Eddie Piller: Jazz On The Corner

di Marta «Blumi» Tripodi (foto di Tobias Stahel)

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Martin Freeman e Eddie Piller (foto di Tobias Stahel)
Martin Freeman e Eddie Piller (foto di Tobias Stahel)

Eddie Piller, il fondatore dell’etichetta Acid Jazz Records festeggia trent’anni di attività con una compilation e molte nuove idee.

La prima domanda che tutti si fanno, guardando la copertina della compilation «Jazz on the Corner» che celebra i trent’anni della seminale Acid Jazz Records, è questa: che ci fa Bilbo Baggins della trilogia dello Hobbit sulla copertina del disco? No, non è uno scambio di persona: quello di fianco al fondatore dell’etichetta, Eddie Piller, è proprio l’attore Martin Freeman. Non tutti sanno che è un grande appassionato di jazz, in particolare di acid jazz, perciò la scelta di coinvolgerlo nella compilazione di questo meraviglioso doppio vinile è stata naturale. E non abbiamo nulla da eccepire sui suoi gusti (men che meno su quelli di Piller, ovviamente): da Art Blakey a Mose Allison, da David Axelrod a Kamasi Washington, la scaletta è un viaggio mistico all’interno dei gusti e delle influenze che hanno creato un genere, e una label, ancora oggi garanzia di qualità e originalità. D’altronde, Eddie Piller è sempre stato a sua volta una garanzia: produttore discografico, dj e speaker radiofonico, nel 1988 fondò insieme all’amico Gilles Peterson una realtà che precorse decisamente i tempi, anticipando quella che sarebbe stata l’ondata acid jazz dei primi anni Novanta. Da allora non si è più fermato: quando lo raggiungiamo al telefono sta prendendo un treno per rientrare a Londra, dopo uno dei suoi tanti dj set in giro per il mondo.

Hai cominciato la tua avventura musicale come seguace del punk. Secondo te c’è qualche punto in comune tra il punk e il jazz?
Certo! Il principale è che sono entrambi al di fuori della sfera del pop e della musica mainstream, ovviamente. Ho cominciato a seguire il punk a quattordici anni, poi sono diventato un mod, e poi ancora un fan del soul, e da lì ho scoperto il jazz. Oggi come oggi, però, mi considero solo un vecchio mod!

Che tipo di musica suoni oggi nei tuoi famosi dj sets, quindi?
Soul classico, funk e jazz degli anni Sessanta, Ottanta e Novanta. A volte anche reggae. Lo stesso tipo di musica che abbiamo inserito nella compilation «Jazz on the Corner», insomma.

Perché proprio una compilation per celebrare i trent’anni della Acid Jazz Records?
La scena jazz inglese all’improvviso è riemersa dal sottosuolo. Sta avendo un grandissimo successo, e non succedeva dai giorni di gloria dell’acid jazz (inteso come genere musicale) degli anni Novanta. Abbiamo pensato che fosse una buona idea sottolineare il trentesimo anniversario dell’etichetta con un prodotto classico, senza tempo. Martin Freeman è un fan della prima ora della Acid Jazz, nonché un caro amico, perciò ci è sembrato il momento perfetto per firmare un album insieme. Ma non è l’unico modo in cui festeggeremo questo compleanno così importante: lo faremo per tutto l’anno, con concerti, ristampe, iniziative inedite e tanto altro.

Eddie Piller (foto di Tobias Stahel)
Eddie Piller (foto di Tobias Stahel)

Con che criterio avete selezionato i brani che poi sono effettivamente finiti in scaletta?
Penso che il grosso problema, per chi stampa delle compilation in Inghilterra, sia ottenere le relative licenze dalle major discografiche che le detengono. Perciò, paradossalmente, il criterio principale è stato proprio che le tracce avessero una licenza alla nostra portata!

Tornando all’acid jazz, all’epoca fu una rivoluzione che cambiò completamente le carte in tavola…
Penso che ai tempi siamo stati molto fortunati a trovarci al posto giusto (in questo caso Londra) al momento giusto. Era un piccolo movimento underground, radicato in una manciata di piccoli jazz club, tanto che avevamo aperto la nostra etichetta senza grandi aspettative; nel giro di due anni, però, si era diffuso in tutto il mondo. Lo adoravano soprattutto in America, il che era molto importante perché è il mercato musicale più importante che ci sia, mentre in Europa aveva preso subito piede in Italia e in Grecia. All’improvviso tutti sembravano interessati al jazz, un genere musicale precedentemente abbastanza ignorato a livello di massa.

Secondo te esiste un movimento ad esso paragonabile oggi, in termini di influenza sulla cultura pop e innovazione culturale?
Come dicevo prima, soprattutto in Inghilterra c’è parecchio che bolle in pentola. La scena jazz underground è più vitale che mai. I giovani musicisti tornano a interessarsi a un genere che era di nuovo caduto nel dimenticatoio e lo contaminano con influenze contemporanee, ad esempio con l’elettronica o con alcuni sottogeneri locali dell’hip hop, come il grime.

