolzano.

Downes è bene avvezzo alle esibizioni con gli organi di chiesa. In questa occasione, ha stupito la sua capacità di penetrare in poche ore di prove nell’anima di uno strumento complesso, che in ogni esemplare esprime una propria personalità. Senza dubbio il momento più alto del festival, nel quale il musicista ha costruito affreschi e architetture sonore sontuose, toccando vari episodi, scandagliando lo strumento nelle sue più minuziose possibilità timbriche, dinamiche, espressive. Costruendo un percorso coerente, vivace, seduttivo nel senso etimologico del termine, dove varie suggestioni si affiancavano e si stratificavano: dal barocco al contemporaneo, dal contrappunto più articolato alle ampie campiture cromatiche, dal pieno orchestrale alla più sottile voce flautata. Oltre ai grandi riferimenti, da Bach a Messiaen, nella rigogliosa e audace performance abbiamo assaporato qualche sfumatura policroma che evocava Ellington.

Drago era a sua volta presente con il proprio trio ReLeVé, insieme a Federico Calcagno ai clarinetti e Max Trabucco alla batteria. Una formazione giunta dopo un paio di anni a perfetta calibratura e coesione, con una proposta felicemente definita “instabile e danzabile” dalla stessa protagonista. Il singolare organico strumentale sviluppa impasti a contrasto, innesti tematici, asimmetrie balcaniche e suggestioni latine, con ostinati e pedali che spesso evocano le atmosfere vorticose dell’etnia immaginaria di scuola francese: soprattutto Portal e Sclavis. Anche sotto il punto di vista timbrico, nell’alternanza di clarinetto soprano e basso. Ma si aggiungono ingredienti personali nel carattere, negli impasti che spaziano su diversi registri, negli interventi solistici intensi, originali.

Matteo Paggi

Tornando alla sezione di Sonic Reaction, abbiamo incontrato altri dialoghi spontanei interessanti: ad esempio tra la bassista di origine altoatesina Ruth Goller, spesso ospite del festival, e il batterista Lukas Akintaya. Domiciliati rispettivamente nell’area londinese e in quella berlinese, dove ricevono larghi apprezzamenti, i due musicisti hanno alimentato una densa connessione guidata in particolare dal disegno preciso, sinuoso, ricco di sfumature del basso elettrico, ispirato alle istanze stilistiche più recenti che trovano terreno fertile nei club delle capitali europee. Oppure l’incontro del trombone di Matteo Paggi con l’arpa della francese Rafaëlle Rinaudo, che ha dato vita a un gioco perfettamente calibrato, sia nella capacità di variare gli episodi, con palleggio di ruoli e di caratteri che sembravano frutto di lunga frequentazione, che negli impasti strumentali, con l’arpa che passava dal suono acustico a quello elettrificato dei riff rock e il trombone ricco di una variegata tavolozza. Non sembrava davvero una prima volta.

Nella logica descritta sopra, della presentazione di uno stesso musicista in varie situazioni e dosaggi, il trombonista marchigiano, già collaboratore del Fearless Five di Enrico Rava, era presente sia con la propria formazione Giraffe (purtroppo non l’abbiamo potuta ascoltare), che nell’accompagnamento di una serie cortometraggi muti amatoriali, realizzati dal 1932 al 1935, provenienti dalla Filmoteca de Catalunya. Al Filmclub di Bolzano, insieme al trombone e alla consolle elettronica (ma pure alla chitarra) di Paggi c’era Andrea Grossi al contrabbasso, al basso elettrico ed effetti. Tra gioco mimetico e dialogo/commento sonoro delle pellicole, tra cui c’era un “Poema Homeopàtic”, ispirato al surrealismo catalano di quel periodo storico, i due musicisti hanno saputo rapportarsi con acume e sensibilità alle proiezioni. Per completare la conoscenza di Paggi, musicista dai molteplici ingegni, c’era il duo Diasilla, con il sound design e l’elettronica di Matteo Stella. Dentro un ampio capannone di cemento armato nella zona fieristica di Bolzano, i due protagonisti hanno dato vita a un’esplorazione che pescava nella memoria di una lunga amicizia, con un viaggio onirico/elettronico dilatato, tra sperimentazione e tradizione.

