In The Big Band Theory (minimum fax, 2025) Alceste Ayroldi ha indagato il mondo delle orchestre jazz italiane, una scena vivace e insieme fragile che deve fare i conti con costi di gestione pesanti e con un trattamento meno favorevole rispetto a quello riservato alle istituzioni lirico-sinfoniche. Ayroldi indica anche una bussola per orientarsi, sostenendo che la vera peculiarità di un’orchestra jazz stia nella produzione originale: le formazioni di repertorio abbondano, mentre quelle che scrivono musica nuova restano poche. Milano, in questo quadro, è un osservatorio privilegiato, sono infatti attive diverse grandi formazioni di rilievo che suonano repertori e arrangiamenti originali. L’apertura delle stagioni concertistiche d’autunno ne ha offerto uno spaccato eloquente: fra il 26 settembre e il 4 ottobre è stato possibile ascoltare tre big band milanesi, ognuna con un’idea propria di che cosa possa essere oggi una grande orchestra jazz.

Foto a cura dell’associazione Secondo Maggio
Ad aprire la XXXII edizione dell’Atelier Musicale, la storica rassegna dell’associazione Secondo Maggio alla Camera del Lavoro, sabato 26 settembre è stata la Monday Orchestra, creatura di Luca Missiti, oggi coordinatore didattico di quei Civici Corsi di Jazz che Enrico Intra, Franco Cerri e Maurizio Franco fondarono nel 1987 e che da allora hanno formato generazioni di jazzisti. Proprio quest’anno la Monday Orchestra festeggia i vent’anni di attività, due decenni in cui ha dimostrato una notevole duttilità muovendosi con autorevolezza in territori diversi, dallo swing alle colonne sonore fino all’Ellington di Such Sweet Thunder al repertorio contemporaneo, con arrangiamenti originali. E in cui ha consolidato la formula della big band al servizio di un solista ospite, sperimentata con nomi di fama internazionale come Randy Brecker, Bob Mintzer, Emanuele Cisi e Fabrizio Bosso, con il quale ha festeggiato il ventennale al Blue Note la scorsa primavera.

Foto a cura dell’associazione Secondo Maggio
L’omaggio a John Coltrane nel centenario della nascita segue lo stesso percorso. Il progetto è nato al Grey Cat Festival, la rassegna maremmana diretta da Stefano “Cocco” Cantini, ed è approdato in prima milanese all’Atelier con Cantini al sax tenore e al soprano, coltraniano di lungo corso, e una scaletta che ripercorreva la parabola di Trane dalla fine degli anni Cinquanta al dicembre 1964: Moment’s Notice, Naima, Impressions, Lazy Bird, My Favorite Things, Giant Steps, Central Park West, fino ad Acknowledgement, primo movimento di «A Love Supreme». L’organico era ridotto a undici musicisti più il direttore, ma la scrittura di Missiti lo fa suonare come una big band al completo. E anche in versione coltraniana la Monday Orchestra è una certezza: sezioni compatte, ottimi solisti, arrangiamenti curati e un approccio muscolare che guarda ai maestri Thad Jones e Mel Lewis. Missiti riconduce i temi di Coltrane dentro la grammatica della big band moderna americana, con special di sezione arditi come quello costruito sugli accordi e sul celebre assolo di Giant Steps, vero esercizio di virtuosismo collettivo. Il Coltrane della tensione modale e quello più spirituale restano sullo sfondo, ma sarà per la prossima volta.
Cambio di atmosfera giovedì 1° ottobre al Teatro Franco Parenti, dove Dino Betti van der Noot, novantenne da poche settimane, ha presentato dal vivo «Brahm Dreams Still», il suo diciassettesimo album, accanto ad alcune pagine inedite e a composizioni storiche della sua carriera. Davanti all’orchestra una sala gremita in cui c’erano proprio tutti, musicisti, critici e appassionati, stretti in un abbraccio affettuoso attorno al Maestro.
La formazione di Betti è una realtà singolare nel panorama italiano, la sua storia che comincia alla fine degli anni Sessanta con una big band di dilettanti, arriva alle incisioni Soul Note degli anni Ottanta e, dopo un lungo silenzio, riprende nel 2006 con un ritmo di uscite quasi biennale che non si è più interrotto e più di un titolo è stato premiato come disco dell’anno dal referendum di Musica Jazz. L’ organico di ventidue musicisti è tutt’altro che convenzionale: accanto ai fiati ci sono Vincenzo Zitello all’arpa celtica, Emanuele Parrini al violino, Andrea Dulbecco al vibrafono e Federico Sanesi a tabla e pakhawaj, mentre Tiziano Tononi alle percussioni affianca la batteria di Stefano Bertoli.

