Jowee Omicil: Love Matters!

di Marta «Blumi» Tripodi (foto di Renaud Montfourny)

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Jowee Omicil (foto di Renaud-Montfourny)
Jowee Omicil (foto di Renaud-Montfourny)

Jowee Omicil, il giovane sassofonista (ma anche cornettista) canadese, di origini haitiane, sta bruciando le tappe e sembra destinato al successo internazionale.

Se si cerca su un qualsiasi motore di ricerca la parola «bash», è probabile che gli unici riferimenti che si troveranno saranno a un linguaggio di programmazione informatica. In realtà, nei Caraibi è anche un termine che indica una festa scatenata, di quelle in cui si balla sulla spiaggia fino all’alba accompagnati dal suono di una band locale. Ed è proprio a partire da questo concetto che il sassofonista e polistrumentista Jowee Omicil – origini haitiane, nato e cresciuto a Montréal e oggi trapiantato a Parigi – ha creato il suo marchio di fabbrica: il bash per lui è diventato quasi un genere musicale, una fusione tra jazz, ritmi caraibici e sonorità africane, tanto da voler intitolare il suo precedente album «Let’s Bash!». A un anno di distanza, forte delle ottime critiche, torna con un nuovo lavoro, l’ottimo «Love Matters!», che esplora il tema in maniera ancora più approfondita. Un disco pieno di passione e vario come pochi, in cui la noia è bandita ed è difficile per l’ascoltatore non lasciarsi trascinare dalla voglia di muoversi a tempo. L’entusiasmo della sua voce è contagioso perfino al telefono, a migliaia di chilometri di distanza.

C’è una teoria secondo cui crescere in una terra gelida come il Canada favorisce l’educazione musicale, perché d’inverno fa talmente freddo che i ragazzi devono per forza dedicarsi a un’attività al coperto, come imparare a suonare uno strumento. Secondo te è vero?
In parte sì. Non nel mio caso, però: nei miei inverni a Montréal giocavo a hockey, oppure andavo a sciare. A farmi avvicinare alla musica è stato mio padre, che era un ministro del culto. In chiesa avevamo un coro, ma non abbastanza musicisti, così lui aveva spronato mia sorella a imparare a suonare l’organo e la fisarmonica, e a una certa età spinse anche me e il mio fratellino a scegliere uno strumento e ci mandò a lezione. Da allora, capii di essere in trappola e che avrei dovuto fare sul serio! Anche perché, per farci studiare musica, la mia famiglia stava investendo soldi che non avevamo.

E come sei arrivato al jazz?
Quando avevo appena cominciato a suonare il sassofono un amico trombettista, più grande ed esperto di me, mi fece conoscere Miles Davis. Era la prima volta che ascoltavo qualcosa del genere, e mi innamorai all’istante del suo incredibile fraseggio. Il mio amico mi disse «Ma sai che esistono un sacco di album come quello? È un genere che si chiama jazz». Ai tempi – avevo quindici anni – in Canada le biblioteche avevano anche un reparto dischi, e ce n’era una proprio di fianco a casa mia. Andavo lì ogni giorno ad ascoltare tutto ciò che trovavo nella categoria jazz. C’era davvero di tutto e avevo una gran confusione in testa, anche perché andavo alla cieca: nello stesso scaffale c’erano Charlie Parker e pure Kenny G…! Per fortuna nel reparto libri c’era anche un dizionario del jazz, perciò potevo leggere le biografie degli artisti che ascoltavo.

Jowee Omicil (foto di Renaud-Montfourny)
Jowee Omicil (foto di Renaud-Montfourny)

Quando hai lasciato il Canada ti sei trasferito a Boston per frequentare il Berklee College of Music…
Quando sono arrivato lì, suonavo il sassofono solo da tre anni e mezzo. Capii subito che dovevo fare dei progressi giganteschi per restare al passo con le lezioni. Per fortuna, però, mi ero talmente innamorato di quell’ambiente e del mio strumento che non fu un peso. All’inizio mi esercitavo fino a venti ore al giorno, sul serio, e presi anche l’abitudine di comporre nuovi brani ogni mattina. Mi alzavo all’alba e, grazie a un gentile guardiano notturno che mi apriva, usavo la sala prove e il pianoforte della scuola. Quel periodo mi ha cambiato la vita, mi ha insegnato il valore del duro lavoro e della perseveranza. E nonostante la stanchezza, mi sono molto divertito, perché per me la musica è e sarà sempre un divertimento, è amore.

A proposito, perché hai deciso di intitolare l’album «Love Matters!»?
Si dice spesso che la vita conta, che la gente conta, ma meno spesso che l’amore conta. Eppure nessuno di noi sarebbe qui se non fosse per l’amore: bisogna amarsi per procreare bambini. E anche per creare la musica: ognuno degli strumenti che suono è in qualche modo la mia amante, e in quest’album dimostro il mio amore per tutti loro. «Love Matters» è un album che si pone delle domande, come ad esempio nel brano di apertura, Mende Lolo: in creolo mende significa «chiedi», e lolo è un nomignolo per love.