Come lo vedi, il futuro del jazz? C’è ancora qualcosa da inventare, o prevarrà l’effetto nostalgia e la riscoperta delle radici?
È una domanda molto difficile, in realtà. L’acid jazz si basava soprattutto sull’effetto nostalgia, mescolando i suoni del passato con quelli che si sentivano in discoteca in quel periodo. Il ballo ha sempre giocato un ruolo importante nella storia del jazz, e credo che continuerà a giocarlo, in maniere sempre diverse. È sempre stato un genere musicale molto progressista, perciò continuerà ad evolversi. Ma se mi chiedi come suonerà il jazz del futuro, non ne ho idea. Se lo sapessi, sarei un uomo molto ricco!

C’è qualche realtà che ti piace particolarmente e su cui scommetteresti?
Ovviamente la Brownswood Recordings del mio amico Gilles Peterson, che è la casa di molti dei nuovi artisti più interessanti in circolazione.

Qual è, invece, la cosa che ti ha reso più fiero, in questi tre decenni della Acid Jazz?
Chiaro, l’aver lanciato i Jamiroquai. Partendo da un singolo sulla nostra etichetta, hanno finito per vendere quarantacinque milioni di dischi in tutto il mondo. Ma anche l’aver lavorato con Terry Callier: abbiamo in qualche modo rilanciato la sua carriera ristampando un suo disco che fece molto successo in Inghilterra, il che alla fine lo portò a tornare in studio per registrare il suo primo disco in quindici anni. Era una persona adorabile. L’altra cosa che mi rende particolarmente orgoglioso è aver fondato e gestito uno degli eventi più apprezzati di Londra negli anni Novanta: la mia serata si chiamava The Blue Note e fu uno dei party più iconici del periodo.

Martin Freeman e Eddie Piller «Jazz On The Corner»
Martin Freeman e Eddie Piller «Jazz On The Corner»

Una delle cose che rendeva unica la tua serata è il fatto che amavi molto mescolare i generi: sei stato uno dei primi a dare spazio a Goldie, storico dj inglese che fa musica jungle e drum’n’bass. Il jazz odierno è diventato un ambiente troppo conservatore?
Un po’. Ma tocca ai giovani d’oggi operare un cambiamento. Sono loro che hanno gli strumenti e la visione per poter cambiare le cose. Ci sono momenti in cui penso che a questa generazione, ai diciottenni, non freghi un cazzo della musica. La battaglia principale va combattuta per farli interessare di nuovo alla musica. Purtroppo non succederà, finché il pop andrà per la maggiore. Il pop è il male. Se ascolti la radio, scopri che l’ispirazione principale per le sonorità dei nuovi hit è ancora l’America nera: peccato che quell’America nera non abbia più soul, melodie, testi importanti.

A proposito di radio, sei molto attivo anche su quel fronte…
Esatto, e penso che il problema in Inghilterra sia che la BBC non sia abbastanza aperta rispetto alla musica: nonostante sia una potenza in termini mediatici, ha un solo programma jazz ed è molto all’acqua di rose. Ti dirò di più: nella maggior parte dei programmi musicali la scaletta non è scelta da un selezionatore, ma da un algoritmo che si basa sul target demografico che la rete vuole raggiungere in quella fascia oraria. Alienante, insomma. I giovani non hanno molte opportunità di ascoltare musica diversa dal solito, radicale, all’avanguardia. E di conseguenza, se non riescono a scoprire della sua esistenza non la compreranno, e quindi l’intero sistema collasserà. È un paradosso, perché proprio ora che la musica è disponibile ovunque su internet, le radio dovrebbero essere incentivate a puntare sulla varietà. Anche perché c’è talmente tanta roba, in giro, che molti ascoltatori non sanno neanche da che parte cominciare per distinguere i prodotti validi da quelli che non lo sono. Per fortuna ci sono parecchie stazioni indipendenti, web o pirata che portano avanti un discorso di questo tipo.

In conclusione: c’è qualcosa che cambieresti, se potessi tornare indietro?
Cerco di non guardare troppo al passato, però… Quando gli Style Council si sciolsero provai molte volte a convincere Paul Weller a firmare con me: volevo fare di lui una star dell’acid jazz. Non riuscimmo mai a trovare la quadra, però: questa è una delle pochissime cose che rimpiango.

E invece come li vedi, i prossimi trent’anni della Acid Jazz?
Non penso che sarò ancora in circolazione nel 2048! Anche se non si sa mai, in effetti. Posso dirti, però, che ho da poco fatto firmare un contratto discografico alla migliore cantante soul che abbia mai sentito. Ha appena finito di registrare il suo album, non svelo nulla ma ne sentirete parlare parecchio. In cantiere c’è anche una compilation soul, una dedicata all’hip hop degli anni Novanta e tante altre cose.
Dalle nostre parti, insomma, non stiamo mai con le mani in mano.

Marta «Blumi» Tripodi

[da Musica Jazz, giugno 2018]