Ry Cooder: il figliol prodigo

di Riccardo Bertoncelli - foto di Joachim Cooder

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Ry Cooder

C’è un tempo per ogni cosa e, per Ry Cooder, dopo l’indignazione è venuto il tempo della venerazione. Collegandosi allo spirito degli antenati.

Dove eravamo rimasti con Ry Cooder? A «Election Special», 2012, prima che andasse in onda Obama 2. Come dimenticarlo? Era un Cooder indignato, fremente, che lanciava anatemi come e più della volta prima, «Pull Up Some Dust And Sit Down». Ce l’aveva con i Repubblicani, con i lobbysti, con quelli che chiamava «diaconi della High Church Of Next Dollar». Speculatori avidi, affamatori del popolo; per loro aveva appuntito e inasprito il suo classico blues, senza per questo tradirlo, anzi. «Ho preso molti spunti dalla tradizione e molti temi che hanno fatto la storia della canzone popolare, ma sia chiaro che non è un’operazione di nostalgia. Molti di quegli argomenti ci affliggono e ci turbano ancora oggi: l’intolleranza, la povertà, la violenza, l’avidità, la discriminazione. Le canzoni sono sempre nate dalla cronaca e hanno sempre voluto comunicare qualcosa. Io le ho adattate ai nostri giorni e ho cercato di conservare quello spirito».

Sono passati cinque anni e nessuno dubita che il vecchio Rylan la pensi ancora allo stesso modo. Solo che questa volta, trovandosi all’appuntamento con un disco nuovo, ha scelto uno sguardo diverso, accantonando per un giro rabbia e improperi, cercando una via che non è esagerato definire «spirituale». «Non sono una persona religiosa ma mi sono sempre sentito attratto da canzoni come queste. Quando suoni e canti, senti che si stabilisce un sentimento di venerazione, nel senso di un profondo ossequio e rispetto. Uso questa parola perché l’ho sentita dalla maestra della scuola materna di mia nipote, una donna del Kashmir. “Non vogliamo insegnare religione”, così ha detto, “vogliamo instillare l’idea della venerazione”. Ecco, penso che sia un buon termine per descrivere la musica di questo disco».

Muovendo da lì, Cooder è tornato alle radici del suo fare musica, ai primi anni Settanta in cui mescolava passato e presente con mano sicura, lasciando l’attualità come rumore di fondo; allora era la Los Angeles hip e Easy Rider bypassata con un sorprendente salto all’indietro, ora è l’America sciagurata di Trump e Zuckerberg cantata senza electronic devices, con lo sfrigolio anzi di un vinile a 78 giri. Cooder non è solo in questo gioco a incastro di originali e blues virati seppia, lo aiuta come da tempo il figlio Joachim; che ha messo la sua firma in un pezzo (Gentrification) e in un paio di arrangiamenti (The Prodigal Son, Nobody’s Fault But Mine) ma è responsabile soprattutto dell’atmosfera dell’album, certi eterei suoni alla Brian Eno sparsi con misura che riescono ad addolcire l’ascolto senza renderlo stucchevole. Cooder non è mai stato un musicista duro, anche se gli ultimi due album avevano le spine, et pour cause; semmai ruvido, carta vetro, asciutto fino a spellar le orecchie. Qui trova una gentilezza tutta sua, un modo più dolce e sommesso di raccontar le cose, e ascoltate la frizzante Gentrification o la commossa rilettura di You Must Unload per averne un’idea.

Ry Cooder

Quando avevo vent’anni mi innamorai di «Into The Purple Valley», che oggi ancora considero il capolavoro di Cooder, in bella coppia con il primo lp. Trovavo straordinario che un ragazzo della mia generazione riuscisse a vivere a Los Angeles senza sentire le vibrazioni della plastic city, musicando un’America rurale sparita da tempo che all’epoca sembrava qualcosa di cui vergognarsi, cercando il sostegno di mandolini e dodici corde anziché Stratocaster e synth, riconoscendo suo Presidente non Richard Nixon bensì Franklin Delano Roosevelt. Ricordo l’emozione di quando, tramite quei dischi, scoprii Leadbelly e Blind Willie Johnson, Alfred Reed e Sleepy John Estes, ed ebbi contezza di un Woody Guthrie così diverso così uguale a quello di Bob Dylan. Cooder non ha mai smesso di fare a quel modo, semmai ha accettato come presidenti Truman e Eisenhower, non oltre, e l’unica Los Angeles di cui si è innamorato perdutamente è volata via da un pezzo e l’ha raccontata in un meraviglioso disco da remainders, «Chavez Ravine».

