«Incanti e disincanti». Intervista ad Armanda Desidery

Parliamo con la pianista e compositrice partenopea del suo ultimo disco e di tanto altro.

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Buongiorno Armanda e benvenuta a Musica Jazz. Vorrei iniziare dal titolo del tuo disco «Incanti e disincanti». Immagino che abbia un certo significato per te, per la tua vita artistica e per la tua  musica. Vorresti spiegarcelo?
Sono molto felice di poter parlare di questo mio nuovo disco con te. Come probabilmente avrai intuito sono, a mio modo, una donna e una musicista piuttosto «romantica»: la musica rappresenta per me un mezzo di espressione emozionale molto forte. Questo disco racconta, attraverso le varie composizioni,  i momenti e le sensazioni che ho vissuto negli ultimi anni: gioia, serenità, ma anche momenti di nostalgia, tristezza e grande… disincanto.

Dal tuo precedente lavoro sono trascorsi otto anni, non pochi. Cosa è successo in questo periodo di tempo?
In realtà avrei  voluto e dovuto registrare questo disco già da diverso tempo, ma ho incontrato molti ostacoli non previsti sul mio cammino: problemi di organizzazione, ma soprattutto diversi problemi personali. Anche  per questo oggi sono molto felice di essere riuscita a realizzare questo disco: per aspera ad astra!

Anche la copertina è molto bella e particolare. Da chi è firmata?
E’ firmata da una fotografa bravissima, un’artista che stimo e ammiro molto: Elisabetta Fernanda Cartiere. Con Elisabetta abbiamo parlato a lungo della copertina, di quello che avrei desiderato trasmettere con l’immagine: energia, forza, intensità. Una sorta di figura onirica che potesse rappresentare tutte le sfumature e le atmosfere contenute nel disco.

La tua musica è cambiata, ma ci sono sempre delle tinte latine. Cosa ti lega al latin jazz?
La mia passione per il latin jazz parte da lontano.  Ho iniziato ventenne a suonare con un’orchestra cubana, quasi per caso. Da subito, ho avvertito una familiarità incredibile con il loro linguaggio musicale: come se avessi da sempre suonato su quelle ritmiche, in quel mood. È stato  molto divertente e stimolante suonare salsa e timba, ma amo ancora di più l’unione delle armonie più ricche e complesse, quelle più «aristocratiche» del jazz, con le ritmiche ancestrali, calde, fisiche, tipiche della musica afro-cubana. Trovo irresistibile che su un accordo alterato, venga voglia di ballare: per me questa è pura magia, è il latin jazz!

Mentre in Qualcosa in più si ascolta l’Armanda Desidery degli esordi discografici («La Stanza dei colori»), più vicina a un linguaggio europeo.
Sì, è vero. Qualcosa in più  è una sorta di bulerías, un mio modesto omaggio al flamenco che tanto amo. Sia l’intro che il brano, in realtà, si discostano molto dalle altre sonorità del disco ma non potevo non inserirlo: è un brano che amo molto. Comunque credo che la mia visione del latin jazz e della musica in generale (e non solo della musica),oggi,  si sia  notevolmente ampliata. Mi sento più libera, meno schematica, meno vincolata da tutti i punti di vista.

E questa volta sei approdata anche al tango con Loredana’s Tango (nome, peraltro, già presente in un brano di «Blackmamba»), per poi passare al funk/R&B di Always Up. Mi sembra che in questo disco tu abbia voluto declinare diversi idiomi, quasi per non farti riconoscere.
Sono tutti idiomi che sento miei. Proprio a questo facevo riferimento prima: sento una visione della musica più aperta, avverto meno «steccati» rispetto a qualche anno fa.  Oggi ho solo voglia di esprimermi, di sperimentare, di mettermi alla prova ed è quello che ho cercato di fare in questo disco. La verità è che amo suonare generi diversi, ascolto tanta musica , amo sonorità molto  disparate e questo inevitabilmente si riflette  anche nella scrittura delle mie composizioni. A proposito del nome Loredana, già apparso nel mio primo disco, è il nome delle donne più importanti della mia vita: mia madre e mia figlia. Il tango è dedicato a loro.

