Tino, la prima domanda è di rito: che effetto fa sapere che il tuo progetto intitolato «Panorchestra» ha vinto il Top Jazz 2025 come miglior disco?
Fa un bell’effetto. È una bella soddisfazione realizzare un disco che piace e interessa trasversalmente tante persone. Già con i gruppi di D’Andrea e Fresu avevo vissuto questa esperienza e anche con i miei progetti ci ero andato molto vicino ma questo, nella categoria che prediligo, è particolarmente piacevole.
Parlaci della Panorchestra, che non è solo il nome del disco ma anche del gruppo che vi suona. Quando e come nasce l’ ottetto?
Il gruppo nasce nel 2018 e tiene alcuni concerti a Milano per la rassegna Area M, di cui ero coordinatore, e dedicata a progetti orchestrali che coinvolgevano in gran parte studenti del Conservatorio di Milano e diversi arrangiatori come Corrado Guarino, Pino Iodice e Oscar Del Barba. In quel periodo lavoravo con Double Cut, un quartetto pianoless con Massimiliano Milesi, Giulio Corini e Filippo Sala. Ho deciso quindi di raddoppiare il quartetto e proporlo a Emilio Sioli, direttore della rassegna. Così è nato l’organico. Dopo varie vicissitudini nel 2023 ho pensato di riproporre lo stesso organico in occasione di «Bergamo Brescia capitale della Cultura» quando, con l’aggiunta di Jonathan Finlayson, abbiamo suonato a Bergamo Jazz presentando gli arrangiamenti di Alfonso Santimone. Nel novembre del 2023, sempre nell’ambito di Bergamo Brescia Capitale della Cultura la Panorchestra ha ospitato Steven Bernstein suonando arrangiamenti di suoi brani al Teatro Grande di Brescia. Il sostegno della fondazione Donizetti in quel periodo è stato fondamentale per la vita di questa band così come quello del Teatro Grande.
Una delle prerogative di questa piccola orchestra è proprio quella di incontrare musicisti che ci interessano e interpretare la loro musica. In questo senso la collaborazione con Finlayson, Bernstein e Alfonso Santimone è stata davvero produttiva e stimolante. Credo però che la fisionomia dell’ottetto base, assieme al repertorio presente nel disco, sia forse quella più peculiare e originale della band: brani originali, arrangiamenti informali, spazi solistici aperti, dialoghi, ambienti sonori diversi, il tutto all’interno di una scrittura particolare ed a tratti bizzarra.
Quindi la Panorchestra è una costola o uno sviluppo inevitabile del gruppo Double Cut, visto che la base della band è formata da te, Massimiliano Milesi, Giulio Corini e Filippo Sala, reduci dall’aver realizzato insieme tre dischi?
Certamente sì. Double Cut è un organico pianoless che mi ha permesso di sperimentare determinate cose negli ultimi dieci anni attraverso concerti, prove e soprattutto tre dischi di cui gli ultimi due per il Parco della Musica, etichetta con la quale avevo già pubblicato un album con Acrobats e uno in trio che sotto alcuni aspetti era un prodromo di questo quartetto. Attraverso questo percorso è andata formandosi una personalità specifica del gruppo grazie al contributo ed alla condivisione profonda della musica con tutti i componenti. È bello lavorare con musicisti più giovani perché senti l’aria che c’è in giro e non manca l’entusiasmo e la voglia di fare e sperimentare.
Ho sempre cercato di ascoltare quello che mi succede attorno e non mi viene naturale inseguire formule precostituite. Ho provato a fare quello che avevo in testa con un’ampia varietà di linguaggi: tonali, modali o free. Questi si possono ritrovare anche nei dischi fatti per esempio col quartetto che ho avuto per parecchi anni, tra gli anni Novanta e il Duemila, con Marco Micheli, Francesco Petreni e Massimo Colombo. Ho inciso con loro sette/otto dischi tra cui «292», «Live 2005», «Un’Ora», «Affinità Elettive» (con una piccola orchestra da camera), «Quartetto» e «La Forma delle Cose». Ho coltivato e sviluppato il mio senso di ricerca, del guardarmi intorno senza riferimenti di linguaggi troppo specifici. Anche i due album che ho pubblicato successivamente con Acrobats (Mauro Ottolini, Roberto Cecchetto, Paolino Dalla Porta e Antonio Fusco), li sento molto vicini: colori, forme insolite e dinamiche. Sono tutte cose che nella loro diversità mi rappresentano. Nel frattempo, ed attraverso molti anni, ho avuto decine di collaborazioni con altri musicisti che sono state per me fondamentali. La mia carriera si è svolta in buona parte interpretando la musica di altri. Devo moltissimo a tutte queste esperienze. Mi è sempre piaciuto interpretare musica originale di altri musicisti cercando di inserirmi in organici già esistenti per poi portare dentro la mia idea. Oggi mi ritrovo con oltre cento album registrati come solista e per me questo è un tesoro inestimabile.

