Capelli arruffati, sguardo curioso e insieme malinconico, Aron! sembra incarnare una giovinezza fuori dal tempo. A ventun anni, il cantante, autore e polistrumentista americano, all’anagrafe Aron Stornaiuolo, ha debuttato per l’etichetta Verve con l’ep «Cozy You», ha accumulato milioni di streams e costruito un seguito fedele di fan di diverse generazioni. La sua musica si ispira al jazz del Novecento con uno sguardo contemporaneo, le sue canzoni parlano di relazioni, attese, piccoli desideri quotidiani, muovendosi in uno spazio intimo e misurato. «Tutti, a volte, vogliono sentirsi a proprio agio», osserva. «Cozy, accogliente, è la parola giusta per descrivere l’atmosfera di questo progetto». Nato e cresciuto a Charlotte, in North Carolina, Aron! si avvicina alla musica grazie ai genitori, che lo introducono al rock classico (dai Pearl Jam ai Led Zeppelin) ma è il videogame Guitar Hero a spingerlo, a otto anni, a prendere in mano una vera chitarra. L’incontro con un insegnante di chitarra jazz ultraottantenne conosciuto in un negozio di strumenti segna il suo ingresso nel mondo degli standard jazz e di un certo immaginario sonoro, fatto di armonie più complesse, tempi dilatati e attenzione al dettaglio. Gli studi di composizione classica alla University of North Carolina School of the Arts e il successivo percorso all’Università di Miami, dove si diploma in canto jazz e colonne sonore, completano una formazione che procede in parallelo alla scrittura e all’attività dal vivo. «Cozy You», uscito per Verve, è il primo punto di sintesi di questo percorso, un debutto affascinante che mostra una voce personale e originale. Lo abbiamo incontrato di passaggio a Milano, negli uffici di Universal Music, per capire da dove nasce questo equilibrio e come un musicista della sua generazione si misura oggi con la tradizione jazz trovando una propria voce.

Il tuo cognome, Stornaiuolo, suona chiaramente italiano. Da dove arriva?
Sì, è un cognome di origine italiana. In realtà sai bene che la pronuncia originale sarebbe «Sto-rnai-uolo», non so se in italiano significhi qualcosa, ma negli Stati Uniti è diventata tutt’altra cosa, lo pronunciamo più o meno «stormy-yellow». È una storpiatura totale, non ha molto senso, ma ormai è così che lo pronunciano tutti.
Hai un legame diretto con l’Italia?
Credo che qualcuno nella mia famiglia fosse italiano, ma non siamo imparentati direttamente, o almeno io non sono a conoscenza della discendenza diretta. Mi sarebbe piaciuto esserlo, gli italiani sono piuttosto cool.
Nella tua famiglia ci sono musicisti?
Non molti. Ho una zia acquisita che è una cantante lirica e mio padre sta cercando di imparare a suonare la batteria. Però, in generale, cantano tutti.
Ricordi il primo incontro con il jazz?
Sì, abbastanza chiaramente. È stato ascoltando Christmas Time Is Here dal disco di «A Charlie Brown Christmas» di Vince Guaraldi. Ricordo di aver pensato: «Wow, questa musica è incredibile». Poi è arrivato Frank Sinatra con «In the Wee Small Hours». Lo ascoltavo prima di andare a dormire. Mi faceva piangere.
Quanti anni avevi?
Più o meno dodici.
C’è anche una storia che racconti spesso, l’incontro con un musicista molto anziano che ti ha iniziato al jazz. Come andò?
Sì, era un musicista che aveva più di ottant’anni. Ci siamo conosciuti in un negozio di chitarre: lui era seduto in un angolo e suonava accordi davvero strani, cose che non avevo mai sentito prima. All’epoca ascoltavo quasi solo musica rock. Quelle armonie mi sembravano completamente nuove. Così mi sono avvicinato e gli ho chiesto come facesse, se poteva insegnarmi. Ho iniziato ad andare a casa sua la sera, durante la settimana, facevamo lezioni di cinque ore, fino a mezzanotte.
Cinque ore di lezione?
Sì. In realtà parlava per quattro ore e poi suonavamo per l’ultima. Ma è stato fondamentale. Mi ha fatto conoscere standard come Satin Doll, Cry Me a River e forse qualche altra canzone. Ah si, The Shadow of Your Smile naturalmente. È lì che ho davvero incontrato il linguaggio del jazz.
Nel 2025 hai inciso il tuo primo EP «Cozy you (and other nice songs)» per Verve, un’etichetta discografica con una storia molto importante, soprattutto per il jazz. Che rapporto hai con questo disco e come ti senti nell’aver debuttato con un’etichetta così prestigiosa?
È piuttosto folle. Sono cresciuto ascoltando moltissimi dischi Verve, quindi trovarmi oggi sulla stessa etichetta è qualcosa di decisamente surreale. Nel disco ci sono mie canzoni, è una cosa a metà strada tra jazz e un certo tipo di pop. Una musica «jazzy», se vogliamo definirla, però con una scrittura che guarda anche ad altro. Credo che, in qualche modo, possa stare dentro lo spirito di Verve.