Ci parleresti dei tuoi compagni di viaggio?
Con immenso piacere. Per questo disco, ho coinvolto diciannove musicisti, tutti bravissimi. Ognuno diverso, con un proprio stile personale. Ho scelto accuratamente ogni musicista a seconda delle sonorità che avevo in mente e che volevo ottenere. Vorrei menzionare innanzitutto, con immensa gratitudine e affetto, i musicisti con cui ormai suono da diverso tempo: Emilio Silva Bedmar al sax tenore, Domenico De Marco alla batteria, Guido Russo al basso e Gerardo Palumbo alle percussioni.  Sarebbe opportuno menzionarli tutti perché è soprattutto grazie a loro se oggi posso sentirmi felice e soddisfatta di questo disco: Gianfranco Campagnoli, tromba; Pierpaolo Bisogno, vibrafono e percussioni; Raffaele Carotenuto, trombone; Michele Iaccarino, chitarra;  Agostino Mennella, batteria;  Davide Costagliola, basso elettrico;  Umberto Lepore, contrabasso;  Emiliano Barrella, batteria;  Roberto Natullo, cajon;  Raul Cardoso, baby basso; Giancarlo Ciminelli, tromba;  Roberto Schiano trombone; Fiorenzo Di Palma percussioni; Luigi Fichera, violino; Leonardo Massa, violoncello.

Qual è stata la genesi di questo disco dal punto di vista compositivo e organizzativo? I brani li avevi già nel cassetto?
Alcuni brani li avevo già composti  da tempo, altri come Always Us, That’s My Answer, Qualcosa in più, sono nati proprio pensando  a questo disco. Comunque anche  i  brani  scritti da tempo sono stati modificati e rielaborati. Per quanto riguarda l’organizzazione devo ringraziare Bruno Savino ( Soundfly/no words), che ha creduto in me ed ha reso possibile la realizzazione di questo  lavoro. Produrre oggi in Italia un disco di latin-jazz,  esclusivamente strumentale e con brani originali, richiede un notevole coraggio!

Armanda Desidery

A parte questo vuoto di otto anni, tu non sei di certo una musicista che sforna dischi a profusione, come invece accade da qualche tempo a questa parte. Quali sono gli elementi che ti convincono che il disco sia pronto per essere dato ai posteri?
Ho scritto molte composizioni in questi anni,  addirittura canzoni con testi scritti da me: avrei potuto pubblicare almeno altri due dischi diversi tra loro, ma sono molto esigente con me stessa. Devo sentire profondamente che ho «qualcosa da dire» e da dare. In un momento in cui sembra essere indispensabile essere sempre presenti a tutti i costi e a prescindere dal contenuto, mostrarsi anche senza avere nulla da condividere, io seguo la direzione opposta.

Tu sei una musicista che non sgomita di certo per suonare in giro, forse anche piuttosto schiva. Questo comportamento è una tua filosofia di vita, un atteggiamento di ribellione a un sistema che non approvi o altro?
Bellissima domanda e in pratica hai già elencato tutte le mie risposte. Sono schiva, riservata, non amo sgomitare per ottenere opportunità o attenzioni.  La mia filosofia di vita è godere della bellezza che la vita mi riserva, lasciare spazio a me, agli altri  e, soprattutto, non farmi coinvolgere o sminuire da un sistema che non sento mio e che mi piace sempre meno.

Comunque, come ti «promuovi»?
Voglio essere onesta con te: mi promuovo pochissimo e malissimo! (ride, N.d.R.). È evidente che non sia adatta a promuovermi da sola; infatti sono alla «disperata» ricerca di un’agenzia di booking. A parte gli scherzi, la promozione richiede competenze,  tempo e attitudini che temo mi manchino.  In fondo, però, sono un’ottimista e penso sempre che, prima o poi, qualcosa di bello e inaspettato possa succedere.

