Captain Beefheart: il testamento del capitano

Un bel cofanetto della Rhino raccoglie le incisioni della Magic Band nei primi anni Settanta; dopo i capolavori giovanili e prima del controverso finale di partita

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Se qualcuno non manda un fulmine a incenerirmi from the outer space, mi verrebbe da dire che Captain Beefheart è stato per il rock e il blues quello che Sun Ra è stato per il jazz; un geniale visionario scambiato per ciarlatano, un profeta di lingue nuove mortificato a vita dall’ottusità e miopia di tanti addetti ai lavori. Non mi spingo oltre con il parallelo, non è il caso; dico solo che entrambi avevano una comunità di fedeli musicisti apostoli ma il Ra li rispettava e proteggeva, con saggezza e saturnina umiltà, mentre Beefheart da egoico prepotente li vessava, quando non li metteva ai ceppi, e con la sua arte non si poneva questioni di cosmica filosofia ma di molto terrena soddisfazione. Pur con quei modi esagerati e imbarazzanti, Beef sapeva vedere, scrutare «oltre le porte della percezione»; vedeva il blues del 2000 e forse anche del 3000, libero da ogni vincolo, scosso dai venti dell’energia interiore fino a diventare «un uragano sonoro», come scrisse Lester Bangs, uno dei pochi a prendere in considerazione il nostro uomo, anzi, a venerarlo. «In confronto al Capitano, Dr. John pare Gary Glitter», dixit Lester in tempi non sospetti. «E, quanto a lampi di genio, era in grado di tenere testa a Screamin’ Jay Hawkins per almeno quindici round, anche se i giudici di gara che non sanno un accidenti dicono che è finita in pareggio. Potrebbe benissimo essere il Leadbelly bianco. Ama troppo la vita per essere Robert Johnson».

Sun zoom sparkDon Van Vliet / Beefheart è morto sei anni fa ma ogni tanto un album arriva a ricordarcelo, ed è una benedizione oltre che una celebrazione. Ora è un cofanetto Rhino di quattro cd con bel titolo futurista, «Sun Zoom Spark», che rievoca la cruciale stagione di mezzo del Capitano e della sua Magic Band, fra il 1970 e il 1972. Beef era reduce da «Trout Mask Replica», il suo stemma di famiglia, uno di quei dischi capaci di dividere sanguinosamente il pubblico come una spada: di qua o di là, giardino delle delizie o recetto di vipere. Lo aveva prodotto il vecchio amico Frank Zappa che, conoscendo il tipo, si era impuntato a registrarlo a casa sua, nella San Fernando Valley, immaginando una documentazione «sul campo» come i Lomax con i bluesmen delle piantagioni. Il sospettoso Capitano aveva pensato che si volesse risparmiare e si era offeso, costringendo Zappa a offrirgli uno studio vero; con il paradossale risultato di attutire l’effetto di quella bomba atomica e di incrinare i rapporti con il permaloso amico, da quel momento per anni suo nemico.
Quando venne il momento di dare un seguito alla «Replica», Beefheart pretese di fare da sé e con «Lick My Decals Off, Baby», ottobre 1971, realizzò l’album che aveva in mente: il capolavoro della carriera, a suo dire. Era un «Trout Mask Replica» compresso in quaranta minuti ma altrettanto potente, un manifesto di stravaganza, un bulimico inno all’immaginazione al potere, con radici che ben oltre il blues si diramavano verso Ayler e Ornette e, sul versante rock, verso l’absolutely free dell’amico-nemico. L’inizio era emblematico: «Anziché tenere la tua mano», sbraitava la title track ammiccando ai Beatles di I Wanna Hold Your Hand, «voglio ingoiarti tutta / e leccare tutto quello che è rosa / e tutto quello che pensi». L’album intero era di quella fatta, surreali poesie dell’incontinente Capitano, che ne aveva i cassetti pieni, abbozzate sconnessamente al pianoforte e messe poi «in forma» dal chitarrista Bill Harkleroad, in arte Zoot Horn Rollo, che in quest’opera di decriptazione aveva preso per una volta il posto del batterista «Drumbo» French. Così modellate, le canzoni subivano l’onda d’urto della voce di Beefheart; la caduta di Troia, l’uragano Katrina, un incrocio tra Howlin’ Wolf, Charley Patton e il John Zorn di «Kristallnacht». La voce matura di Tom Waits è la «cosa» più nota che vi si può avvicinare; e Tom infatti non ha mai negato Beef, «una volta che l’hai ascoltato non puoi più levartelo dai vestiti, macchia come il sangue o come il caffé».

