È raro incontrare una voce come quella di Ledisi capace di attraversare le epoche e i generi con naturalezza ed eleganza essendo, nello stesso tempo, radicata nella tradizione afro-americana più profonda. Lo scorso 17 gennaio, a Lugano, la vocalist è salita sul palco accanto alla Metropole Orkestra diretta da Jules Buckley per rendere omaggio a una figura che rappresenta molto di più che un nome nella storia della musica: Nina Simone, una donna che è stata compositrice, pianista, attivista, sacerdotessa del dolore e del riscatto. Affrontare il suo repertorio non significa semplicemente eseguire brani memorabili, significa sostenere, almeno per una sera, il peso di un’eredità emotiva e politica. Nata a New Orleans e cresciuta a Oakland (California), figlia di due soul singers e nipote di un batterista (per parte di madre) e di un famoso ma sfortunato esponente del r&b anni Cinquanta, Johnny Ace (per parte di padre), Ledisi ha iniziato ad accostarsi al songbook di Nina Simone nel 2018 quando decise di preparare uno show con cui esibirsi all’Apollo di Harlem e che intitolò «Nina and Me». All’inizio della sua carriera il suo milieu di appartenenza è stato per molto tempo considerato il cosiddetto neo-soul (D’Angelo, Erykah Badu, Raphael Saadiq, tanto per fare dei nomi a cui riferirsi) con le sue cadenze e i suoi legami con l’hip hop e da cui già dal 2020, con la pubblicazione di «The Wild Card», ha iniziato a prendere le distanze a favore di una soul music più «acustica» – ci sia permesso di chiamarla così – con due brani da manuale come Anything for You o What Kinda Love Is That. E però Ledisi non è giunta a questa serata come una curiosa esploratrice del passato ma con un nuovo album che è un atto d’amore per la grande tradizione della sua gente. Il disco si intitola «For Dinah», è uscito il 3 ottobre ed è un omaggio alla grande Dinah Washington, la «Queen of the Blues», la voce che aprì le porte a chi, come Ledisi, avrebbe camminato dopo. Il suo produttore è Christian McBride che conferisce alle atmosfere quel bilanciamento tra jazz, soul e tradizione orchestrale che il pubblico di Lugano ha ascoltato su quel palco. Durante la serata la cantante ha proposto – attraverso un filo rosso che da Nina Simone, passando per Dinah Washington arriva fino a lei – un discorso potente: quello della continuità di una tradizione che è anche rivolta – politica, emozionale – della musica come strumento di libertà. Questa introduzione è dunque un invito ad ascoltare non solo la voce, ma il tempo che quella voce attraversa: il passato che arriva al presente, il presente che risuona verso il futuro. E quando Ledisi sale su un palco, ognuno di quei suoni, ognuna di quelle note, ha alle spalle una storia, un’eredità, una promessa. A questo punto possiamo addentrarci nell’intervista per capire che cosa ha significato per Ledisi prendersi cura di Dinah Washington, che cosa significa oggi rendere omaggio a Nina Simone, e come si vive, da artista contemporanea, in un mondo in cui la black music cambia forma ma non la sostanza.
Il tuo ultimo lavoro, «For Dinah», è un omaggio intenso e personale a Dinah Washington. Che cosa ti ha spinto a scegliere proprio lei in questo momento della tua carriera?
É sempre stata una delle mie cantanti preferite. Anche Aretha Franklin per la verità. Sono stata influenzata fortemente dalle grandi cantanti e da quello che loro ascoltavano, e ho scoperto che Dinah Washington è stata una delle grandi influenze di Aretha, nel cui background di ascolto c’era Johnny Ace e tutto il r&b della prima metà del secolo scorso. Di Dinah ho studiato il fraseggio e la sua libertà espressiva. È stata molto importante per me, volevo sapere sempre di più sulla sua vita, ho letto i suoi libri, la sua biografia, ho ascoltato le cover delle sue canzoni fatte da cantanti importanti del nostro tempo, per cui ho sentito l’esigenza di renderle omaggio e di incidere un album dedicato a lei. L’ho fatto già per altre cantanti famose. Sentivo che era arrivato il suo turno. L’ho fatto a modo mio ovviamente e spero di essere riuscita a omaggiarla nel migliore dei modi, quello che una come lei merita. Ho cercato i partner giusti che a mio avviso potevano accompagnarmi in questa avventura, mi ci è voluto un po’ di tempo per trovarli. In verità questa idea di omaggiare Dinah è un vecchio progetto che risale a prima del disco dedicato a Nina Simone, solo che la scelta dei partner con cui realizzarlo ha portato via più tempo e questo è il motivo per cui questo disco è uscito sul mercato dopo quello dedicato a Nina Simone. Ci tenevo molto, ho investito del danaro in prima persona aspettando la disponibilità di Christian McBride che ha prodotto il disco, ci tenevo che fosse lui a farlo. Ed eccoci qui finalmente a poterne parlare.