Ritrovo una magia simile in quest’album, e anche se gli originali sono di assoluto valore (Jesus And Woody!) ciò che incanta una volta ancora è il viaggio esoterico nella musica americana di decenni passati, lo scavo in angoli nascosti della terra del blues, del gospel, del country. La guida prediletta è Blind Willie Johnson, il bluesman che suggerì il potente sigillo del primo long playing (Dark Is The Night) e qui svetta con due classici come Everybody Ought To Treat A Stranger Right e Nobody’s Fault But Mine. Cooder era uno di quei ragazzi californiani che negli anni Sessanta si incaponivano a ricercare vecchi bluesmen dimenticati o proprio scomparsi, per implorarne il ritorno sulle scene. Johnson non finì mai nella rete, perchè era sparito sì ma proprio dalla faccia della Terra, dopo una vita di stenti, malaria, sifilide, e poche sides fra il 1927 e il 1930. È incredibile come i suoi blues abbiano potuto risplendere in tanto buio, e ancora oggi. Nobody’s Fault But Mine la ripresero a suo tempo i Led Zeppelin, ma questa versione che brucia dentro anziché esplodere fa impallidire quella prova.

Ry Cooder - The Prodigal Son

Anche Alfred Reed e Roosevelt Graves non furono mai ritrovati dai «cacciatori di bluesmen» ed è uno dei motivi per cui oggi giacciono dimenticati da tutti, fuorchè qualche purista. Reed era cieco dalla nascita, suonava il violino e cantava accompagnato dal figlio. Cooder si era già ricordato di lui nel primo lp, riprendendo la celeberrima How Can A Poor Man Stand Such Times And Live?, 1929, finita poi nel mirino di Springsteen. Qui torna ancora più indietro, 1927, You Must Unload, prima volta di Reed in studio alle storiche «Bristol Sessions». Sono gli stessi anni di Roosevelt Graves, cieco anch’egli, che suonava d’abitudine con il fratello Uaroy, chitarrista. Qualche fantasioso storico accredita a loro la prima canzone in stile rock&roll, Crazy About My Baby, 1929; stavo già disperandomi per non poter partecipare al centenario rock del 2054 ma questa attribuzione mi dà una speranza. Cooder in ogni caso non ha scelto Baby bensì I’ll Be Rested When The Roll Is Called, una di quelle dolenti marce gospel per cui ha sempre avuto un debole. Anche Straight Street nasce come gospel, affidato a suo tempo alle voci angeliche dei Pilgrim Travelers. Era il 1955 quando nacque, con la firma di James Alexander e Jesse Whitaker, e fece scandalo in un’epoca in cui Ray Charles e i Soul Stirrers, per dire giusto i più grandi, «secolarizzavano» la musica sacra. I Cooder le sottraggono peso, rimodellando con delicatezza un accigliato sermone sulla «retta via». Tutto il disco è così, sospeso tra i tempi nostri e giorni lontani, mai nostalgico, non frivolo, in un continuo scambio di stimoli e adattamenti. Il tema guida non è la canzone famosa di Robert Wilkins di cui si innamorarono i Rolling Stones ai tempi di «Let It Bleed» ma un traditional che attinge alla stessa parabola evangelica, riarrangiato con sangue caldo. Harbor Of Love viene invece dal mondo country ed è un pezzo di Carter Glen Stanley, cantante e chitarrista bluegrass morto giovane quando Cooder cominciava a zampettare con i Rising Sons. Chiude In His Care, di William Dawson, un dotto compositore di musica da camera che fu anche studioso di musica nera tradizionale. Il pezzo ha fatto il giro di blues e spiritual per larga parte del Novecento, con testi via via differenti. La fonte qui sembrano Sonny Terry e Brownie McGhee più che Sister Rosetta Tharpe, per dire gli interpreti più illustri. «Ci vorrebbe un grande poeta per trovare le parole giuste,» chiosa Ry Cooder, «ma posso dire che ho cercato di far arrivare a noi sensazioni ed esperienze di chi ha vissuto altre epoche; un po’ quello che si prova in una chiesa antica, quando sembra che i sepolcri ti parlino. Il vecchio Ali Farka Touré mi ha detto una volta che quando suonava sentiva arrivare “gli antenati”, che si disponevano a semicerchio dietro e sopra la sua testa. Accadeva solo quando suonava bene: altrimenti non si faceva vivo nessuno». Cooder può stare tranquillo. «The Prodigal Son» è un disco riuscito e «gli antenati» gli hanno fatto certamente visita.

Riccardo Bertoncelli

(Articolo pubblicato sul numero di maggio 2018 di Musica Jazz)