Come nasce la tua passione per il jazz e per la tromba?
Nasce in modo del tutto imprevisto. Fino a quasi diciotto anni non avevo mai studiato uno strumento. A una festa suonava un gruppo di musicisti e, quasi istintivamente, fui attratto dalla tromba. Chiesi a un amico se potessi provarla e da lì è cambiato tutto, è diventata la mia vita. Mi sono iscritto in Conservatorio, mi sono diplomato in soli quattro anni e subito dopo sono entrato in orchestra, ho lavorato con diverse compagini sinfoniche e liriche. Scoprii di avere un talento che non sapevo di possedere e questo ha completamente cambiato il mio percorso di vita. Dopo gli studi classici sono diventato professore d’orchestra, collaborando prima come esterno e poi stabilmente con l’Orchestra Sinfonica di Milano. Ma già allora sentivo una forte attrazione verso la musica creativa.
C’è stato un momento preciso in cui hai capito che il jazz e la scrittura sarebbero diventati centrali nel tuo percorso?
Sì, c’è stato un passaggio molto concreto. In quel periodo lavoravo stabilmente con l’Orchestra Sinfonica di Milano e mi capitava spesso di registrare nella Sala Verdi del Conservatorio. Durante una di quelle sedute, sotto la direzione di Riccardo Chailly per la Deutsche Grammophon, accadde qualcosa di apparentemente marginale ma decisivo: uscendo dalla sala notai un cartello che annunciava l’apertura dei corsi di jazz del Conservatorio a partire da settembre. Fu una vera folgorazione. Mi iscrissi quasi d’istinto. È stato questo l’incontro consapevole con il jazz. Mi diplomai sotto la guida di Tino Tracanna, che fu anche il mio primo vero grande incoraggiatore perché, avendo sentito i brani che scrivevo, mi spronò a formare un gruppo e a registrarli. Nel mio album di debutto «Music for Five» del 2002, infatti, è lui l’ospite speciale. Da lì è iniziata la seconda fase, quella creativa, che fortunatamente continua ancora.
A un certo punto decidi di lasciare l’orchestra sinfonica.
Sì, perché ho capito che mi sentivo più vicino a una musica libera, che potesse darmi ogni volta la possibilità di esprimermi in modo naturale. Provenendo dall’orchestra sinfonica avevo un background particolare, molto legato anche alla musica del Novecento, Stravinsky, Bartók, Messiaen, Varèse, e questo ha influenzato fortemente le mie composizioni. Le mie prime scritture erano una sintesi tra jazz e musica classica contemporanea, spesso legata all’improvvisazione radicale.
Ne consegue la scelta di orientarti definitivamente verso il jazz.
A un certo punto ho sentito la necessità di dedicarmi completamente a questa dimensione. Da allora sono passati quasi venticinque anni di progetti, dischi, esperienze che mi hanno confermato la bontà di quella scelta. Dopo il corso di jazz, alla fine del primo anno, sentii il bisogno di confrontarmi con un contesto più ampio e partecipai alle Summer Clinics della Berklee a Perugia, Siena e Nuoro. Quell’esperienza fu decisiva. Il destino volle che proprio quell’anno, era il 2000, vincessi la borsa di studio come miglior talento, che però non utilizzai perché, lavorando stabilmente in orchestra sinfonica, non ero ancora pronto per lasciare il posto che, fino a quel momento, tanto avevo desiderato e così decisi di approfondire in Italia i miei studi jazzistici.
Come nasce, invece, l’esigenza di iniziare a scrivere musica propria?
La scrittura è arrivata come una necessità naturale. Mi sono reso conto del bisogno di far convivere tutto quello che avevo assorbito, la disciplina orchestrale, la musica del Novecento, il jazz, l’improvvisazione. All’inizio erano tentativi istintivi, poi sempre più consapevoli. Ho capito che la composizione non era un elemento separato dall’improvvisazione, ma il suo prolungamento naturale. È da lì che nasce, nel tempo, anche la mia attenzione per l’album come progetto unitario, come racconto, e non come semplice raccolta di brani.
