MPH «Taxonomies»

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AUTORE

MPH

TITOLO DEL DISCO

«Taxonomies»

ETICHETTA

Discus


Ha l’aria di una provocazione, seppur probabilmente involontaria, aver intitolato in questo modo un disco di musica assolutamente inclassificabile, frutto di due giornate di improvvisazioni in studio a opera di musicisti che prima d’ora non avevano mai avuto modo di suonare tutti e tre insieme. L’unica vera linea guida sembra essere proprio quella scelta dal trio per intitolare i brani, pescando dal suggestivo repertorio delle denominazioni scientifiche di piante, foglie, pesci e crostacei, sulla base della loro capacità di evocare narrazioni e personaggi senza tempo, paesaggi naturali e mentali.

Ne risulta una tassonomia sonora che non offre riferimenti certi, assumendo come principio lo smarrimento. D’altronde, qui non si può parlare di mescola tra i generi che rimangono distintamente percepibili, ma di un genere che allude a quelli storici, quelli sì ormai catalogati: jazz, ambient, world music, new age, blues. Tutto è accennato, eppure l’insieme è straordinariamente compatto, ogni cosa riluce e si rabbuia insolitamente, l’atmosfera è perennemente misteriosa, perturbante; serpeggia inquietudine anche nei frangenti più luminosi.

Si prenda la leggiadra Tormentil che apre l’album. È attraversata da arpeggi di piano ricchi di grazia e di serenità, ma è difficile liberarsi dalla sensazione di un pericolo in arrivo, di una minaccia incombente. L’agitazione pervade la dimensione misteriosa che anima la successiva False Jasmine, condotta da Maguire all’organo Hammond (impiegato in tutta la prima seduta di registrazione, passando nella seconda al solo pianoforte). Con il suo andamento concitato, il brano sembra raccontare qualche misterioso frangente svoltosi in piena penombra. Altro cambio di scena in Finger Muscle più schiettamente bluesy e totalmente acustica con Maguire al piano e un sorprendente Pyne al vibrafono.

Da segnalare, ancora, Eyebright, che discioglie lentamente e mai del tutto un mistero coagulato da un tempo incalcolabile, Purple Loosestrife, lungo srotolamento di suoni sottoposti a differente forza di gravità e il guizzo schiettamente jazzistico di Rocket Larkspear, infestato da alcune interferenze aliene di sottofondo e segnato da un notevole botta e risposta tra piano e vibrafono. Splendido il brano posto in chiusura, Sally Lightfoot, che altro non è che un grosso granchio. Crostaceo difficile da catturare e anche i suoni che qui procedono a tempo di marcia, dettato alla perfezione da Pyne, sfuggono alla presa, con movimenti repentini che ne modificano la corsa, tra accelerazioni e sospensioni, serpentine dell’Hammond e pulviscolo elettronico che eludono la caccia della possibile categorizzazione. Tassonomia dell’altrove, ecco il titolo completo del disco.

Fucile

[da Musica Jazz di gennaio 2020]


DISTRIBUTORE

discusmusic.bandcamp.com

FORMAZIONE

Mark Hewins (chit., elettr.), Alex Maguire (p., org.), Martin Pyne (vib., batt., perc. elettr.).

DATA REGISTRAZIONE

Egham, Margate, 15-16 agosto 2018.