Foto di Alberto Bazzurro
Assistere a un concerto di Dino Betti è un po’ come navigare per mari, ora placidi ora tempestosi. E l’immagine non è casuale, perché il mare, amore dichiarato del compositore nato a Rapallo, attraversa i titoli in programma, dalle onde agitate di High Seas alla superficie immobile di A Crystalline Windless Sea fino al ritorno evocato da Our Nostos. Betti gioca con i colori orchestrali muovendosi fra scrittura e conduction con un metodo che ricorda la tecnica dell’acquerello, dove l’artista decide dove posare il pigmento ma è l’acqua a stabilirne i contorni. Il margine d’imprevisto è calcolato, eppure resta un margine di imprevedibilità, ed è lì che i solisti trovano spazio senza rompere il quadro generale.
In High Seas Rudi Manzoli al sax tenore apre il brano sostenuto dall’arpa di Zitello, mentre in A Crystalline Windless Sea Alberto Mandarini al flicorno si muove dentro un tappeto di risonanze di pianoforte, vibrafono e percussioni. A metà concerto l’affetto per il direttore si prende la scena, con Sandro Cerino che legge una poesia d’auguri scritta dall’orchestra. La serata si chiude con Aux premières heures bleues, nata da un verso di Rimbaud, ma il suo cuore è stato Brahm Dreams Still, che Betti ha presentato ricordando il racconto di Kipling da cui viene il titolo, dove gli dei rassicurano gli uomini spaventati dicendo che finché Brahma sogna il mondo continua a esistere. Davvero una speranza per questi tempi cupi.

Foto di Edmondo Canonico
Domenica 4 ottobre, al Blue Note di Milano, la Monique Chao Jazz Orchestra ha chiuso il cerchio con la proposta più giovane e contemporanea delle tre. È una formazione recente che riunisce diciotto musicisti con base a Milano, molti dei quali sotto i trent’anni. In repertorio ha soltanto composizioni originali di Chao, compositrice, pianista, cantante e direttrice d’orchestra nata a Taipei e formatasi fra Taiwan e il Conservatorio di Milano. Per questo concerto Monique ha costruito l’intera scaletta su materiale nuovo, quello del progetto «Firefly Gazing» destinato a diventare un disco nei prossimi mesi. Nel programma nove composizioni, Bittersweet, Foucault’s Pendulum, Elegance of the Hedgehog, Butterfly Effect, Olive Tree, Soul Surfer, Firefly Gazing e Taroko, e con I Like My Bed More Than I Like Most People come bis.
I’immaginario sonoro di Chao attinge alla letteratura, ad ascolti non strettamente jazzistici, anzi (e si sente), alle esperienze quotidiane e alla terra d’origine. Uno dei suoi punti di forza è una vena melodica limpida e luminosa, che arricchisce di diversi livelli di complessità grazie ad arrangiamenti cangianti, ritmi composti e un uso sapiente delle sezioni orchestrali. Fra i temi più belli della serata spicca quello di Elegance of the Hedgehog, ispirato al celebre romanzo di Muriel Barbery accanto a Foucault’s Pendulum in cui mette in scena attorno al libro di Umberto Eco un gioco letterario, ritmico e orchestrale. Le radici taiwanesi riaffiorano in Olive Tree, costruita su un canto popolare dell’isola, e soprattutto in Taroko, dedicata alle gole omonime e alla cultura indigena, e qui Chao è riuscita anche a far cantare il pubblico del Blue Note. Menzione d’onore per l’orchestra, che suona benissimo, diverte e schiera solisti di rilievo, spiccano Giuseppe Blanco al pianoforte, Michele Sannelli al vibrafono, Dario Spezia alla chitarra, Andrea Ciceri al sax alto e Martina Campi, polistrumentista, qui al flauto e al trombone.

Foto di Roberto Cifarelli
Il disco è atteso con molta curiosità. Se «Time Chamber», l’esordio del 2024, ha guadagnato quattro stelle e mezzo su DownBeat, da quanto abbiamo sentito è lecito aspettarsi altrettanto per il prossimo. «Firefly Gazing» nasce dall’immagine di una notte in cui le lucciole, numerosissime, sembravano stelle, e che Chao la dedica alle persone capaci di fare da riferimento nei momenti bui. Nel caso della compositrice in questione, a nostro avviso, non c’è margine di equivoco: a giudicare dal concerto al Blue Note, lei e la sua orchestra stanno diventando una di quelle luci nel panorama del jazz contemporaneo.
Rosarita Crisafi
