«OUTSIDE THE CAVE» LUCA PIETROPAOLI (1/2)

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Fresco di stampa il suo primo lavoro «Outside The Cave» (Nau Records), un percorso solitario che vede Luca Pietropaoli cimentarsi con un bel numero di strumenti e macchinari elettronici vari.

Questa è la prima parte dell’intervista.

Sembra che a te i gruppi non garbino molto. Passi dal duo al solo. E’ questa la tua dimensione musicale?

Tutt’altro. La musica è prima di tutto un’attività sociale. Adoro suonare con altri, interagire, scambiare idee e ispirazioni. Suonare in solo è una necessità che nasce in parte da un desiderio di mettermi alla prova con un lavoro globale, in parte da una questione pratica. Ultimamente, ho constatato quanto sia diventato sempre più difficile stabilire una continuità progettuale tra musicisti per ragioni di tempo e di energie. Ognuno ha tante idee e possibilità a cui non vuole o non sa rinunciare. Tutto lecito ovviamente, ma questo sta portando, a mio avviso, a una progressiva frammentazione delle disponibilità. Se posso azzardare un’ipotesi, credo che la diffusione dei social network stia esacerbando questa tendenza. Dietro la promessa della visibilità di sé stessi, peraltro ormai molto diluita in un oceano di dati, si cela il rischio della banalizzazione.

Preferisci, comunque, anche nei rapporti personali un po’ di sano camerismo?

Sono una persona riservata, ma di certo non un solitario. E’ rilassante avere la serenità per poter fare alcune cose da solo, ma il mondo è popolato di belle persone con cui condividere tante esperienze.

Nel duo Electric Posh ti sei misurato con la chitarra di Luca Nostro e l’elettronica; ora con la tua tromba e l’elettronica e con tutti gli altri strumenti che tu suoni e hai sovrainciso. Sembra che l’elettronica sia comunque una costante.

L’elettronica è un qualcosa che continuo a scoprire ogni giorno di più. E’ uno strumento notevole, sia dal punto di vista sonoro che compositivo. Mi piace soprattutto quella componente casuale dove si utilizzano gli algoritmi random del computer per generare suoni e ritmi inaspettati. Le possibilità sono molteplici e l’abilità risiede proprio nel dosarle al meglio. E’ importante che si comprenda che per elettronica non si intende meramente premere il tasto play sul computer ed avviare un loop, bensì una vera e propria attività di ricerca acustica.

Tra i tanti strumenti che suoni, però, scegli la tromba, perché?

Perché è lo strumento che meglio comunica con la mia emotività. Ho cominciato nel 1997 rapito dai dischi di Chet Baker. Trovavo, e trovo tutt’ora, irresistibile la sua sintesi tra hard bop e great american song, tra il suo swing e il suo lirismo incantato. Ricordo ancora il primo suono che ho tirato fuori dalla mia vecchia tromba da studio, acerbo e timido, con dentro una gamma sterminata di orizzonti che avrei dovuto scoprire. Ho pensato: ecco, io e te non ci lasceremo mai.

Parliamo di «Outside The Cave». Nove brani tutti a tua firma: cosa raccontano?

Raccontano una breve ma importante pagina della mia vita. L’incredulità, la tristezza per alcune separazioni artistiche ed umane; il ritiro in un una bolla privata, la grotta metaforica da cui il disco prende il titolo, dove comporre quasi per gioco; la riemersione da essa con lo stupore di aver dato vita a qualcosa che mi piaceva davvero.

Quanto è durata la genesi del tuo disco? Quali sono, a tuo avviso, i punti di forza e i punti di debolezza?

A conti fatti, il disco ha richiesto più di anno di lavoro. Ci sono stati dei momenti chiave, in occasione di alcuni viaggi in cui ho trovato ispirazione, da cui diversi brani hanno preso il via. Molti sono stati i ripensamenti in corso d’opera. Volevo mantenere una linea concettuale, evitando di fare un semplice collage eterogeneo. Volevo che fosse chiara la mia idea, la «memoria del sottosuolo» che sottende tutte le composizioni. Tutto questo ha richiesto uno studio attento delle possibilità dei vari strumenti usati, nonché delle tecniche di ripresa, registrazione, campionamento e missaggio. Un bagaglio di conoscenze che porterò con me.

Ci sono degli episodi in cui canti, che ricordano lo sprechgesang. Ti senti vicino anche alla corrente dodecafonica di Schoenberg?

Un’ottima osservazione. L’esempio più evidente è On the side road, dove di fatto ho sottoposto a trattamento elettronico un recitativo parlato. Mi piace integrare alcuni elementi di dodecafonia, metterli al servizio della sonorità globale come particelle nascoste. In questo mi aiuta molto il pianoforte, su cui riesco a visualizzare materialmente quelle cellule di musica seriale che ho inserito nel mio lavoro.

A Ayroldi

(prima parte)