Umbria Jazz 2023: intervista a Ray Gelato

Quattro chiacchiere col sassofonista britannico, orgoglioso sostenitore della Swing Era

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«Il jazz è un ombrello largo, ci si sta comodi», è la sintesi fulminante di Ray Gelato, qualcosa in più di un veterano della manifestazione umbra, che frequenta, salvo rare assenze, da quasi venticinque anni. Godfather of Swing, l’ha chiamato il Telegraph di recente, e in effetti, oltre alle collaborazioni con Paul McCartney o i Queen, il tenorsassofonista britannico è uno degli ultimi epigoni della Swing Era, che difende sul campo con i suoi Giants, orgogliosamente old fashioned e amabilmente ben disposto alle chiacchiere. Capita una domenica mattina, quando Perugia, al secondo giorno di Festival, ancora sonnecchia, esausta dopo una notte che fino alle due sembrava proprio rifiutare il cuscino. Le strade del Corso sono in piena pulitura, in attesa di una nuova giornata di musica, battezzata dalla Street Parade. Il Circo è in città.

Il jazz è un ombrello che bisogna studiare con attenzione, perché diversamente si perderebbe l’opportunità di vedere tanto Ray Gelato quanto i New Orleans Mystics riempire le piazze al richiamo di quel sound antico e meticcio da cui tutto è partito. Sono loro, in particolare, a caricare di energia baldanzosa giovani e giovanissimi, per lo più latitanti quando si tratta di nuove forme espressive, non sempre all’altezza della loro proposta. Le giacche con i lustrini, le coreografie e i passi di danza dei buoni vecchi tempi andati coabitano, così, accanto al pianismo raffinato di Enrico Pieranunzi, agli istrionismi, talvolta eccessivi, di Bollani che raccoglie i più scroscianti applausi della sua serata quando dedica una All the Things You Are up-tempo a Carlo Pagnotta, cui deve la fama mondiale. Il jazz è un ombrello dove le musiche dei film di Clint Eastwood, presentate in un progetto sinfonico del figlio Kyle, bassista di buona levatura, sono l’occasione per sentire la strepitosa Orchestra da camera di Perugia accanto all’Umbria Jazz Orchestra, che chiama a raccolta i migliori giovani strumentisti da tutto il mondo. Ed è un ombrello anche per chi l’ombrello l’ha costruito con pazienza e intelligenza, come Herbie Hancock, attesissimo a Santa Giuliana per la sua performance serale.

«Facciamo due chiacchiere, prendiamoci un caffè», dice di buon mattino Gelato, ancora carico per aver riempito di energia una Piazza IV Novembre fino alla metà di Corso Vannucci, «non vedo l’ora di replicare oggi pomeriggio ai Giardini Carducci».

Sei una presenza costante qui a Umbria Jazz…
Credo sia la quindicesima volta che suono qui, abbiamo avuto una pausa per un cambio di agenzia, ma poi ho chiamato Carlo Pagnotta ed è ripartita la collaborazione. Credo che questo sia, davvero, il migliore jazz festival nel mondo. Quello che mi dispiace molto è vedere come, col passare del tempo, non ci siano più i nomi dei giganti che hanno fatto questa musica, la vecchia scuola. Stasera Herbie Hancock, per dire, è uno degli ultimi… Fa un po’ effetto. È chiaro che ci sono grandi talenti, una nuova generazione, e bisogna essere fiduciosi.

Sei ottimista sul futuro di questa musica, quindi.
Del jazz? Sì. È chiaro che sta prendendo nuove direzioni, ma posso dirti che vedo anche giovani musicisti riscoprire la musica degli anni Venti o Trenta: proprio ieri qui c’era una band di New Orleans che suonava tradizionale e lo faceva molto bene. Magari, nonostante l’apparenza, saranno proprio Internet e le nuove tecnologie a dare nuovo respiro a questa rinascita.

Sentendoti suonare, in effetti, potrei sostenere che non ami molto alcune derive sperimentali che assiepano le nuove espressioni musicali.
Illudono la gente, spesso. Credo che ci siano musicisti strepitosi ai quali però difetta una caratteristica fondamentale: la capacità di comunicare con il pubblico. E bada che non vale solo per quello che faccio, ma anche per ogni altra forma musicale… Bisogna arrivare a toccare il cuore della gente, altrimenti il pubblico se ne va. Il jazz è anche uno show ed è così che amiamo presentarci nei nostri concerti, dall’abbigliamento al resto, ma non per questo io sono necessariamente un nostalgico. Una delle cose su cui bisognerebbe concentrarsi in futuro, per esempio, è scrivere più brani originali, è qualcosa che faccio spesso e che poi suono per gli altri, da lì capisci se funzionano…

Scrivi anche gli arrangiamenti?
No, non sempre, diciamo la verità: la scrittura non è il mio forte come musicista, posso farlo ma preferisco collaborare con chi ne sa più di me, avendo bene in mente il suono e il risultato finale.