Il disco è una raccolta di stili e influenze diverse, ogni brano si differenzia del tutto dal precedente e dalsuccessivo. È stato difficile arrivare a un tale livello di varietà?
Più che difficile, è stato impegnativo: per quanto mi riguarda, le difficoltà in musica arrivano solo quando non ti senti libero. Devi lasciarti guidare dal suono, e così ho fatto. Ciò che fa quotidianamente il jazz è ricordarmi le mie origini, le mie radici: di fatto mi permette di condividere in un formato innovativo delle sonorità che erano già dentro di me. Per quest’album io e i miei musicisti siamo rimasti chiusi in uno studio nel sud della Francia per quattro giorni e mezzo, in cui abbiamo registrato più di cento brani. Ho scelto quelli che mi sembravano creare una progressione logica più coerente dopo «Let’s Bash!».

In che senso?
È un viaggio attraverso il suono: non volevo restare fermo sullo stesso punto, ripetendomi un brano dopo l’altro. È uno dei motivi per cui cambio strumento praticamente in ogni brano, e in alcuni casi perfino più volte in ogni brano, come in Rara Demare: inizio con il sax soprano e poi, bum!, comincio a cantare, e poi, bum!, passo alla cornetta. Non voglio essere prevedibile.

Jowee Omicil «Love Matters»
Jowee Omicil «Love Matters»

Praticamente una one-man band!
In realtà no, ormai preferisco lavorare in squadra: volendo potrei fare tutto da solo, e in passato l’ho fatto, ma i lavori collettivi sono sempre i migliori.

Tornando ai brani a chi è dedicato Marie-Clémence?
Si ispira a una canzone tradizionale di Leona Gabriel, una cantante e compositrice della Martinica, attiva all’inizio del Novecento. Ha rappresentato davvero tanto per i suoi contemporanei: all’epoca non era facile essere un’artista nei Caraibi, perché c’erano moltissime rivoluzioni in atto e il periodo non era dei più tranquilli. Il groove che ho aggiunto nella mia versione si chiama rara ed è tipico di Haiti, si suona con strumenti prevalentemente acustici e la leggenda vuole che si ispiri al suono delle onde che si infrangono sulla spiaggia.

Un altro brano che colpisce molto è Mozart Bash, una tua versione della sinfonia n° 40 (KV 550) di Mozart. Come ti è venuto in mente di riproporla?
Per me Mozart va ben oltre la musica classica, è stato un ponte tra la tradizione e la modernità. Avendo cominciato a comporre e suonare fin da piccolissimo, per lui la musica era innanzitutto un gioco, un divertimento, nonostante il pianoforte sia uno strumento particolarmente complesso e ostico. Quando ho immaginato quella versione ero in vacanza ad Haiti ospite di mio zio, che ha un pianoforte in casa. Ho cominciato a improvvisare qualche accordo, e d’un tratto mi sono accorto che erano perfetti per accompagnare la melodia della sinfonia n° 40; la ritmica e il fraseggio sono seguiti naturalmente. Sono convinto che, considerando l’approccio di Mozart alla musica, probabilmente lui avrebbe avuto piacere di sentirla in una veste diversa. Avrebbe apprezzato il tentativo di fare qualcosa di diverso, di innovativo: le partiture non sono incise su pietra, possono (e in alcuni casi dovrebbero) essere stravolte o reinterpretate.

Un approccio che applichi anche quando si tratta di portare la tua musica dal vivo…
Quando venite a un mio concerto, aspettatevi di vedere e sentire qualcosa di totalmente inaspettato! Cerco sempre di allestire uno spettacolo pieno di energia e di sorprese. Il jazz è per definizione libero e basato sull’improvvisazione, e io seguo alla lettera questi presupposti. In generale sono uno specialista dell’intrattenimento, non solo quando si tratta di un mio show. Qualche tempo fa, ad esempio, ho fatto da maestro di cerimonia per le celebrazioni dell’ottantacinquesimo compleanno di Quincy Jones, al Montreux Jazz Festival. Non era un compito facile: erano tutti lì per Quincy, non certo per me, e poi il mio set cominciava alle due del mattino, un’ora in cui di solito la gente è già andata a dormire da un pezzo! Ho fatto di tutto per stupire il pubblico, imbastendo la situazione in modo da adattarmi al contesto, e alla fine sono rimasti lì a ballare e cantare con me fino alle quattro.

Allora qual è il tuo segreto?
Il segreto non sta nel materiale grezzo ma in come riesci a utilizzarlo. Puoi avere il miglior repertorio del mondo, ma se non lo presenti bene e nell’ordine giusto non riuscirai comunque a conquistare nessuno. È come per voi italiani con il cibo: la vostra cucina è fatta di tantissime portate deliziose, che hanno un loro ruolo preciso all’interno della cena. Non si può servire l’arrosto prima della pasta, nossignore! Bisogna creare un crescendo di gusti e sensazioni diverse. Anche la musica funziona così.

Marta «Blumi» Tripodi