Lick my decals off, baby
Opera tutt’altro che facile, con i suoi sghembi intarsi di chitarre, percussioni, marimba e i clarinetti & sax del velleitario Capitano, «Lick My Decals» accese chissà perché l’interesse degli appassionati britannici, che lo innalzarono fino ai Top 20 – record assoluto per un peone delle classifiche come Beef. Lester Bangs si invaghì del disco e sbrodolò un salmo di diecimila battute in cui tirava in ballo Ornette, Charlie Parker e la rivoluzione di quei grandi nella storia jazz; giudizio estremistico e azzardato, come no, ma più sensato dell’assordante silenzio con cui il resto della critica accolse l’opera.
Non sappiamo se Beefheart si inorgoglì per quei risultati ma certo non bastarono a metterlo tranquillo. Faticava a sbarcare il lunario, perseguitato dalla fama di «eccentrico» e messo a stecchetto dagli impresari, e si rodeva vedendo intorno a sé il rutilante mondo del rock all’apice del «sesso, droga & dollari». Ci ragionò e si convinse che per avere consenso doveva andare incontro al pubblico, e i due Lp che pubblicò nel 1972 provarono a essere in qualche modo più facili, meno sperimentali.

The spotlight kidIl primo, «The Spotlight Kid», è una strana creatura del bosco, un bradipo probabilmente, che i fans accettarono meglio di quanto non fecero gli stessi musicisti – «una schifezza», per sintetizzare come Zoot Horn Rollo. A differenza di Fz, il Capitano non voleva stressarsi con troppe prove e dunque non tentò nemmeno di adattare le sue poesie alle musiche abbozzate alla solita maniera (il direttore artistico era nel frattempo tornato John French). Preferì chiedere ai musicisti ritmi lenti, per cantare con tutto comodo, e quelli seppur riluttanti obbedirono. Ne venne una strana collezione di blues a passo ridotto, un esercizio di ipnosi collettiva con limitata tavolozza strumentale; niente più sax e clarinetto, molta armonica, la chitarra del povero Rollo costretta dal cilicio. Doveva essere una rivoluzione copernicana, nulla di nuovo in realtà accadde: i vecchi fans rimasero fedeli, i nuovi non arrivarono, Bangs continuò a salmodiare e Beefheart a patire la fame con i discepoli.
Il secondo album del 1972, «The Clear Spot», fu un progetto più strutturato e felice. Il Capitano accettò un produttore come si deve, l’ottimo Ted Templeman, e si lasciò trasportare in un paesaggio di più riconoscibile rhythm’n’blues, con fiati ben arrangiati e solida ritmica. Il gruppo si arricchì di un altro avanzo di Mothers, Roy Estrada, ribattezzato Oréjon, che andò a raggiungere il cugino Art Tripp (Ed Marimba o Ted Cactus, a seconda delle lune); se sommate il cameo nel disco precedente di Elliott Ingber (Winged Eel Fingerling), avrete il quadro di una Magic Band «zapatista», per la gioia del solito pubblico di culto innamorato del rock di Cucamonga. Solo quello, ahinoi; perché commercialmente anche «The Clear Spot» fu un buco nell’acqua, nonostante la buona pasta della musica, la vivacità delle canzoni e l’onestà del compromesso escogitato da Templeman e accettato dal Capitano. Finì con poche vendite e nessuna canzone capace di marchiare l’immaginario dei beefheartiani; o forse una sì, Her Eyes Are A Blue Million Miles, che tanti anni dopo i fratelli Coen avrebbero speso nella colonna sonora de Il grande Lebowski.

Captain Beefheart e la Magic band
Captain Beefheart e la Magic Band

Beefheart lasciò la Warner dopo «The Clear Spot» e si impelagò con la Virgin per due album che non voglio nemmeno ricordare, uno dei più strabilianti granchi nella storia della musica rock. Rinsavì per fortuna, e si meritò un lieto fine, con tre dischi a cavallo tra i Settanta e i primi Ottanta in cui tornò a strillare rock blues licantropo, non feroce e sorprendente come nelle opere giovanili ma degno comunque del suo mito. Niente di paragonabile a «Lick My Decals Off Baby», tuttavia, ultima libera visione prima che lo scoramento e pazzi sogni di glamour turbassero la mente del Capitano. Il cofanetto è una buona occasione per riascoltare quell’album e le perle minori che lo circondano; con il bonus di un intero cd di inediti e versioni alternate dove si riconoscono prime stesure di canzoni sviluppate altrimenti negli album di fine corsa.

 
Ho parlato di «lieto fine» ma mi accorgo che è un termine improprio. Non è lieto il fatto che Beefheart non abbia più pubblicato un solo nastro negli ultimi trent’anni della sua vita ed è squallido, altro che non lieto, che qualcuno di recente abbia registrato il suo nome, «Captain Beefheart», per farne commercio non solo in musica – un trademark, avete capito bene, quel segnetto antipatico, ™. Sapete chi è quel qualcuno? L’ineffabile vedova Zappa, Gail Sloatman, la Balena Bianca che nessun capitano Achab è ancora riuscito a fiocinare.

Riccardo Bertoncelli