Nel mettere in piedi la Panorchestra avevi in mente alcuni ottetti, o grandi ensemble che si sono susseguiti nella storia del jazz a cui ti senti musicalmente più vicino?
Non avevo in mente modelli particolari. Ho ascoltato sempre i quartetti e quintetti ed anche le big band classiche o moderne, compreso George Russell, Carla Bley e Maria Schneider. Ho sempre pensato che ascoltare le orchestre degli anni Venti e Trenta dal vivo dovesse essere un’esperienza pazzesca; e poter ricreare, con i linguaggi di oggi, quell’idea sarebbe un risultato fantastico. L’ Ellington del jungle style o, se devo pensare a un titolo, Swing That Music di Louis Armstrong che è un pezzo che faccio sentire sempre ai miei studenti quando si parla di organizzazione formale della musica e di improvvisazione. Ogni otto battute succede sempre qualcosa. Forse nella Panorchestra ho trasferito quell’idea di dare ad ogni solo una caratterizzazione diversa attraverso l’uso dei diversi backgrounds o cambiando addirittura contesto e cercando di evitare lo schema tema/assolo sulla stessa struttura/tema. Ho sentito una volta dal vivo l’Arkestra di Sun Ra suonare un arrangiamento stile anni Trenta ma con tutte le follie del personaggio, veramente divertente. Purtroppo non sono mai più riuscito a trovare quell’arrangiamento negli innumerevoli suoi dischi.
I musicisti che ne fanno parte, tutti eclettici e improvvisatori, sono stati scelti in base al progetto musicale – stiamo parlando anche di Federico Calcagno, Gianluca Zanello, Paolo Malacarne e Andrea Andreoli – o è un gruppo laboratorio che è sfociato nella Panorchestra?
I musicisti sono stati tutti scelti accuratamente. Alcuni li ho conosciuti in conservatorio, altri li ho ascoltati in giro per concerti e anche a Scintille, che è la rassegna di gruppi giovanili che curo per Bergamo Jazz. Essendo anche insegnante ho sempre creduto nella necessità che ci fossero degli spazi per loro in eventi importanti e ringrazio Bergamo Jazz che ha fatto propria questa mia idea. Devo dire che negli anni, durante Scintille, ho sentito dei concerti fantastici. Grazie a tutto questo, quando è stato il momento di mettere in piedi l’orchestra, avevo una buona conoscenza dell’ambiente musicale. Tutti i musicisti che ne fanno parte hanno oggi carriere importanti o addirittura internazionali. Ho scelto musicisti dell’area nord per ragioni pratiche e per poter provare e mettere a punto la musica. Inoltre li conoscevo bene e sapevo che avrebbero condiviso perfettamente l’idea. Sono contento che presto riprenderemo ad esibirci. Suoneremo a Bergamo Jazz e ci sono in ballo altre cose.
La musica che suonate spazia dal jazz alla contemporanea, è tradizione e allo stesso tempo ricerca trasversale.
Sì, esatto. Come ti dicevo non abbiamo preclusioni particolari. I miei ascolti spaziano dal jazz alla musica etnica, alla musica contemporanea conseguentemente i brani sono difficilmente inquadrabili in un genere o in uno stile preciso. Direi che anche per Milesi sia così. Riguardo al rapporto con la musica del novecento classico avevo già realizzato nel 1995 «Affinità Elettive», il cui titolo fa riferimento proprio alla stretta relazione tra jazz e musica del novecento. Lo ritengo un lavoro interessante. Attorno a questo tema, dallo scorso anno sto collaborando ad un progetto di composizioni di musicisti classici del Novecento con arrangiamenti di Antonio Zambrini, Tito Mangialajo Rantzer e Francesco D’Auria.

Il disco «Panorchestra» è il risultato di due registrazioni avvenute il 3 luglio 2018 presso il Campus Martinitt a Milano e il 2 agosto 2018 al Castello Sforzesco di Milano. C’è un motivo ben preciso per il quale la pubblicazione è avvenuta solo adesso, dopo sette anni?