Nel presentare l’album hai detto: «Invece di chiedermi perché Dinah, dovreste chiedermi perché non Dinah?». Qual è la risposta più profonda a questa provocazione?
La domanda che mi fanno spesso è qual è il motivo per cui io faccio di frequente questi omaggi. La parola chiave è rispetto. Io credo che dovremmo manifestare gratitudine e portare rispetto a tutti quelli che ci hanno preceduti e che hanno contribuito a rendere grande la nostra musica. Non mi dovrebbero chiedere perché lo faccio, dovrebbero invece ringraziarmi ed essere contenti che ci sia qualcuno che continui a ricordare al pubblico e a noi stessi la grande tradizione della soul music. Se senti bene quello che faccio, a prescindere da questo disco, ascolterai l’influenza di Dinah e di tutte le grandi soul singers del passato. Tra l’altro Dinah era uno dei grandi ascolti di mia madre, e questo è un altro dei motivi per cui ho fatto questo disco: omaggiando Dinah ho voluto omaggiare anche mia madre. Dinah Washington è stata una delle prima a manifestare la capacità di muoversi all’interno di diversi generi, quando canto le sue canzoni mi sento davvero me stessa.
Come hai lavorato con Christian McBride per costruire il suono del disco? Qual è stato il punto di equilibrio tra rispetto della tradizione e libertà interpretativa?
Lui sapeva che ero in grado di cantare jazz perché quella è la musica con la quale ho cominciato il mio percorso. La gente mi conosce come soul singer ma il jazz fa parte del mio codice genetico. Christian ha capito subito tutto questo e si è reso conto della mia capacità di affrontare entrambi i repertori. È stato semplice perché anche lui ha la stessa attitudine: ha anche suonato con James Brown, è un bassista straordinario e io volevo con me qualcuno che mi capisse, che avesse le mie stesse abitudini musicali e con cui potessi essere davvero me stessa. Christian come tutti sanno è un jazzista, il jazz è la musica che vuole onorare, ma gli piace e suona tutto quello che ruota attorno al jazz, il blues per esempio, per cui è la persona giusta per interagire con una come me. Sa quello che voglio e sa come valorizzare quello che faccio, mentre suonavamo mi incitava di continuo a fare scat, a mettere in risalto la mia capacità di improvvisare. Ha saputo calibrare gli arrangiamenti in modo tale da far venir fuori la mia voce. È stato molto bello e istruttivo lavorare con lui.
C’è un brano del repertorio di Dinah Washington che ha rappresentato per te un passaggio emotivo o tecnico particolarmente complesso?
Caravan… (sorride). Quando la faccio dal vivo di solito ricevo una standing ovation. Come sai è stata arrangiata anche da Quincy Jones con cui Dinah ha lavorato nei primi anni della sua carriera. È un brano molto importante per me perché mi permette di mettere in mostra tutta la mia impostazione vocale jazzistica. E poi mi diverto molto a cantarla. È un pezzo difficile e impegnativo ma proprio per questo stimolante.
Dal tuo omaggio a Nina Simone a quello a Dinah Washington: che cosa collega, per te, queste due figure così radicali e così diverse?
Volevo mostrare al mondo – hanno avuto entrambe una forte influenza su di me – quello che può fare la musica nello spingere un artista come me a mettere a nudo sé stessa. In senso musicale ovviamente. Attraverso di loro vengono fuori la mia impostazione vocale jazzistica, la mia capacità di improvvisare, ma anche il mio amore per il blues. La gente tende a ingabbiarti in una scatola ma un artista è spesso molte cose parecchio diverse. Io, per esempio – perdona la presunzione – sono molto più che una semplice cantante di jazz o di smooth jazz o una semplice soul singer. So cantare in altre lingue diverse dall’inglese, in francese per esempio, ho cantato con artisti country, mi muovo in diverse direzioni e tutte le mie esperienze confluiscono in quella che sono oggi. Sono capace di cantare con un’orchestra e, nello stesso tempo, in una dimensione unplugged. Etichettare una persona, incasellarla in un genere è quasi sempre un errore. Per rispondere alla tua domanda, queste due figure sono differenti ma attraverso di me la loro arte confluisce in una sola espressione.