Ti sembra un contesto naturale per quello che fai?
Sì, penso di sì. È tutto ancora molto strano per me: faccio fatica a crederci davvero. Però è una bella sensazione.
Come ti ha scoperto Verve? È successo attraverso Instagram?
Sì, credo di sì. Mi hanno scritto direttamente lì, dicendo: «Ci piacerebbe fare due chiacchiere». Poi abbiamo fatto una call su Zoom. Ho conosciuto le persone dell’etichetta ed è stato tutto molto naturale.
Parliamo delle canzoni dell’ep. Come lavori alla scrittura? Hai studiato musica, ma anche musica per cinema.
Sì, ho studiato anche film scoring, tecniche di composizione di musica per il cinema.
Quanto entra questo nella scrittura delle tue canzoni?
Probabilmente qualcosa entra, ma non troppo. Il film scoring è un processo creativo molto diverso, quando scrivi per un film devi aiutare qualcosa che esiste già, farlo funzionare meglio. Ci sono scelte che possono oggettivamente peggiorare un film, con una canzone invece sei libero. Non ci sono limiti veri: puoi fare e scrivere praticamente qualsiasi cosa.

Vorrei soffermarmi sui testi delle tue canzoni, in che modo lavori sulla scrittura? Racconti piccole storie, stati d’animo, frammenti di vita?
Sì, direi di sì. In Cozy You, per esempio, tutto nasce da una specie di sogno: l’idea di incontrare qualcuno che ti piace davvero e portare quel sentimento a un livello quasi fantasioso. Nella canzone immagino una casa, un albero, persino un figlio, ma è tutto immaginario. Non è qualcosa che mi aspetto davvero, è più un gioco mentale, un modo di spingere un’emozione un po’ più in là del possibile.
Questo immaginario ha un sapore volutamente vintage, quasi un desiderio d’altri tempi, che attraversa molte delle tue canzoni.
Sì, credo venga molto dalle canzoni più vecchie, da quel tipo di romanticismo. Ne parlavo anche con Dodie Clark, cantautrice britannica con cui ho fatto un tour di recente: quando ha sentito il verso sul figlio mi ha detto «È la cosa più cozy che ci sia, ma vuoi davvero un bambino?». E io le ho risposto di no, che forse sarebbe stato più sensato parlare di un cucciolo. Un cucciolo è decisamente più cozy, ma, al di là della battuta, è solo un modo divertente di fermarsi per un attimo dentro un’immagine, senza prenderla troppo sul serio.
Molti descrivono la tua musica come «timeless but modern». È un’etichetta in cui ti riconosci o che senti distante?
Io non direi mai una cosa del genere di me stesso. Però è un grande complimento. Se lo dicono gli altri, critici compresi, lo prendo volentieri. «Timeless but modern», o anche «timeless but classic», altra cosa che ho letto, sono definizioni belle. La verità è che non ci penso troppo: ascolto musica molto vecchia e vivo nel 2026, che è inevitabilmente moderno. Quando questi due aspetti si incontrano, succede qualcosa. Tutto qui.
Ascoltando la tua musica viene spontaneo pensare a un certo immaginario cinematografico, per esempio ai film di Woody Allen. Ti ci vedi in questo riferimento?
In realtà no, anche perché non ho mai visto neanche un film di Woody Allen. Me lo dicono spesso, ma non saprei davvero cosa rispondere. Ho sentito pareri molto contrastanti su di lui, quindi non ho mai approfondito.

Guardando invece al presente, quali musicisti contemporanei stai ascoltando con maggiore interesse?
Come ti dicevo, ho appena concluso un tour con Dodie Clark, musicista che mi piace moltissimo, suonavo nella sua band e aprivo i suoi concerti in Europa e nel Regno Unito. Mi sarebbe piaciuto molto passare anche dall’Italia, ma per qualche motivo non è successo. Pazienza. Dopo una ventina di date finisci per entrare completamente dentro quelle canzoni, perché le suoni ogni sera. È stata un’esperienza molto formativa, sia musicalmente che personalmente. Amo moltissimo il modo in cui Dodie pensa la musica, quanto è attenta e selettiva nel decidere quali note mettere e dove. È una lezione enorme, soprattutto per chi scrive canzoni.
Ci sono altri musicisti con cui ti piacerebbe collaborare oggi?
Da sempre sono un grande fan di Anderson .Paak, anche prima del progetto Silk Sonic. Mi piace moltissimo anche Bruno Mars. Poi ci sono musicisti che oggi stanno facendo cose davvero interessanti e un po’ folli: penso, per esempio, a Charli XCX. Non so se succederà mai, ma si può sempre sognare.
Dopo il disco di debutto che progetti hai per il prossimo futuro?
So che nel 2026 uscirà un album. Dentro ci sarà ancora il jazz, perché non riesco a liberarmene, è qualcosa che sento profondamente mio. Però credo che sarà anche più pop, in un certo senso. Non so bene come definirlo, sarà semplicemente un’altra combinazione possibile di quello che sono oggi.
Quindi vedi più un’evoluzione che una svolta?
Sì, esatto. Cambia la forma, ma non l’origine. Ci sarà sicuramente più groove. Anche l’ep è già piuttosto groovy, ma forse questa dimensione emergerà ancora di più.
