«MPQ» Mirko Pedrotti

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«MPQ» è il nuovo album del vibrafonista trentino Mirko Pedrotti. Ne parliamo con lui.

Mirko, perché MPQ è definito un concept album?

In accordo con Ivan Benvenuti di Stivo Records, coproduttore con me di questo progetto, ho voluto concepire l’album come un viaggio all’interno di diversi stati d’animo umani. Per rendere l’idea della ricerca e del fluire delle diverse emozioni, ho deciso di legare i brani l’uno all’altro senza interruzioni, per dare all’ascoltatore la sensazione di assistere quasi alla visione di un film. Ne è scaturito un viaggio interiore alla ricerca di una risposta o dell’ennesimo dubbio da cui ripartire.

Oltre al numero dei musicisti, cosa è cambiato da «Kimèra» a «MPQ»?

La co-produzione con l’etichetta Stivo Records ha sicuramente garantito una progettualità del disco più pensata, ampia e condivisa. Le atmosfere, spesso di ampio respiro e dal carattere minimalista, sono stavolta affiancate da una più vivida sperimentazione in termini di effettistica, non solo per quel che concerne la strumentazione ma anche per quel che riguarda lo stesso mixaggio.  Il tutto senza mai perdere di vista la possibilità di riprodurre le medesime sonorità nelle esecuzioni live.

Già dal primo brano Splitter si capisce che sarà un disco vigoroso, con molto groove anni Settanta, cenni di psichedelia, di avanguardia francese del primo Novecento, improvvisazione europea. Quali sono le influenze musicali che hanno motivato questo disco?

Mi piace definirmi un ascoltatore e musicista onnivoro. La mia formazione classica è sempre andata a braccetto con progetti al di fuori dell’ambiente conservatoriale e di tutt’altra matrice.  Non solo jazz, ma anche pop, metal, musica progressive; posso dire che gruppi come Magma e Area hanno notevolmente influenzato il mio gusto compositivo in cui emerge forte la predilezione per riff insistenti e tempi dispari. Nell’ambito della musica contemporanea classica ho invece tratto ispirazione da autori come John Cage, Steve Reich e Philip Glass. Nel mixaggio invece, soprattutto per quanto concerne la parte ritmica ci siamo ispirati a gruppi come Portishead e Nine Inch Nails.

C’è più Europa rispetto agli Stati Uniti. Forse in Acidulo fanno capolino le sonorità più contemporanee e underground statunitensi. Mi sbaglio?

Riflettendoci penso sia vero; Acidulo è l’unico brano che già faceva parte della

scaletta del mio precedente lavoro discografico «Kimera», un disco che era certamente più orientato verso le atmosfere d’oltre oceano.

In «MPQ» emergono più forti le mie radici, gli ascolti con cui sono cresciuto musicalmente che, come detto in precedenza, appartengono prevalentemente alla scena europea.

Dietro questo lavoro c’è molta ricerca. Quali sono le sue fonti? C’è qualcuno che l’aiuta in quest’opera di ricerca?

La mia è più una ricerca sul campo: mi piace avere un confronto critico continuo con altri strumentisti, sperimentare modificando l’assetto del mio strumento per compensarne i limiti, ritoccare la scrittura dei miei brani sino all’ultimo curandone i dettagli attraverso un lavoro di condivisione costante con gli altri componenti del gruppo e alcuni amici fidati.

Non è facile trovare un vibrafonista che non faccia il virtuoso, mentre lei suona per la robustezza del brano.

Non amo imporre il vibrafono come «marchio di fabbrica» della mia musica. Per me è importante che ogni strumento sia sempre al servizio della sola scrittura: credo di aver mutuato questa impostazione dall’ambiente classico.  Quando in orchestra sei abituato a caricare di importanza espressiva persino il singolo colpo di triangolo (e non sto scherzando),  ti viene naturale anche nella composizione focalizzarti sulla totalità del brano, intervenendo con il suono dello strumento solo dove è strettamente necessario.

Rispetto al suo precedente lavoro discografico, ha cambiato assetto e anche alcuni musicisti.

L’idea base per il live è sempre stata la formazione in quintetto, ma in «Kimèra» avevo coinvolto più musicisti poiché volevo proporre diverse sonorità e forse  anche cercare una strada da imboccare (essendo il mio album d’esordio). «MPQ» rappresenta la scelta di una formazione definitiva, con il piano Fender Rhodes al posto del pianoforte, una presenza più marcata dell’effettistica ed un insieme di persone unite sia dal punto di vista umano che musicale. Anche se siamo in continua evoluzione, il suono d’insieme e gli impasti timbrici ottenuti sono quelli che cercavo.

Unico ospite è Gianluca Petrella. Perché ha scelto proprio lui?