È vero, è passato un bel po’ di tempo da quando abbiamo registrato quei concerti. Avevamo presto pensato di riversarli in un disco perché la registrazione ci piaceva molto ma per una serie di ragioni e vicissitudini il tempo è passato e non se n’è fatto nulla. In seguito abbiamo fatte mixare il tutto a Diego Bergamini e la qualità della registrazione è migliorata di molto. Da quel momento è passato però altro tempo. Io ero preso da alcuni progetti come quello con il trio Spiritus Spiritus con Michel Godard e Francesco D’Auria, gruppo che ad oggi rappresenta una delle mie esperienze più intense e col quale abbiamo inciso un disco che era poi la registrazione del primo concerto che abbiamo fatto. Poi è successo che, dopo aver ascoltato e commentato positivamente il mixaggio, è intervenuto Giulio Corini che ha proposto la cosa alla Flying Music di Nelide Bandello, interessante giovane e dinamica etichetta che ha accettato molto volentieri. Il master è stato rivisto da Enrico Terragnoli che ha fatto una magnifica masterizzazione. Così è venuto fuori l’album «Panorchestra».
Il disco contiene sette brani. Sei sono originali e uno è una riproposizione di The Train and the River di Jimmy Giuffre arrangiata da Massimiliano Milesi. Quanto è presente nella vostra musica il musicista e compositore americano visto che gli avete dedicato un brano?
Credo che Jimmy Giuffre sia un musicista ampiamente sottovalutato. Ho avuto modo di approfondirlo in un disco con Andrea Dulbecco, Giulio Corini e Giovanni Giorgi alcuni anni fa ma non direi che ci siamo esplicitamente ispirati al suo lavoro bensì al suo percorso, che del resto si è sviluppato soprattutto in piccoli organici – Woody Herman a parte – e comunque può essere considerato un punto di riferimento importante. The Train and the River lo suoniamo quasi sempre anche in quartetto e ritengo il disco «Western Suite» un capolavoro più che del jazz della musica americana in generale. Contiene tanti influssi, elementi diversi che stanno insieme perfettamente. Direi che è certamente uno dei nostri numi tutelari.
Dei brani restanti dividete la paternità tu e Milesi. A volte l’uno arrangia il brano dell’altro e viceversa. Mi pare di capire che tra voi due c’è un rapporto di reciproca fiducia e condivisione della musica.
Sì, è una caratteristica del disco che mi piace molto, io arrangio i suoi pezzi e lui i miei. Penso che questa idea possa dare prospettive e coloriture ulteriori alle composizioni. Nel tempo si è creato un vero e proprio «modo» Double Cut che ho naturalmente condiviso con Massimiliano e con tutto il gruppo e non c’era pericolo di particolari disomogeneità tra gli arrangiamenti, come penso si possa sentire. Tanti concerti ed esperienze comuni come per esempio la bellissima tournèe in Africa. Toccare nazioni diverse e suonare anche con musicisti africani ha parecchio cementato il gruppo, nel quale voglio ricordare i fondamentali contributi creativi di Giulio Corini e Filippo Sala che hanno sempre partecipato attivamente con idee e pareri sia al quartetto sia all’ottetto.
«Panorchestra» si apre al fulmicotone con un pezzo di Milesi intitolato Ap-To. Qui l’arrangiamento è tuo. Ci spiegheresti la natura di questo brano?
Ap-To è un brano abbastanza violento ed aspro con forti dissonanze e molto dinamico. C’è un incrocio di due voci che a volte viaggiano insieme e a volte si scontrano con una sequenza ritmica abbastanza complessa. In determinati punti intervengono dei backgrounds piuttosto ipnotici ma con una loro cinetica interna. Il tema è basato su una serie dodecafonica ma improvvisamente ci muoviamo in maniera libera attorno a frammenti tematici. In generale, pur conoscendole e tenendole presenti, più che addentrarci in certe complessità teoriche cerchiamo infatti di conservare una certa fisicità o se vuoi corporeità nell’improvvisazione che, insieme ad altri, è un elemento profondo del jazz a cui non vorrei mai rinunciare. Alla fine melodia, ritmo e timbro sono ciò che muove il tutto.
Basics invece è una tua composizione molto vivace, festosa, che nasconde sonorità antiche.
Nel corso degli anni ho creato diverse tipologie di composizioni. Occasionalmente nascono dei temi tonali tipo ninna nanna o canterini, quasi popolari e vagamente ornettiani come questo. In questo caso il tema principale è poi scurito da una seconda sezione un po’ più aspra. Comunque hai detto bene, l’idea era di avere all’interno del disco un pezzo più gioioso in tonalità maggiore che magari stemperasse alcune linee spigolose di altri brani.