La suite ritorna spesso nei tuoi album. «Suite for Bird», «Earthquake Suite», «R-Evolution Suite», «Around Ornette», «Around Ellington», «Suite for Miles». Cosa rappresenta oggi questa forma?
La suite implica proprio l’idea del racconto. Un album, per me, non è una somma di brani messi insieme, ma una storia che inizia con la prima nota e finisce con l’ultima. Non penso mai in termini commerciali, penso alla coerenza, alla profondità, all’architettura del progetto. Quando decido di fare un omaggio, a Charlie Parker, a Duke Ellington, a Miles Davis, non mi interessa eseguire delle cover. Mi interessa rendere omaggio al contributo che questi musicisti hanno dato alla musica del Novecento. Prendo frammenti tematici, li rielaboro, li metto in dialogo con mie composizioni originali e costruisco una continuità narrativa.
Il primo appuntamento del nuovo anno è stato il 23 gennaio al Teatro di Corte della Reggia di Monza con il debutto della Giovanni Falzone Libera Band, la nuova formazione che segna anche l’inizio di un nuovo percorso collettivo, composta dai giovani e talentuosi Raffaele Fiengo (sax alto), Massimiliano Cameroni (pianoforte), Giuseppe La Grutta (basso elettrico) e Riccardo Marchese (batteria). A Monza il debutto in anterima assoluta. Quale idea musicale ti ha guidato nella costruzione di «Suite for Miles», il tuo nuovo progetto discografico?
«Suite for Miles» sarà pubblicato a maggio da Tuk Music. Paolo Fresu mi ha invitato al festival che dirige, Time in Jazz 2026, chiedendomi un omaggio speciale a Miles Davis in occasione del centenario. All’inizio ero molto titubante. Miles è un gigante che ha attraversato cinque epoche del jazz. Poi ho capito che potevo farlo solo alla mia maniera, senza scimmiottamenti, mantenendo la mia identità musicale. Prima di accettare un progetto devo sentire che rientra nella mia idea di musica creativa. L’album nasce come una suite continua, in cui brani di Miles e composizioni originali dialogano senza soluzione di continuità, cercando una coerenza timbrica e narrativa. Ho cercato di elaborare alcuni frammenti tematici, derivati dai brani di Miles Davis, e ne sono scaturite composizioni con forti componenti ritmiche e melodiche, attraverso le quali il mio nuovo quintetto muoverà l’intero quadro sonoro. Fanno parte di questo progetto giovani musicisti di grandissima sensibilità, con i quali ho instaurato, fin da subito, un rapporto di complicità ed intesa musicale, grazie al loro talento, alla curiosità e alla capacità di muoversi in diversi ambiti creativi.
Da cosa nasce il nome di questa nuova formazione, Libera Band?
Libera Band nasce dal desiderio di formare un gruppo che abbia al centro la libertà, ossia la capacità di sapersi muovere su ambiti e territori musicali diversi, sia a livello creativo, nello sviluppare in modo autentico il materiale compositivo attraverso «finestre di libertà» che mettano in risalto le qualità e le peculiarità di ciascun elemento del gruppo, sia nella capacità esecutiva, in modo da valorizzare anche il più piccolo dettaglio compositivo. In un momento storico così delicato, la parola «libera» è una scelta ben precisa e fortemente voluta. Ho cercato di mettere insieme un «microcosmo» di persone, che stimo sotto diversi aspetti, rapportandolo ad un «mondo ideale» dove mi piacerebbe abitare, senza barriere di genere, senza colonizzatori, senza oppressori, senza ricchezza spropositata che offende la fame e la dignità altrui. In parole semplici, un mondo libero capace di agire nella libertà così come nelle regole, nella responsabilità, nella bellezza, nell’ascolto e soprattutto nel rispetto di tutti.

Freak Machine vede invece Giuseppe La Grutta (basso elettrico) e Andrea Bruzzone (batteria). Con questa formazione hai recentemente suonato per l’Atelier Musicale, alla Camera del lavoro di Milano il 24 gennaio. È uno dei tuoi lavori più recenti che affronta il rapporto uomo-tecnologia. Da che cosa nasce?