Certo è che in Europa almeno quello che chiamavamo jazz si è un po’ allontanato dalle origini americane, ha trovato una sua strada.
Hai ragione! Specialmente lo Swing, che è praticamente scomparso dalla circolazione. Almeno a voler usare la parola «jazz», l’allontanamento dalla sua dimensione originaria con le ballrooms e le orchestre ha fatto sì che evolvesse in qualcosa di diverso che non sono sempre sicuro sia una buona cosa: diciamo che molto spesso quello che sento non riesce a raggiungere il mio cuore.

Certo, le big band o le orchestre sono per molta gente qualcosa che appartiene al passato. Non credi che il florilegio di progetti in solo o in duo che nascono sia anche una questione di budget, perché non ci sono soldi per pagare i musicisti?
È proprio così, io stesso faccio una gran fatica a tenere in vita questo progetto. Specialmente dopo il covid è diventato tutto più costoso, i promoter chiedono più soldi, è complicato trovare sponsor e non è facile per niente, è una specie di lotta quotidiana e io, puoi starne certo, lotto.

E anche con la vendita dei cd o vinili non va meglio.
Eh già. Credo che le grandi compagnie, pensa a Spotify, non stanno facendo un buon servizio ai musicisti ed è così anche se scrivi musica per i film. Pensa che avevamo due brani per due film lo scorso anno, entrambi su Netflix, e abbiamo preso, per un lavoro considerevole, pochissimi soldi; tutti noi musicisti dobbiamo fare i conti con questa nuova realtà. Non è che facciamo una vita dura, intendiamoci, quella la fa chi si alza alle sei di mattina per andare a lavorare. Io mi considero ancora un privilegiato a fare quello che mi piace fare, ieri sera – credimi – è stato sensazionale vedere la gente impazzire alla nostra musica, percepire che piace quello che suoniamo: è bellissimo.

Lo Swing ti tiene vivo ed è contagioso, quindi.
È bello vedere la trasmissione delle conoscenze e la possibilità di influenzare qualcuno con la nostra band. Io a mia volta sono stato influenzato da Lionel Hampton, Louis Prima, Count Basie, dal r&b di Ray Charles o Louis Jordan, oggi vedo chiaramente che alcune band sono influenzate da quello che facciamo noi ed è incredibile; ogni tanto ho proprio l’impressione che copino il mio repertorio, come ho fatto io prima di loro, e non sono per niente offeso da questo, anzi! La trasmissione tra generazioni è fondamentale, anche se non sono necessariamente ossessionato dall’avere giovani a suonare, nel senso che quello che guardo non è l’anagrafe ma il modo in cui suonano, il grado di complicità e fratellanza che si riesce a creare. Questo è in fondo ciò che ci chiede il pubblico.
Però lasciami aggiungere che il jazz è una musica meravigliosa, perché è come un grande ombrello che riesce a tenere insieme rock, r&b e anche la pop music; in fondo, Louis Armstrong o Bing Crosby sono anche stati musicisti pop. Il problema non è il pop in sé, ma cosa è diventato oggigiorno: si tratta il larga parte di fenomeni creati a tavolino, schiavi dell’industria discografica. Insomma, nulla di interessante per me.

Le nuove tecnologie per fare musica ti incuriosiscono?
Certamente! È un modo diverso al quale dobbiamo abituarci, ma nel mio caso è stato fantastico riuscire, durante la pandemia, a suonare e registrare con gli altri, mandandoci le tracce per mail. Certamente si perde il feeling, ma alla fine dovevamo pubblicare l’album e il risultato è stato molto soddisfacente… Mi faccio aiutare dai più giovani a utilizzare le nuove possibilità, ma non ho alcuna preclusione.

Anche aggiustare ogni minimo pitch fuori posto sulla voce?
Ecco, no, quello non mi piace per niente … Serve a chi non conosce il mestiere. Non è difficile suonare ben intonato, se sei un musicista e resti concentrato, e può capitare che la mia voce sia più stanca o con meno dinamica durante un concerto, ma in genere cerco di restare nel pitch senza macchine. Detesto il suono robotico dell’autotune. L’idea che tutto deve risultare perfetto, pulito e senza errori è una vera fissazione; se analizzi e ascolti con attenzione i grandi album del jazz, vedi che anche lì ci sono errori, e che spesso proprio da quelli sono nate le idee migliori. La musica non è una natura morta, ha a che fare con il procedere dell’esistenza, non sopporta i fermo immagine: e questo è il fascino di suonare live in un set acustico.

Paolo Romano