«1000 Smiles» nasce come risposta al caos contemporaneo: quando hai sentito per la prima volta l’urgenza di trasformare questa sensazione in musica?
Questa sensazione nasce da diverse riflessioni sulla vita di tutti i giorni. Oggi ogni cosa viene consumata molto velocemente senza nemmeno il tempo di capirla o interiorizzarla. Non si dà più tempo agli album, alle opere d’arte, alle persone. Oggi bisogna dire ‘tutto’ nel minor tempo possibile e questo modus operandi rischia di lasciare indietro parecchie persone che avrebbero molto da dire ma riflettono molto prima di elaborare un pensiero concreto.
Nel disco parli di gratitudine come “postura” più che come gesto formale: in che modo questa idea ha influenzato concretamente la scrittura dei brani?
È un modo di porsi alla vita, ed è quello che da qualche anno provo ad adottare indipendentemente dalle situazioni. Avevo bisogno di tramutare quest’attitudine in musica. Sono molto grato di poter fare della musica il mio lavoro, di poter collaborare con dei musicisti incredibili, di creare la musica che mi piace senza cercare necessariamente un compromesso ma anche di sapere che in tutto il mondo c’è gente che compra i miei dischi ed ascolta quello che faccio. Tutte queste ‘gioie’ meritavano di essere messe in musica.
Hai definito la ricerca dell’armonia quasi come una presa di posizione politica ed estetica: oggi creare musica “calma” può essere un atto rivoluzionario?
Assolutamente sì! La musica ha una sua funzione che si declina in base all’ascoltatore. Creare atmosfere rilassate o introspettive è un modo di impegnarsi e di stimolare un ascolto attento da parte del fruitore. Credo anche che le sensazioni che genera la musica siano molto soggettive: quello che a me può sembrare calmo o melanconico ad altri può suonare felice e spensierato.
Qual è il tuo rapporto con il jazz?
Ho un grosso rispetto ed amore per il jazz. È l’unico genere che tira fuori il sentimento più profondo da un artista grazie alla libertà espressiva che lo caratterizza. Mi sono avvicinato al jazz grazie all’hip hop ed al campionamento. Da sempre nei classici hip hop si campiona il jazz, basti pensare ad Ahmad Jamal campionato da Pete Rock e J Dilla. Da Madlib che ha rivisitato i classici di Blue Note o da Guru con i suoi Jazzmatazz. Inoltre colleziono dischi da quando andavo a scuola ed artisti come Michel Petrucciani, Chick Corea, Keith Jarrett, Bill Evans mi hanno introdotto allo studio dello strumento.

Qual è stata la scintilla iniziale da cui è nato «1000 Smiles»?
La voglia di prendere le distanze dal concept del mio disco precedente, «Elsewhere» (2024) dove analizzavo tutto il ciclo vitale con riferimenti al cosmico di Sun Ra. Credo il concept sia stato un po’ troppo travisato da stampa e addetti ai lavori come un focus su quello che ci attende dopo la materia vivente, quindi volevo cambiare rotta con un messaggio positivo.
Nel disco convivono jazz contemporaneo europeo, black music, suggestioni brasiliane ed elettronica: come riesci a mantenere tutto così organico e coerente?È merito della mia attitudine da producer e dal mio background hip hop. Come dicevo prima, ho iniziato a fare musica campionando dischi. Ancora oggi il campionamento è per me una disciplina fondamentale, simbolo di cultura e di omaggio a capolavori dimenticati, mai scoperti e mai veramente valorizzati. Ascolto tantissima musica ed ho davvero moltissimi dischi, coniugare diversi linguaggi è frutto dell’ascolto attento e dello studio come produttore.
Feliz anticipava già il clima luminoso del disco: perché hai scelto proprio quel brano come primo singolo?
È un brano diverso da tutti quelli dell’album e da tutti i miei brani precedenti. Le sue atmosfere si rifanno alla musica brasiliana grazie al tema vocale ma con la ritmica di Dilla ed un secondo tema di fiati che sembra uscito da un disco di Shabaka. La trovo una composizione parecchio originale ed il titolo richiama il concept dell’album.
La copertina sembra quasi una cartolina meditativa: che dialogo esiste tra l’immaginario visivo e la musica di «1000 Smiles»?
Con l’art director Enrico Dalla Vecchia volevamo rimanere coerenti con le atmosfere del disco ed avere una palette di colori che richiamasse il concetto di calma e positività. Così a gennaio siamo andati in Grecia, in una Santorini praticamente deserta. Essendo una meta prettamente turistica l’assenza di persone ci ha permesso di sperimentare diversi stili di fotografia e sfruttare meglio la luce e le geometrie sinuose del posto.
Ti senti più vicino alla figura del producer contemporaneo o a quella del musicista jazz tradizionale?
Principalmente sono un producer quindi mi reputo più un architetto del suono. Sono molto più ispirato da producers come Knxwledge, Terrace Martin, Madlib, J Dilla, Flying Lotus ma anche dalla nuova scena del jazz che attinge dall’hip hop come Robert Glasper.
Essere una “one man band” oggi è più una libertà o una responsabilità?
Sono stato tra i primi producer a fare dei dischi strumentali in Italia, dai beat-tapes ai concept album coinvolgendo tantissimi musicisti quindi per me è motivo di orgoglio ed è una grossa responsabilità. Molta gente mi riconosce questa cosa, il fatto che nonostante non faccia musica ‘da classifica’ sia riuscito a creare un ecosistema sostenibile per elevare la figura del produttore ad artista principale.