Il progetto nasconde anche una profonda riflessione sul rapporto dell’uomo odierno con la tecnologia, come del resto ben evidenziano alcuni pezzi in repertorio, a partire dal brano intitolato L’uomo robot. Propone infatti un jazz nel quale si utilizzano materiali provenienti da un vasto universo sonoro che comprende il punk, il funky, il rock, la musica eurocolta contemporanea e l’elettronica per realizzare una serie di brani, più o meno strutturati, che favoriscono l’improvvisazione aperta e legata al dialogo collettivo del trio. È una riflessione sulla transizione verso un mondo sempre più automatizzato.
Quale è l’obiettivo principale?
Freak Machine elabora una serie di brani composti in forma non convenzionale. L’obiettivo principale di questo progetto è quello di ripercorrere momenti esecutivi con strutture ben definite per tutti gli strumenti e momenti di puro «interplay»; c’è il desiderio di sviluppare un pensiero condiviso, a partire da un’idea iniziale, per costruire un discorso musicale collettivo che si nutre di diversi approcci all’improvvisazione e dell’uso dell’elettronica. Le composizioni sono caratterizzate da forti componenti ritmiche e melodiche, intrise di suggestioni che vanno dal jazz al punk rock, alla musica classico-contemporanea. Con Giuseppe e Andrea abbiamo lavorato a lungo sulla ricerca di un «suono ideale» e, a un certo punto, quasi per magia, ho capito che lo avevamo trovato. Per me il suono di gruppo è un aspetto fondamentale quando si concepisce un progetto musicale.
Il progetto ruota attorno a Clowns, Burattini e Uomo Robot. Quale è il significato?
La transizione dalla visione romantica dei clown e dei burattini a quella più fredda e cinica dell’intelligenza artificiale (IA) e dei robot rappresenta un cambiamento profondo nella nostra cultura e prospettiva tecnologica. In passato, clown e burattini simboleggiavano l’innocenza, la giocondità e la creatività. Queste figure erano legate al mondo dell’intrattenimento, all’umorismo, alla storia e all’arte, evocando emozioni umane autentiche. Da diversi anni ormai, questi stessi termini, vengono utilizzati in contesti dispregiativi per descrivere comportamenti o caratteristiche di individui e/o gruppi, suggerendo una mancanza di serietà, autenticità e autonomia. Con l’avvento della tecnologia e la crescente presenza dell’IA nella vita quotidiana, la percezione di ciò che è «artificiale» è cambiata radicalmente. I robot e i sistemi di IA sono ora visti con un misto di ammirazione e paura. Sebbene la tecnologia possa offrire possibilità straordinarie, è fondamentale mantenere una riflessione critica sull’impatto che ha sulle nostre vite, sui nostri valori e soprattutto sulla nostra umanità. È urgente e fondamentale ripristinare un legame forte con l’individuo libero e pensante. Anzi direi che è urgentissimo.
«Minimal Duo», da poco uscito per Abeat, è un progetto che sorprende già dai dati di copertina. Le registrazioni risalgono al 2012. A distanza di anni dalla registrazione, appare ancora sorprendentemente attuale. Con Paolino Dalla porta al contrabbasso, c’è sottrazione e ascolto, la riduzione dell’organico all’essenziale. Quanto è rischioso?
Be’, il duo, di per sé, è una formazione rischiosa perché ti mette proprio a nudo. Con il contrabbasso, naturalmente, lo è ancora di più. Con Paolino Dalla Porta, fin dalla prima volta che abbiamo suonato assieme, c’è subito stata una intesa speciale. Il Duo nasce subito dopo aver registrato il mio album, in quintetto (con Francesco Bearzatti, Beppe Caruso al trombone, Paolino Dalla Porta al contrabbasso e Zeno De Rossi alla batteria) «Around Ornette», che vinse il Top Jazz come disco dell’anno nel 2011. Nacque questa bella intesa con Paolino che ci portò sia a fare tanti bei concerti che a registrare l’album, per l’appunto. Per una serie di imprevisti la registrazione rimase in un cassetto per circa dodici anni fino a quando, parlandone con Mario Caccia della Abeat e grazie al suo prezioso entusiasmo, ha visto finalmente la luce.
