«Una stanza tutta per me». Intervista a Irene Scardia

Il nuovo disco della pianista e compositrice salentina trae ispirazione da un saggio di Virginia Woolf. Ne parliamo con lei.

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Irene Scardia © Eliana Manca

Irene, il titolo del tuo disco è «Una stanza tutta per me». E’ il desiderio di ogni adolescente. Tu, in questa tua stanza cosa ci hai messo?
Il titolo del disco trae ispirazione dal saggio di Virginia Woolf Una stanza tutta per se nel quale la scrittrice asserisce che la creazione artistica, specie quella femminile, necessità di uno spazio intimo «tutto per se», oltre che di una buona rendita annuale! In fondo tutti noi, artisti e non, a qualsiasi età, abbiamo bisogno di un luogo speciale, tutto nostro dove produrre l’energia giusta necessaria alla creazione della nostra realtà. La stanza non è solo uno spazio fisico ma la metafora di uno spazio interiore di ascolto e comprensione di se stessi.

Hai fatto tutto da sola dal punto di vista compositivo e non hai inserito neanche una cover o uno standard. Non c’era nulla che poteva ricavarsi un posto tra le tue composizioni, oppure hai preferito evitare per coerenza e onesta intellettuale?
Non ho mai ritenuto necessario inserire cover nei miei dischi, ho sempre scelto di osare con tracklist di soli miei brani originali. Non c’è un motivo preciso se non quello di restare coerente al filo compositivo del disco. Rielaborare una cover o uno standard è un’operazione che richiede grandi capacità interpretative. Spesso si inserisce una cover anche per allettare e coccolare l’ascoltatore ma, io preferisco non avvalermi di questo espediente.

C’è un filo rosso che lega gli undici brani del disco?
Il filo rosso è il mio sentire, oltre che lo strumento con il quale mi esprimo, il pianoforte. Tutte le mie composizioni, in generale, traggono ispirazione dal mio vissuto, dalle mie emozioni. In questo disco in particolare, la ripresa della scrittura dopo ben otto anni di silenzio credo sia il motivo conduttore che ho espresso nei titoli The Rest, Quando meno te l’aspetti, Non ti scordar di te.

C’è qualcuno o qualcosa che ti ha ispirato questo album?
Per diversi anni ho sospeso la mia attività musicale per dedicarmi alla fondazione e alla cura della nostra etichetta Workin’ Label e ai suoi artisti. Con questo disco ho voluto infine ricordarmi di me. Posso dire in definitiva che l’ispirazione è nata da voler tornare a misurarmi con me stessa, osservare se e come la mia scrittura fosse cambiata dopo tanto silenzio. Penso che spesso tacere è più fruttuoso del parlare e che l’attesa paziente è un passaporto per la felicità.

Sei con Giampaolo Laurentaci, Filippo Bubbico e, a rinforzare il trio, troviamo Giacomo Riggi, Carolina Bubbico, Clara Calignano, Claudia Fiore. Perché hai scelto proprio loro?Il primo ad essere scelto è stato Filippo Bubbico, mio figlio, che è sempre stato un mio grande fan! Conosce i miei brani a menadito e, volendo introdurre nella mia musica la batteria, la scelta è ricaduta inevitabilmente su di lui. Giampaolo Laurentaci è uno dei nostri migliori contrabbassisti, musicista «sincero» e attento con il quale è davvero piacevole collaborare. La flautista Clara Calignano è la musa ispiratrice dell’ultimo brano del disco Clara, nonché una tra le persone che mi hanno sostenuta e incoraggiata a tornare a suonare. Carolina Bubbico, mia figlia, mi ha letteralmente sorpreso regalandomi un bellissimo testo per il brano Prima del volo, già pubblicata nel 2012 in versione strumentale nel disco «Risvegli». Giacomo Riggi, vibrafonista con il quale condivido la title-track Una stanza tutta per me, è un musicista, polistrumentista pazzesco che ha pubblicato alcuni dischi con la nostra etichetta. Casualmente era con noi durante la produzione del disco e aveva con se il vibrafono. Come potevo non cogliere questa squisita occasione? Il violoncello è sempre stato il mio strumento preferito e non vedevo l’ora di farlo suonare nella mia musica. La scelta è stata facile, Claudia Fiore è una delle violoncelliste più apprezzate qui in Puglia.