Armanda, quali sono le tue figure artistiche di riferimento?
Tante e diversissime: dalla  musica classica, al jazz, al pop, al rock. In realtà più che figure di riferimento,  ci sono artisti, musicisti che amo, che ascolto,  che mi emozionano. Ammiro profondamente e visceralmente Brad Mehldau,  lo reputo un artista geniale! Ovviamente Herbie Hancock: immenso, mai scontato, ancora oggi un vero innovatore. L’elenco comunque è veramente troppo lungo. Michael Brecker è uno dei musicisti più sconvolgenti mai ascoltati live, che amo moltissimo; così anche  Joshua Redman, Pat Metheny. Glenn Gould, che mi stupisce ogni volta che lo riascolto. Per non parlare  di Keith Jarrett, Wayne Shorter, Tom Harrell, Danilo Perez, Pino Daniele, Sting, Chick Corea, Jaco Pastorius, Weather Report, Pink Floyd, Steps Ahead, Kenny Kirkland, John Scofield, Paco De Lucia. E, naturalmente, il grande genio che è stato John Coltrane. Ammiro molto  anche  pianisti italiani che reputo straordinari, come Stefano Bollani, Dado Moroni, Danilo Rea. Basta, mi fermo qui altrimenti non la finisco più, sono troppi. Impossibile elencarli tutti.

Sei una pianista, sei una jazzista. Quali sono le barriere che trovi nello svolgere la tua attività professionale in Italia?
In Italia, per quello che ho percepito in questi anni, è preferibile  essere etichettati in un genere molto specifico: inquadrare  facilmente  un progetto  musicale, definirlo, è evidentemente, come dire, rassicurante, quasi indispensabile per poter suonare ed essere presi in considerazione per festival e rassegne. Non basta presentare un progetto curato e valido, al di fuori di generi e schemi. Tutto ciò che spazia in un ambito magari meno riconoscibile, meno consueto,  non viene quasi mai preso in considerazione. Per non parlare della passione tutta italiana verso i musicisti d’Oltreoceano.  Non ti nascondo che affido tutte le mie speranze nella «y» finale del mio cognome, che potrebbe farmi passare per una musicista straniera e non partenopea. In Italia ci si muove spesso per schemi, purtroppo anche nella musica. Naturalmente, le mie sono considerazioni molto personali, basate esclusivamente sulle mie esperienze di questi ultimi anni. Potrei anche sbagliarmi…

Armanda Desidery

Il tuo background artistico è, in qualche modo, legato anche alla tua famiglia. Ce lo vorresti raccontare?
Mio padre, Gianni Desidery, è stato un musicista molto preparato, apprezzato  e anche un docente  molto amato e stimato. Ho imparato fin da piccolissima  a leggere le note ancora  prima di imparare a leggere le parole. Anche mia madre  suonava la chitarra e cantava: ho respirato musica fin da bambina. Ho iniziato a  suonare prima la batteria a cinque anni e, in seguito,  il pianoforte a nove. Devo dire che sono stata molto fortunata a nascere in una famiglia in cui l’arte e la musica sono state sempre considerate elementi fondamentali e, addirittura, indispensabili per la crescita. Questo vissuto mi ha enormemente condizionata e formata. Se oggi sono una musicista,  ancora innamorata della musica,  lo devo molto ai miei genitori.

Quali sono i tuoi obiettivi come artista?
In fondo i miei obiettivi non sono molto cambiati in questi anni: continuare ad amare e rispettare l’idea che ho della musica; rimanere fedele a me stessa, divertirmi ed emozionarmi ancora a suonare; scoprire e conoscere cose nuove, magari collaborazioni con musicisti  che ammiro; comporre, registrare altri dischi  (ma solo se sento di avere qualcosa da dire) e magari viaggiare di più.

Cosa è scritto nell’agenda di Armanda Desidery?
Qualche concerto con il mio quartetto,  poi un concerto-presentazione del disco, con ripresa video a ottobre a Napoli, presso l’auditorium  Novecento, con tutti ( o quasi) i musicisti che hanno suonato in «Incanti e disincanti». Sarà un evento per me molto importante ed emozionante. Sto anche pensando a un nuovo progetto, per la prima volta, con una voce, quindi non solo strumentale. Per ora non voglio anticipare niente: sono napoletana e si sa che noi siamo un pochino scaramantici (ride, N.d.R.). Comunque tra tante cose,  idee, progetti,  una parola su tutte prevale sempre e comunque nella mia agenda: Musica!
Alceste Ayroldi

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