L’album lascia grande spazio al dialogo puro, alla parità assoluta del rapporto, al piano comune senza gerarchie evitando il virtuosismo esibito e la rarefazione sterile, è un album-racconto. Quanto conta, in un progetto come questo, la narrazione, la fiducia reciproca e la capacità di ascolto tra i due musicisti?
Conta moltissimo! In una formazione come questa lo spazio, il dialogo, l’ascolto e anche il silenzio diventano componenti importantissime affinché tutto possa procedere nel delicato equilibrio del dialogo tra i due strumenti. Generalmente virtuosismo fine a se stesso oppure inutili gerarchie non aiutano alla costruzione del racconto musicale. Semmai, gerarchie e virtuosismo, possono rientrare negli aspetti della «bravura strumentale» ma che credo non interessino né a me né a Paolino.
Che cosa è per te il jazz?
Per me il jazz non è solamente un genere musicale ma un modo di intendere la musica e la relazione tra le persone. La musica esiste prima delle etichette perché è voce, ritmo naturale, suono. Il jazz ha una qualità straordinaria, è capace di accogliere linguaggi diversi e di farli convivere, rinnovandosi continuamente attraverso l’incontro. È una musica che si fonda su codici precisi, timing, pronuncia, ascolto, creazione in tempo reale, ma il suo senso più profondo sta nel dialogo. Come in una conversazione autentica, il jazz vive di interplay, della capacità di reagire a ciò che accade nel momento presente. Nasce dall’incontro di culture diverse e abbatte naturalmente le barriere. Per questo, per me, il jazz è anche uno stile di vita, richiede apertura, ascolto e disponibilità verso l’imprevisto, senza sapere davvero come una conversazione inizierà o dove potrà portare.
Che musica ascolti fuori dal jazz?
Musica classica contemporanea, rock ma anche pop, purché, alla base, ci sia autenticità. Miles Davis, John Coltrane, Ornette Coleman, Paul Bley, ma anche Bach, Stravinsky, Bartók, Messiaen, Varèse, Berio, Maderna, Led Zeppelin, Pink Floyd, King Crimson. La trovo musica che ridimensiona e soprattutto insegna. Nell’ambito della musica pop italiana amo molto i grandi cantautori – Dalla, De Andrè, Battiato, Graziani, Bennato – con un amore speciale per Lucio Battisti.
Perché Lucio Battisti?
Per me Lucio Battisti è un grande musicista di riferimento, non solo nell’ambito della musica pop. Ho sempre inteso le sue opere in una prospettiva più ampia. Ricordo che da ragazzo uno dei primi album che ascoltai fu «Emozioni» e rimasi letteralmente scioccato, quei brani non mi apparivano come semplici canzoni, ma come piccole opere compiute, nelle quali accadevano molte cose, proprio come avviene nell’opera o nella musica colta. All’interno di un singolo brano c’erano diversi momenti, continui cambi di atmosfera, di arrangiamento, di tensione narrativa. Era qualcosa di profondamente innovativo. E lo è tuttora, anche oggi, riascoltandolo con la maturità di trent’anni di professione alle spalle, continuo a pensare che quei dischi siano dei capolavori, delle perle assolute. Battisti è stato un musicista seriamente innovativo.
Al di fuori della musica, quali sono i tuoi hobby? Come occupi il tempo quando non suoni o componi?
In realtà faccio fatica a parlare di hobby in senso stretto, perché tutto ciò che mi interessa davvero finisce sempre per rientrare in un’esigenza espressiva. La pittura è il mio secondo grande amore. Occupa un posto importante, dipingo da anni e per me non è un passatempo, ma un altro linguaggio, parallelo alla musica. Anche in questo caso mi sono accorto che difficilmente ho dipinto quadri singoli. Ho sempre lavorato per serie, un po’ come accade per la forma suite nella musica. Spesso parto da un tema e da lì parte una sorta di racconto che poi si esaurirà, in maniera naturale, man mano che la serie volgerà al termine. Negli anni ho realizzato parecchie serie: Birds; Maschere; Numeri; Anime Invisibili; Clowns.
