«Suite for Siena. Live 1991» Intervista a Enrico Pieranunzi

Grazie al cd allegato al numero di marzo di Musica Jazz, in edicola la prossima settimana, tornerà disponibile dopo trent’anni una rarissima incisione del pianista romano, pubblicata nel 1994 in un numero assai esiguo di copie.

25701
Enrico Pieranunzi Foto di Luca d'Agostino:Phocus Agency

Enrico Pieranunzi, punto e a capo. A settantatré anni suonati, alle spalle un centinaio di album in veste di leader o di co-leader, l’inarrestabile pianista e compositore romano è di nuovo in prima linea. Non solo per il progetto discografico “a puntate” «Pieranunzi Plays Previn» (del quale abbiamo già riferito sulle colonne di Musica Jazz e dei cui sviluppi daremo conto ai lettori). Ma anche perché, sul numero di marzo del nostro giornale, gli appassionati troveranno in allegato una sorpresa: l’album «Suite for Siena. Live 1991», un lavoro in trio con il contrabbassista Enzo Pietropaoli e con il batterista Francesco Petreni. Registrato al Teatro Comunale di Castelnuovo Berardenga il 9 gennaio di trentadue anni fa, il disco era uscito nel 1994 per i tipi di Siena Jazz Records con il titolo «Live In Castelnuovo», ma aveva avuto una circolazione assai limitata ed era stato ascoltato solo da pochi. Ed è proprio Pieranunzi a rievocare il dietro le quinte di questo lavoro, che per l’occasione è stato rimasterizzato.

Enrico, come è nato «Suite for Siena. Live 1991»?

In quel periodo io insegnavo a Siena e Franco Caroni, storico fondatore di Siena Jazz, organizzava concerti nei teatri e nei locali della zona. Quindi ero spesso da queste parti e venne deciso di fare una serata a Castelnuovo Berardenga, a pochi chilometri da Siena: tra l’altro mi pare che quella sera ci fosse una luna particolarmente suggestiva. Rispetto alla musica, era un periodo speciale per me, quello compreso tra il 1990 e il 1991. Poco prima di quella serata avevo registrato «The Dream Before Us» con Marc Johnson al contrabbasso, pubblicato dalla label francese Ida e oggi introvabile: un album dove suonavo molto libero e per il quale dovetti convincere il mio partner a fare quel tipo di musica. E poco dopo avevo lavorato a «Triologues» con lo Space Jazz Trio, ossia Enzo Pietropaoli al contrabbasso e Fabrizio Sferra alla batteria, sempre sulla stessa lunghezza d’onda. Nel disco a Siena c’è sempre Pietropaoli ma come batterista si ascolta Francesco Petreni, che era un mio allievo e che avevo chiamato perché Fabrizio ogni tanto dava forfait. Ma l’album venne stampato in un numero assai limitato di copie e divenne ben presto una rarità.

 

Il disco è composto da una lunga suite, di oltre cinquantadue minuti, dove si alternano tue composizioni e jazz standards: che effetto ti fa riascoltarlo oggi?

È una sorta di prova generale della mia direzione artistica successiva, come dicevo. Riascoltandolo ho capito che non era musica facile, ma anche che la mia improvvisazione era una forma di composizione in tempo reale. Ho parlato di free ma non in senso storico, piuttosto come forma di libertà. Io non amo suonare in modo percussivo il pianoforte, non voglio “maltrattarlo”. Forse perché ho studiato musica classica e perché conosco bene le possibilità dello strumento. Potrei dire, senza voler celebrare me stesso, che rimettendo nel lettore il disco mi sono ascoltato con interesse. È musica rischiosa. E funziona anche grazie all’interplay e all’ottimo lavoro dei miei compagni di viaggio. Da mesi volevo lavorare così. E sperimentavo suonando un pezzo dentro l’altro, magari partendo da una mia improvvisazione ed entrando in uno standard che però non sapevo quale fosse, anche se stava dentro la mia testa e il mio cuore. Insomma, si suonava senza un foglio di musica: solo orecchio, inventiva e immaginazione. Certo, il mio non era il free politico e arrabbiato degli anni Settanta, un’epoca in cui invece facevo bop. Era un’altra cosa, una sorta di free mentale, la sensazione di veleggiare in mare aperto. Bill Evans col suo trio rappresentava per me un maestro di pensiero sotterraneo. Io, però, volli andare oltre la forma-canzone che lui amava tanto, e cercai così di lavorare in modo coraggioso, assumendomi tutti i rischi del caso.

Rispetto agli anni Novanta, che sono stati un periodo davvero fecondo per te, che cosa è cambiato?

Oggi compongo molto di più. E cerco di essere un musicista, oltre che un pianista. Quel periodo, però, fu liberatorio e, da quel momento in poi, ho cominciato a concentrarmi molto di più sulla composizione, con un’attenzione decisamente più architettonica alla musica. Già dieci anni dopo, il frutto di quella liberazione mi ha aiutato a comporre e ad arrangiare con una testa diversa. Senza l’esperienza radicale di trent’anni fa il mio percorso attuale forse non ci sarebbe stato. Oggi è come se scrivessi racconti brevi, che hanno un nucleo narrativo forte sul quale poi si innesta l’improvvisazione, che però non è così determinante. Quindi il periodo 1990-91 fu centrale per me.

Enrico Pieranunzi Foto di Jacky Lepage

Dal passato al futuro: che cosa stai preparando per i prossimi mesi?

Lavoro a un disco in Francia, in cui arrangio le musiche di Gabriel Fauré. Nel 2024 si celebra il centenario della sua morte. E io, che frequento e conosco la Francia, ho chiamato il produttore dell’etichetta Bonsai, Pierre Darmon, con cui ho già registrato «Ménage à trois» e «Monsieur Claude», dedicato a Debussy, insieme ad André Ceccarelli alla batteria e Diego Imbert al contrabbasso. E gli ho proposto il progetto, selezionando e arrangiando brani di Fauré in chiave jazzistica. Ci saranno, oltre al mio trio francese, anche due ospiti: la cantante Simona Severini e il clarinettista Gabriele Mirabassi. Ne riparleremo l’anno prossimo, quando l’album sarà nei negozi.

Intervista a cura di Ivo Franchi