Batagraf «Delights Of Decay»

2205

AUTORE

Batagraf

TITOLO DEL DISCO

«Delights Of Decay»

ETICHETTA

Jazzland

 


 

Balke, che di Batagraf è fondatore insieme a Norbakken e Bjerck, ha definito l’ensemble (che ha in effetti, dal 2003, una struttura piuttosto fluida, suscettibile di assumere geometrie variabili, che ne hanno determinato l’ulteriore articolazione in Pratagraf – per performances di tipo cabarettistico o comico – e Batabrok, per collaborazioni in ambito rap), come una sorta di «luogo di ricerca privato» (e collettivo) piuttosto che come un gruppo musicale. Questa descrizione apparentemente bislacca attinge in realtà un nucleo fondamentale di verità circa le ragioni dell’esistenza del sodalizio, sorto come riflessione sulla de-umanizzazione della produzione musicale e reazione ad essa, attraverso la valorizzazione di due suoi elementi fondamentali e basici: percussione-ritmo e voce-linguaggio. Ciò spiega l’amplissimo fascio di suggestioni percussive cui la musica di Batagraf risponde (africane, ma non soltanto) e la valorizzazione dell’elemento vocale (che determina a volte un afflato di natura «popolare», ma non si esaurisce in esso). Dopo due ottimi album in casa ECM («Statements», 2005 e «Say And Play», 2011) quest’ultima uscita – priva per quanto ne sappiamo di distribuzione italiana, ciò che spiega il ritardo della recensione rispetto alla pubblicazione, risalente al mese di febbraio e rimasta purtroppo pressoché ovunque lettera morta – è per la Jazzland di Bugge Wesseltoft e presenta la formazione al suo meglio, in uno dei suoi esiti più convincenti, arricchita dalla presenza di Seim ed Eick e dal consueto contorno di voci femminili. La musica non offre quel «folk immaginario» sovente di maniera, se non addirittura di sapore stantio, cui purtroppo di recente si è fatto il callo, ma – in perfetto accordo con la ragione sociale del gruppo – porge all’ascolto una riflessione musicale profondamente umana, foriera di un percorso affascinante e veritiero, cui volentieri ci si abbandona e che rimane a tratti irresistibile, scevro di ammiccamenti mondialisti tanto in voga. Tra i momenti migliori, pur se in una scaletta davvero ricca e omogenea, segnaliamo Tell Me Why You, Tanuka, Norwegian Worg Song e These Rooms. Dunque ecco a voi «Delights Of Decay» (persino il titolo è delizioso), una delle migliori uscite dell’anno, almeno su questa sponda.

Cerini

Qui c’è tutto l’indice della creatività nordeuropea coniugato con quanto il jazz ha saputo insegnare ai suoi adepti. Fusione di suoni, di culture, di linguaggi declinati dal verbo di Balke, assoluto dominatore nella composizione delle dieci perle sfaccettate che rimettono in gioco l’ensemble di percussioni nato nel 2003 per volontà del pianista e compositore norvegese. Il canto ritmico rimbalza sulle miti e insistenti percussioni lasciando il fioretto in mano ad Eick che irrompe acuto e mistico (Tanuka). S’ammanta di orgogliosa tradizione jazzistica con il robusto tenore di Seim e un insinuante soul a farne da contraltare (Tell Me Why You). Si riconsegna alle radici africane lasciando all’unisono vocale la frase melodica mentre percussioni, provenienti da ogni dove dal sud del mondo, aprono ai sapienti e soppesati tasti di Balke e ai fiati sempre attenti a custodire le atmosfere gassose (Norwegian Work). Didascalie musicali che recitano il vissuto di Balke: un ricercatore senza tregua e con pochi pari in circolazione, abile narratore così come in Bijella dove si afferma la cura del suono e dei particolari. La linea melodica non si disperde mai e viene consegnata ora ai fiati, ora alle voci, e così accade in A Roof Of A Floor, con il piano adamantino va a incoraggiare il sottile canto. Ogni episodio musicale ha vita a sé. Il comando imperativo sembra essere: mai ripetersi, anche nei lampi musicali (Deep South) c’è del bello e del nuovo. Eick fa il romanziere illuminando le crepuscolari percussioni di Mopup, che richiama i sussulti d’una battaglia. Una menzione a parte merita il brano eponimo, per l’attenzione che i fiati mettono nel creare un moto ondoso costante e illuminante nel tessuto brumoso architettato dalle percussioni e da un’impalpabile elettronica. Seim ed Eick si rifanno, dando sfogo alla loro lucentezza e all’abilità nel sapersi intrecciare senza mostrare necessariamente i muscoli, nella sussultante Gleamer. These Rooms, fedele alla tradizione popular scandinava, chiude un’opera d’arte per palati raffinati.

Ayroldi

[da Musica Jazz, dicembre 2018]

 


 

DISTRIBUTORE

FORMAZIONE

Trygve Seim (sop., ten.), Mathias Eick (tr.), Jon Balke (p., tast., perc.), Helge Andreas Norbakken, Snorre Bjerck (perc.), Emilie Stoesen Christensen, Ingeborg Marie Mohn, Julia Witek (voc.).

DATA REGISTRAZIONE

Oslo, primavera 2017.