Nina Simone è ancora oggi una presenza politica fortissima, oltre che musicale. Quando canti il suo repertorio senti un peso? Una responsabilità? O un senso di libertà?
Di sicuro un senso di libertà. Aggiungo che di solito canto canzoni che non hanno molto a che fare con la sua visione politica, forse qualcuna nei live e che però non ho registrato in studio. Non necessariamente il fatto che abbia deciso di cimentarmi con il suo repertorio significa che io sia coinvolta nella politica come lo era lei. Solitamente canto le sue love songs e l’amore, si sa, è stato molto presente nella poetica e nel mondo di Nina, artista che a me ha sempre comunicato una forte passionalità. La sua emotività è differente da quella di Dinah, che invece è divertente ed energica, più estroversa. Devo dire che il repertorio di Nina richiede un lavoro enorme da parte mia, quando canto la sua musica sono esausta. E comunque spero di trasferire al pubblico la mia personalità di vocalist pur attraverso il repertorio di altre cantanti. Alla fine io sono Ledisi, non Nina e neanche Dinah, amo la loro musica che interpreto ma sempre attraverso la mia voce.
La Metropole Orkest, che a Lugano è stata diretta da Jules Buckley, è una formazione che sa trasformare la tradizione in presente. Come cambia il tuo modo di cantare quando ti trovi immersa in un’orchestra come questa?
Cantare è tutta la mia vita. Jules mi ha sentito cantare il repertorio di Nina e mi ha introdotto alla Metropole Orkest pensando di ripetere l’esperienza con la BBC. Lavorare con lui per me è stata una bellissima esperienza e la Metropole è un’orchestra straordinaria. Sono d’accordo con quello che hai detto, Jules è capace di trasformare la tradizione in musica contemporanea, moderna, in più è molto divertente pur essendo molto concentrato su quello che fa.

Nel repertorio di Nina Simone convivono rabbia, dolore, gioia, spiritualità, ironia. Come si fa a restituire questa complessità senza correre il rischio di imitare?
Ma sei sicuro? Credo che questa sia una tua personale visione della faccenda. Io non la vedo in questo modo, in Nina trovo amore, accettazione ma non sentimenti come rabbia e dolore: quella che tu chiami complessità viene dal blues che Nina si è sempre portata dentro. Lei ha sempre detto «voglio essere rispettata» ma soprattutto «voglio essere amata, voglio che mi consideriate un essere umano». Era una donna nera come me, che voleva essere accettata nel mondo cercando di esprimere al meglio ciò che aveva da dire.
In un mondo musicale spesso ossessionato dalla velocità, tu sembri preferire il tempo lungo: il lavoro sulla voce, lo studio, la cura. È una scelta consapevole contro la superficialità di oggi?
Assolutamente sì. Sono cresciuta stando attenta alla mia voce, me ne sono presa cura da sempre, fin da quando ho iniziato a cantare. Ed è una cosa che faccio anche, e soprattutto, quando sono in tournée… (ride) anche qui in Europa, il posto più complicato in cui mi sia mai capitato di viaggiare finora.
Da artista afro-americana, come vivi il ruolo – quasi inevitabile – di «portavoce» di una tradizione che è anche storia di ferite, resistenza e orgoglio?
Penso alla storia della mia famiglia. I miei genitori hanno davvero fatto enormi sacrifici per me e per tutta la comunità in cui sono vissuti. Il loro esempio è quello che mi permette di andare avanti e di conservare quella tradizione di cui tu parli. Spero di riuscire a continuare in questa direzione, perché l’avvento della tecnologia – Intelligenza Artificiale et similia – rischia di distruggere il mondo come lo conosciamo.
Che reazione hai visto o sentito nel pubblico di Lugano, quando le prime note di Nina Simone hanno riempito il teatro?
Grazie di avermelo chiesto… Ho percepito nostalgia, ma anche il piacere di sentire la freschezza della mia interpretazione. E tanta gioia. Tutte cose che mi hanno fatto venir voglia di ritornare.
Dopo «For Dinah» e questo importante omaggio orchestrale, quale direzione senti di voler imboccare? C’è già un nuovo sogno artistico che ti chiama?
Questa è una bella domanda. Non sono sicura di voler fare un atro omaggio, ho sempre pensato che quello per Dinah Washington sarebbe stato l’ultimo. C’è sempre qualcosa che può venir fuori, però. Non si sa mai. Vedremo. Se dovessi inciderne un altro, probabilmente mi occuperei di Sarah Vaughan, una cantante che ammiro molto. Chi lo sa? Una cosa è certa: mi orienterò sempre più verso il jazz.