Irene, come hai agito in fase compositiva? I brani sono tutti scritti in occasione di questo disco?
I brani nascono quasi sempre in piano solo e sono successivamente arrangiati per essere suonati insieme ad altri strumenti. Quasi tutte le tracce del disco sono state composte tra il 2019 e il 2020 sull’onda emozionale del mio risveglio artistico, in un flusso creativo irrefrenabile. Fanno eccezione In viaggio e Quello che so del cielo, composti diversi anni fa che non avevano ancora trovato spazio in un disco e che son molto felice di aver “ripescato” tra gli appunti. Poi c’è Prima del volo, brano già registrato nel 2012 in trio insieme al sassofonista Emanuele Coluccia e al contrabbassista Luca Alemanno per il mio precedente disco, che qui si trasforma in una deliziosa e toccante canzone che racconta di un’anima che sceglie il ventre nel quale venire al mondo.

Sbaglio, o c’è anche un certo attaccamento alla musica classica da parte tua?
Più che un attaccamento, il classico è il suono con cui mi sono formata in conservatorio, che ha plasmato i miei gusti, gli ascolti. Poi è arrivato il Jazz, genere che ho iniziato a bazzicare l’anno in cui mi diplomavo in pianoforte. Non ho mai approfondito veramente lo studio del jazz ma ne sono stata sicuramente influenzata. In generale ascolto e apprezzo musica di ogni genere e spero che questo si percepisca nel disco. Non so definire la mia musica e non so nemmeno se sia giusto farlo. Credo che il giusto approccio sia quello di lasciarsi andare all’ascolto senza necessariamente trovare dei riferimenti di stile.

Irene Scardia © Eliana Manca

Quali sono i tuoi riferimenti stilistici?
Come dicevo prima ho ascoltato di tutto e l’elenco sarebbe infinito. Tutta la musica che ascoltiamo in qualche modo ci influenza in varia misura. Tra i riferimenti classici ci sono sicuramente Debussy e Ravel che hanno sempre avuto un posto speciale nel mio cuore. Per avvicinarci di più ai nostri giorni mi piace citare Steve Reich, Ryuichi Sakamoto e Pat Metheny.

La Workin’ Label è la casa discografica da te diretta. Qual è l’attuale situazione per una etichetta non major?
Il compito di un’etichetta indipendente è quello di andare contro corrente, proporre il nuovo, uscire dai cassetti predefiniti della musica omologata, di consumo osando sempre, con tutti i rischi che ne conseguono. La situazione non è rosea, è faticoso costruirsi una fetta di mercato, specie se si considera che la formazione musicale e dunque la capacità di ascolto della maggior parte dei fruitori è scarsa. Il pubblico è generalmente poco propenso alla novità, all’inaudito, è assuefatto alla musica globalizzata proposta dai media. Malgrado ciò è necessario continuare ad andare avanti con coraggio sempre più grande.

Irene, cerchiamo di essere ottimisti e parliamo del post-COVID 19. Per la musica, e lo spettacolo dal vivo in generale, ci saranno tempi… di che tipo?
Non amo fare previsioni né ho una sfera magica in cui leggere il futuro. Sicuramente quello che è accaduto a livello globale ci ha calati in uno scenario quasi apocalittico al quale abbiamo assistito increduli ma, dopo tutto, ogni circostanza ha un inizio e una fine. Credo che l’approccio più corretto sia quello di non scoraggiarsi mai e comprendere quali possibilità di evoluzione ci siano offerte anche in situazioni apparentemente svantaggiose.

Quali sono stati i passaggi che reputi fondamentali nella tua vita artistica?
Ho avuto una formazione eclettica tra danza, musica e teatro. Essermi nutrita di arte fin da piccola (i miei genitori avevano un negozio di dischi e strumenti musicali) ha reso inevitabile che la mia vita proseguisse e si plasmasse sull’onda dei miei studi. La danza è stato il mio primo amore, poi è arrivato il pianoforte. Dopo il diploma al conservatorio ho aperto una scuola di musica e per diversi anni l’insegnamento e la divulgazione musicale sono stati la mia attività principale. Sembra un ossimoro ma insegnando ho imparato tanto! I miei alunni sono stati anche fonte di ispirazione per la composizione; alcuni brani li ho scritti per loro. Di fondamentale importanza è stato il mio incontro con Luigi Bubbico, che è anche il padre dei miei figli, dal quale ho ricevuto tanti insegnamenti e tanto sostegno. Un passaggio fondamentale è anche quello di non aver mollato mai, malgrado le innumerevoli difficoltà che una carriera artistica propone.

Invece, cosa è scritto nell’agenda di Irene Scardia?
Ad essere sincera mi piacerebbe avere un’agenda piena di concerti e annunciare già le prime date ma al momento nulla è stato ancora definito. Conto di portare in giro questo lavoro insieme a Giampaolo e Filippo mentre, sempre con lo stesso impegno, continuerò a lavorare per altri musicisti, producendo nuovi dischi con le nostre etichette discografiche, Workin’ Label e la neonata Sun Village Records.
Alceste Ayroldi