Hai quasi 25 milioni di streaming e un forte seguito internazionale. Quanto è importante essere ascoltato sulle piattaforme per una ricaduta positiva anche nei live?
Gran parte dei miei ascoltatori proviene da tutto il mondo – dal Giappone agli States – l’Italia è in fondo alla top 10. Nonostante ciò non ho mai avuto modo di suonare fuori dall’Italia eccetto una data a Parigi, dove ho avuto una grande risposta. Finalmente questo 18 Giugno presenterò il disco a Londra, in full band. Son super curioso di vedere quale sarà la risposta. In Italia invece ho sempre avuto una buona affluenza, ultimo il sold-out al Jazz MI x Apple Music nel 2024.
Cosa hai imparato dalle collaborazioni con artisti come Ivan Conti “Mamão” e DJ Harrison?
Quello che si impara dalle leggende: umiltà, dedizione e rispetto per il lavoro. Non avrei mai pensato di collaborare con due dei miei artisti preferiti di sempre, ma la loro disponibilità e l’attenzione verso il mio progetto mi ha riempito di felicità. Per far collaborazioni di rilievo nel nostro paese non basta solo la musica ma serve far parte di determinate cerchie e giri; fuori dall’Italia la musica è l’unica cosa davvero importante che abbatte ogni barriera.
Oggi la musica strumentale sta vivendo un momento di rinnovata attenzione: secondo te perché?
Secondo me l’attenzione non è mai scemata davvero, c’è sempre stato un grosso fermento di musica strumentale. Dalla classica library music, di cui noi italiani siamo tra i principali esponenti a quella più elettronica che con i sottogeneri come il lo-fi ha donato una ventata d’aria fresca alla musica funzionale. In Nord Europa e USA ci son tante etichette e rappresentanti della scena strumentale, soprattutto beat. Su questa scia, ho fondato nel 2021 la mia etichetta Rivamare Records – un hub discografico per produttori di musica strumentale hip hop e jazz moderno.

Qual è il significato del titolo «1000 Smiles» e di Alsogood?
Il mio nome prende ispirazione da un brano a cui sono molto affezionato: ‘All Good’ dei De La Soul assieme a Chaka Khan. 1000 Smiles invece, è la mia risposta lì dove non arrivano le parole e basterebbe un sorriso, o forse mille. Ma vuole essere un gioco di parole; si può leggere in inglese ma anche in italiano ‘Mille Smiles’. Ho voluto inserire la numerazione perché è molto internazionale e rende il tutto più identitario.
Quali sono i tuoi prossimi obiettivi artistici e non?
Vorrei focalizzarmi nuovamente sul produrre per interpreti e condurre sessioni di scrittura e registrazione. Sento che posso dare un apporto importante in termini di gusto e ricerca anche per progetti più ‘mainstream’. Sto lavorando anche come samplemaker per produttori molto importanti. Il mio sogno infine, è fare un album Soul, richiamando le atmosfere di alcuni dei miei artisti preferiti come Stevie Wonder, Marvin Gaye ma anche di artisti come Vickie Anderson, Deniece Williams, Marlena Shaw.
Alceste Ayroldi