Gianluca Petrella è un musicista senza dubbio virtuoso ma anche molto curioso, a cui piace avvalersi dell’effettistica per manipolare il suono del proprio strumento. Io stesso volevo lavorare in questa direzione con il vibrafono per cui, sentiti alcuni suoi concerti live, ho deciso di contattarlo sfruttando anche il fatto che in quel periodo stavo lavorando nella sua città,  Torino. E’ nata una bella collaborazione che ci ha condotti a registrare in studio le tre suite che chiudono il disco. Atmosfere sorprendenti e decisamente contemplative, ottenute per mezzo di una modalità improvvisativa  totalmente istintuale. Le registrazioni sono state eseguite in diretta utilizzando delay, fuzz, riverberi aggiunti sul momento dal tecnico del suono Ivan Benvenuti che seguiva con attenzione dal banco l’evolversi dell’improvvisazione.

L’unico brano non a sua firma è Hippies di Saverio Tasca. Qual è il suo rapporto con lui?

Siamo amici ora, ma quindici anni fa ero un semplice studente che partecipava ai suoi seminari estivi. Ho sempre ammirato il suo essere ecclettico in ambito musicale e lo considero un mentore che umanamente e musicalmente non ha mai lesinato consigli. È stato un incontro che ha certamente determinato un forte impatto sulle mie conseguenti scelte musicali.

Chi sono stati i suoi maestri?

Per il vibrafono appunto Saverio Tasca che, oltre ad appassionarmi sullo strumento, mi ha incoraggiato a scrivere musica. Poi ho avuto la possibilità di studiare con tanti altri musicisti sia in ambito classico che moderno: Dave Samuels, Andrea Dulbecco, Edoardo Giachino, Leigh Howard Stevens, Mike Quinn, David Searcy solo per citarne alcuni e da ciascuno ho imparato molto, cogliendo quello che volevo ma anche quello che non volevo.

Che musica ascolta?

In questo ultimo periodo ascolto principalmente musica classica e musica jazz, con particolare  attenzione per autori contemporanei come Dave Holland, Chris Potter, Steve Coleman e Avishai Cohen. I miei preferiti in ambito classico invece sono Igor Stravinskij e Béla Bartók.

Quali sono le maggiori difficoltà a cui va incontro un giovane musicista italiano che non faccia pop-rock o non esca da un talent-show?

Poche date, pochi soldi, a fronte di tanto lavoro e tanto studio. Di fronte alle difficoltà ci sono sempre tre scelte: lasciar perdere e mollare, fari i ruffiani vivendo di luce riflessa, oppure tirarsi su le maniche ed investire su se stessi. Ho scelto questa strada nella convinzione che per indurre gli altri a credere nei miei progetti debba essere io il primo ad investirci al 100% prendendomi  anche i dovuti rischi.

Come giudica la scena jazzistica italiana e, poi, quella mondiale?

La scena jazzistica italiana, se guardiamo i numeri, presenta un bel potenziale: più di centotrenta festival, jazz club, svariate rassegne ed eventi autogestiti; poi però nel dettaglio i problemi sono molteplici e spesso legati a contributi che non sono mai sicuri. Molti festival si trovano a proporre programmazioni con formazioni ridotte all’osso per poter almeno dare un cachet dignitoso ai musicisti. Se aggiungiamo il fatto che in Italia il pubblico accorre in massa solo di fronte ad un nome di spicco, si comprende come molti direttori artistici non se la sentano di  rischiare proponendo, nelle poche date disponibili,  formazioni emergenti. A livello mondiale i problemi sono simili ma c’è una maggiore curiosità e apertura sia del pubblico che degli addetti ai lavori nei confronti delle novità.

Se ne avessi la possibilità, cosa cambieresti dell’attuale assetto socio-politico-economico del jazz in Italia?

Per avere la possibilità di cambiare veramente qualche cosa in modo importante, più che sugli aspetti socio-politico-economico del jazz proverei a cambiare l’approccio culturale alla musica in generale partendo dalle basi. Ecco se la musica fosse insegnata fin dall’infanzia da personale motivato oltre che competente, se non fosse vista come una di quelle materie che servono solo ad alzare la media, se fin dall’inizio educassimo il «palato» a distinguere ciò che è buono da ciò che non lo è, avremmo risolto tanti dei problemi anche della musica jazz. La conoscenza valorizza la competenza e stimola l’interesse.

Qual è l’identikit del pubblico di Mirko Pedrotti?

Sicuramente un pubblico eterogeneo e questo lo si evince sia dalle persone che partecipano ai nostri concerti live che dalle statistiche fornite dai vari social e siti; la cosa che mi fa più piacere è vedere un interesse sempre maggiore della fascia giovanile compresa tra i venti e i trent’anni.

Quali sono i suoi prossimi impegni?

In primis la promozione del mio disco attraverso il live tour 2016/2017 sia in Italia che all’estero. Mi attendono poi alcune collaborazioni in studio con altre formazioni jazzistiche e diversi concerti in ambito classico.

Alceste Ayroldi