Anche Gufo appartiene alla tua penna. È un pezzo liberamente impressionista che riproduce la natura e i fenomeni animali.
È un brano che ha una storia particolare. Ero in giardino e c’era sull’albero un qualche rapace notturno che faceva un certo verso dal quale è nato questo bizzarro tema. Parte da un singolo suono ritmico e si sviluppa in maniera decisamente imprevedibile, con armonizzazioni anomale ed un carattere intervallare. A volte scrivo questo tipo di pezzi partendo da un’idea musicale e sviluppandola in maniera istintiva senza lavorare da arrangiatore o in maniera formale. Lo scopo è quello di realizzare un brano senza seguire schemi consueti e cercare di creare qualcosa che si riferisca il meno possibile a modelli specifici e che proceda con una nota dopo l’altra senza troppe sovrastrutture, una sorta di percorso dove la meta è a sorpresa. A proposito del tema animale che suggerisci nella domanda Gufo si sviluppa poi con un incredibile solo di clarinetto basso fino ad un parossistico caos di suoni della foresta, puro divertimento con un pizzico di goliardia.

Love and Love Again è un pezzo caldo, solare, ricco di colori che si coniuga con la libertà della vostra musica e contiene uno stupefacente assolo di Andreoli.
Andrea è un musicista incredibile. Dopo aver suonato con Steven Bernstein a un certo punto il trombettista si è avvicinato e mi ha detto: «Ma questo qui è pazzesco». Love and Love Again è una composizione di Massimiliano che contiene anche qualcosa di soul ma con un fondo di ironia e divertimento (vedi il titolo), categorie che pratichiamo spesso anche in quartetto. Poi c’è il bellissimo assolo di Giulio che è un bassista formidabile. Lui è un punto di riferimento fondamentale del quartetto e dell’orchestra ed in qualche maniera anche un modello esistenziale.
L’indice di Alfredo è una lunga composizione ricca di sorprese, assolo e modalità temporali. Cosa volevi raccontare?
Il brano è uno di quelli scritti in pochi minuti: per altri ci metto dei mesi… È uscito così dal sax soprano con pochissime modifiche successive. È un tema dinamico e abbastanza cromatico con varie sezioni diverse in maniera che ogni solista abbia un ambiente sonoro diverso. Il titolo nasce da un’esperienza di più di trenta anni fa quando sono stato uno degli ospiti del progetto Missa di Alfredo Impullitti, un musicista straordinario di scuola classica ma anche un ottimo pianista jazz, purtroppo scomparso giovanissimo. Ha scritto questa Missa per un organico classico di novanta elementi con coro, ritmica e solisti. Il titolo nasce dal fatto che lo vedevo dirigere questo enorme organico col suo dito indice con una semplicità incredibile nonostante la complessità della partitura e quell’immagine mi è rimasta impressa. Era un genio, un musicista di livello assoluto. La Missa è diventata poi un disco. L’abbiamo replicata qualche tempo fa nel ventennale a Teramo con la direzione di Luisella Chiarini.
Surf on Neptune, di Milesi e da te arrangiato, è un pezzo che nasce sottotraccia per poi emergere con forza e trasformarsi anche in una litania arabeggiante. Una composizione molto accattivante.
Sì, è una bellissima composizione di Massimiliano nata per sassofono solo o per due sassofoni. Abbiamo anche qualche versione live con due sassofoni. C’è una bellissima sequenza fatta sia da note consuete dello strumento che da armonici che da lentissima diventa poi velocissima per poi configurarsi in un vero e proprio giro armonico dal carattere modale, con vari cambi armonici. C’è una lunga introduzione dei due tenori e poi parte a grande velocità il tema. Tecnicamente è molto difficile. Sono in sostanza quattro frasi con l’utilizzo di armonici attraverso posizioni speciali di sassofono. Alla fine del brano Massimiliano fa questo assolo molto etnico a cui ti riferisci che mi fa ricordare un altro suo brano che si intitola Injera Calling che basato su una scala sulla quale avevamo suonato insieme a un gruppo africano durante la tournee e di cui raccontavo prima. L’injera è un piatto etiopico che, appena arrivati ad Addis Abeba, Corini e Sala si mangiavano di gusto mentre noi, pur affamatissimi, suonavamo in questa sorta di jam session.
Visto il successo della Panorchestra, a quando un disco in studio?
Non ci ho ancora pensato, intanto faremo qualche concerto inserendo qualche nuovo brano. Ci sono in ballo anche delle nuove collaborazioni, quindi verso la fine dell’anno vedremo che fare e chissà, magari nel 2027…