L’edizione di quest’anno del Jazzfestival è stata aperta dal grosso organico della Supersonic Orchestra guidata dal batterista Gard Nilssen, che in una compagine prevalentemente norvegese vedeva la presenza di tre batterie, tre contrabbassi (tra cui lo svedese Petter Eldh e Ingebrigt Håker Flaten), sei ance tra sassofoni e clarinetti, due trombe e due tromboni. Si può immaginare quanto tale organico fosse in grado di sviluppare energia a volontà, talvolta con un eccesso di esuberanza. Ma attraverso l’innesto dosato di sezioni e sottogruppi, la musica spaziava in un’ampia e contrastata gamma dinamica, con risultati articolati, spesso interessanti, sia sotto il punto di vista compositivo che nell’improvvisazione. Certo, talvolta l’abbondanza dei materiali interferiva con una coerenza narrativa leggibile, ma nel complesso la proposta è convincente, talvolta avvincente.

Anche la grossa orchestra di Nilssen si declinava nel corso del festival in diversi sottoinsiemi, che comprendevano di volta in volta le tre batterie, due o quattro fiati, un trio rodatissimo come quello guidato dal pianista Håvard Wiik, con Ole Morten Vågan al contrabbasso e Håkon Mjåset Johansen alla batteria, e il quartetto Team Hegdal. Quest’ultimo, con il sassofonista tenore e clarinettista basso Eirik Hegdal, lo stesso Nilssen alla batteria, Eivind Lønning alla tromba e ancora Morten Vågan al contrabbasso, ha attirato la nostra attenzione per la fluidità della musica e la forza degli interventi solistici. Spesso l’impostazione dinoccolata ma rigorosa e i temi sghembi ricordavano lo storico quartetto di Ornette Coleman. Poi, quando Hegdal passava al clarinetto basso, c’erano evidenti allusioni a Eric Dolphy. Nel repertorio, il tema bop di “Perhaps” ricordava in modo fulminante, aforistico il legame tra Charlie Parker e Ornette.

Altro appuntamento consueto del festival è quello nello spazio della struttura Stanglerhof di Fiè allo Sciliar, dove quest’anno è stato presentato il risultato del laboratorio Euregio Jazzwerkstatt, attività che prosegue ormai da molti anni e che alimenta il lavoro di giovani musicisti delle aree tra il Trentino-Alto Adige, il Tirolo e la Svizzera. Quest’anno l’ensemble ad organico variabile era composto dalla vocalist altoatesina Laura Zöschg, dalla chitarrista e vocalist trentina Chiara Chistè, dalla sassofonista austriaca Yvonne Moriel, ancora dalla bassista e vocalist Ruth Goller e dal trombettista altoatesino Felix Nussbaumer. Musica ricca e trasparente come una tela di ragno, invenzioni delle voci che sondavano modalità, emissioni e stesure ispirate a differenti stili e aree culturali, esplorazione di strumenti inusuali autocostruiti, come la tromba ad ancia. Stimoli e passione provenienti dalle generazioni nuove.

Ruth Goller @ Zak Watson

Il basso elettrico preciso e vibrante di Goller era presente pure nel coeso, esplorativo quartetto con Giovanni Iacovella alla batteria ed effetti, Nicolò Ricci al sax tenore, Francesco Diodati alla chitarra. L’esordio della formazione, preceduto da una sola altra data nel Veneto, è all’insegna di un’esplorazione rivolta al senso dello spazio e alle risonanze interne del gruppo, con l’uso dell’elettronica e dei suoni elettroacustici che sembra allacciarsi alle esperienze psichedeliche degli anni Sessanta, in particolare di Syd Barrett e dei suoi Pink Floyd. Naturalmente sviluppando un tracciato personale, dove ritmo e intrecci melodici prendono altre direzioni, scoprono altre tavolozze.

Ultima, ma non meno importante, la presenza del trombettista e polistrumentista germanico Matthias Schriefl, anch’essa ormai una consuetudine, che nella cornice massiccia del Forte di Fortezza ha portato a interagire i suoi musicisti brasiliani con la Banda Musicale di Sciaves, in un  viaggio tra la sua terra, l’Allgäu, alla volta del Brasile, passando dal Tirolo. La capacità di mettere in relazione polarità apparentemente opposte, di connettere registro alto e basso con spirito dissacrante, ma sempre con grande intelligenza e lucidità compositiva, era in risalto anche in questa occasione: un vero invito a nozze per Schriefl. L’agilità di squisita fattura jazzistica del suo fraseggio alla tromba, all’Alphorn, alla tuba, navigava con il vento in poppa sull’austera e solida articolazione della banda, sulla spinta ritmica più sbarazzina, a tratti funk, dei brasiliani. Capacità di sintesi e sorpresa costante, eleganza nella dissacrazione hanno sempre distinto il lavoro eccellente di questo musicista.

Giuseppe Segala

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