Parti da una idea precisa?
Si, normalmente parto da un tema iniziale, osservo il primo segno sulla tela e poi lascio che l’istinto mi suggerisca la direzione da seguire. È un processo molto simile a quello musicale. L’unica differenza, ma direi sostanziale, è che nella musica, avendo studiato molto e in varie direzioni, sono consapevole di possedere una tecnica che in qualche modo «controlla» l’operato, mentre nella pittura il fatto che io sia totalmente autodidatta fa sì che possa agire nella più totale libertà. Ho sempre vissuto la pittura come una sorta di «contrappeso liberatorio» che mi permette di dare sfogo alle mia creatività, al di là della tecnica.

Mentre mi mostri alcune tue opere, come L’Enigma, Interferenze, L’incontro o la serie Clown, colpisce quanto dialoghino da vicino con il tuo immaginario musicale.
Quando dipingo il processo è molto simile a quello musicale, lavoro per stratificazioni, per contrasti, lasciando spazio all’imprevisto. Anche sulla tela c’è una componente forte di ascolto, di attenzione a ciò che sta emergendo ed ecco che affioriano volti, maschere, presenze ibride. La serie Clown, ad esempio, gioca proprio su questa ambiguità. L’apparente leggerezza che convive con qualcosa di più inquieto, fragile, talvolta perturbante. È una maschera che non serve a nascondere, ma a rivelare. In questo senso titoli come L’Enigma o Interferenze descrivono bene una tensione che sento anche nella musica ossia quella di non dare risposte facili, ma di lasciare aperte delle domande. Sia nel suono che nel colore, ciò che cerco è l’autenticità, fare qualcosa che non sia decorativo, ma necessario. È lo stesso criterio che seguo quando compongo, improvviso o lavoro a un album.
Altri hobby?
Amo poi camminare, osservare la natura. Ho bisogno di momenti di silenzio perché è lì che spesso nascono le idee migliori. Non sono mai stato una persona che riesce a separare nettamente il lavoro dalla vita, tutto confluisce nello stesso flusso creativo. In fondo, che si tratti di suonare, dipingere o semplicemente osservare il mondo, quello che cerco è sempre la stessa cosa, una forma di autenticità, qualcosa che non sia decorativo ma necessario.
Un sogno nel cassetto?
Continuare a fare quello che faccio, con lo stesso approccio ed entusiasmo, senza perdere l’amore per la musica e la mia visione.
Come ti definiresti, al di là delle etichette?
Un musicista onnivoro, che mette al centro autenticità e creatività. Ho bisogno di muovermi tra territori diversi, di non cadere nella routine che spegne.
Nel tuo percorso ritorna spesso l’idea di affinità, anche nel titolo dell’album «Pianeti Affini». Sei ancora alla ricerca di pianeti affini, oggi?
Sì, assolutamente. «Pianeti Affini» nasce proprio da un’opera pittorica omonima dedicata al tema dell’affinità. Per me quell’immagine rappresentava un microcosmo che riflette il cosmo più grande: equilibri sottili, attrazioni, distanze, movimenti che si influenzano senza mai annullarsi. È un’idea che sento profondamente mia, sia nella musica che nella vita. Le affinità non sono mai scontate. Non hanno a che fare con l’omologazione, ma con una risonanza profonda, con la capacità di riconoscersi pur restando diversi. È questo che cerco nei progetti, nelle collaborazioni, nei percorsi artistici, una sintonia reale, non costruita. Mi sento un musicista che cerca l’autenticità, non l’effimero. In un mondo che spesso premia la superficie, la velocità, il rumore, credo sia importante continuare a lavorare sulla sostanza, sul valore, sulla profondità. La musica, per come la intendo io, deve essere un contrappeso al delirio che ci circonda, non un suo riflesso. Continuare a cercare pianeti affini significa, in fondo, non rinunciare a questa visione, ossia rimanere fedeli a ciò che si è, senza farsi trascinare dalla confusione, ma cercando sempre un equilibrio possibile tra dialogo, libertà e verità espressiva.
