AUTORE
Gonzalo Rubalcaba
TITOLO DEL DISCO
«Gonzalo Plays Pino»
ETICHETTA
Itinera
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Negli ultimi tempi Pino Daniele non riposa. Non glielo permettono. Il suo nome viene evocato con una frequenza sospetta, come una formula magica capace di legittimare qualsiasi progetto, qualsiasi palco, qualsiasi operazione discografica. Anniversari stiracchiati, celebrazioni preventive, omaggi che hanno il fiato corto: più che memoria sembra una corsa all’appropriazione. Un vero e proprio sciacallaggio affettivo, spesso benintenzionato, quasi sempre miope. Daniele è diventato un territorio da occupare, non più un artista da ascoltare.
Dentro tale clima arriva questo disco. E qui il discorso si fa più complesso, perché non siamo di fronte all’ennesimo prodotto raffazzonato o opportunistico. Rubalcaba è un musicista enorme, con una storia, una profondità, una statura che non si discutono. I musicisti coinvolti sono tutti alla sua altezza. L’operazione è curata, pensata, suonata bene. Proprio per questo, però, diventa legittimo – anzi necessario – interrogarsi non sulla qualità esecutiva, ma sul senso profondo di questa rilettura. Perché la musica di Pino Daniele è capace di resistere alla traduzione. Suonarla «in jazz» è difficile – così com’è rischioso e difficile «jazzificare» – passateci il termine – Lucio Battisti o i Beatles, mondi chiusi, poetiche fortissime, equilibri fragilissimi tra melodia, parola, ritmo, silenzio – suonarla «in Latin jazz» lo è ancora di più. Non per una questione di valore, ma di incompatibilità poetica. Daniele aveva un rapporto con il blues che non era decorativo né stilistico ma esistenziale. Il suo groove era sporco, trattenuto, spesso irrisolto. Aveva più a che fare con il silenzio che con l’esuberanza (ascoltate le pur pregevoli versioni di Sicily e di Napule è contenute in questo disco per rendervene conto), più con la ferita che con la festa. Il jazz, quando si avvicina a figure artistiche come lui, spesso crede che basti sostituire gli accordi, spostare il tempo, «armonizzare» ciò che non nasce per esserlo. Pino Daniele non era solo una progressione armonica interessante, non era solo un groove mediterraneo da colorare con un po’ di swing o con un po’ di Latin tinge. La sua era una voce che veniva da una città spaccata in due, una lingua che mescola blues e dialetto, rabbia e carezza. È un modo di stare dentro la canzone che ha a che fare con la strada, con il mare, con la notte. E l’approccio Latin di Rubalcaba – per quanto raffinato, elegante, impeccabile – sposta l’asse della musica di Pino Daniele e la porta verso un altrove che, per quanto nobile, risulta assai spiazzante (tra l’altro, curiosamente, qui non si è affatto scelto di rivisitare Sotto ‘o sole, uno dei brani davvero Latin di Daniele e che forse poteva essere più in sintonia con l’espressività del pianista cubano).
Il problema, quindi, non è «come» viene suonato l’autore napoletano ma «da dove». Rubalcaba guarda a queste canzoni con uno sguardo che viene da un’altra storia, da un’altra geografia emotiva. Il ritmo si apre, si muove, si colora. Il pianoforte danza, dialoga, respira in modo ampio. Ma Pino, spesso, non danzava: camminava storto. E in quell’incedere storto c’era tutta la sua verità. Trasportare quelle melodie in una dimensione più solare, più fluida, più espansiva, significa inevitabilmente snaturarne la tensione interna. Lo stesso discorso vale per la presenza, pur preziosa, di Maria Pia De Vito. La sua è una voce colta, consapevole, profondissima. Una musicista vera, capace di affrontare qualsiasi repertorio (come quello straordinario di Chico Buarque) senza cadere nel manierismo. Eppure anche qui – tranne forse per la sua interpretazione di Gesù Gesù – emerge una frizione. Perché Pino Daniele non è un autore da «interpretare» nel senso classico del termine. La sua parola nasceva già interpretata, incarnata, risolta nel timbro. Ogni volta che qualcun altro la prende in carico, il rischio non è l’errore, ma lo spostamento. E in questo disco quello spostamento avviene: verso un territorio più astratto, forse raffinato, sicuramente meno terreno. Non c’è nulla di sbagliato, sia chiaro. C’è però qualcosa che fa pensare. È come se, ancora una volta, si sentisse il bisogno di fare qualcosa su Pino Daniele invece di lasciarlo com’era. Di aggiungere, di rielaborare, di «dire la propria». Anche quando lo si fa con rispetto, anche quando lo si fa con competenza, il risultato finisce per alimentare quella sovraesposizione che negli ultimi anni ha trasformato il cantautore in un oggetto culturale più che in un artista vivo. Questo disco non è certo un obbrobrio, non è una caricatura, non è un’operazione cinica, come molte di quelle che abbiamo avuto la sfortuna di ascoltare. Ma fa parte di un problema più grande: l’incapacità di accettare il silenzio. Pino Daniele, forse, avrebbe bisogno di essere lasciato in pace per un po’. Di essere riascoltato nei suoi dischi, nelle sue contraddizioni, nelle sue ombre. Senza filtri, senza traduzioni, senza riletture. A volte l’omaggio più onesto non è reinterpretare, ma fermarsi. Riconoscere che certe musiche non chiedono nuove versioni ma tempo. Tempo per sedimentare, per allontanarsi dal rumore, per tornare «a far male» nel modo giusto. Questo disco, pur suonato benissimo, ci ricorda involontariamente proprio questo: che Pino Daniele non ha bisogno di essere reinventato. Ha bisogno, semplicemente, di essere ascoltato.
Nicola Gaeta
DISTRIBUTORE
Egea
FORMAZIONE
Daniele Sepe (ten.), Gonzalo Rubalcaba (p., tast.), Giovanni Francesca (chit.), Aldo Vigorito (cb.), Claudio Romano (batt.), Giovanni Imparato (perc.), Maria Pia DeVito (voc.).
DATA REGISTRAZIONE
Napoli, 2025
