Jazz&Wine, prima parte

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Art Ensemble of Chicago, foto Luca D'Agostino-Phocus Agency

Cormòns, Teatro Comunale

24-27 ottobre

La XXI edizione di Jazz&Wine ha rispettato in pieno sia le aspettative di un pubblico sempre più numeroso (massiccia la presenza di spettatori austriaci e sloveni), sia i principi che ispirano la politica del Circolo Culturale Controtempo, organizzatore della manifestazione: documentare con la maggior apertura possibile le tendenze che animano il jazz contemporaneo; riservare uno spazio adeguato alla ricerca; legare il più possibile gli eventi a un territorio – già di per sé crocevia di processi storici e culturali – anche grazie alla collaborazione con istituzioni e aziende locali, ivi inclusi anche alcuni soggetti sloveni. Il denso programma è stato dunque come sempre distribuito tra i concerti serali al Teatro Comunale di Cormòns (trattati in questo articolo) e gli altri eventi, non meno importanti, collocati presso tenute, aziende agricole, cantine e luoghi di interesse storico-artistico. A questi ultimi verrà dedicata una sezione separata.

Attraverso un repertorio prevalentemente tratto dagli ultimi due lavori per la ECM, «Into The Silence» e «Cross My Palm With Silver», il trombettista israeliano Avishai Cohen propone una poetica assolutamente originale, grazie a temi melodicamente elaborati basati su tempi pluricomposti, che a volte confluiscono addirittura in strutture politematiche. Cohen esprime uno spiccato senso della melodia, disegnata con grande misura e asciuttezza. Nel carattere spartano di certi temi e di gran parte delle linee melodiche risalta il fraseggio compiuto, timbricamente scintillante, di una tromba collocabile su un’ideale linea stilistica risalente fino a Booker Little. Essenziale e funzionale, ma ricettivo e dialettico al tempo stesso, risulta il contributo di Barak Mori (contrabbasso) e Ziv Ravitz (batteria), integrato dal piano di Yonatan Avishai, che fa della parsimonia e della semplicità di certe punteggiature ritmiche i suoi punti forti. Nei passaggi più rarefatti i soliloqui della tromba sembrano interrogare (o interrogarsi?), evocando per associazione di idee The Unanswered Question di Ives.

Avishai Cohen Quartet, foto Luca D’Agostino-Phocus Agency

Pur avendo mantenuto le coordinate della propria cifra stilistica, dopo la separazione da Ethan Iverson The Bad Plus hanno sviluppato un’impronta ritmica più marcata e rafforzato la matrice più intimamente jazzistica grazie alla presenza di Orrin Evans, che infonde alla musica del trio tratti distintamente afroamericani. Infatti, Evans possiede un tocco ritmico percussivo e un fraseggio segmentato, a tratti disarticolato ad arte (evidente eredità monkiana). Sul piano compositivo prevale l’apporto dell’affiatata coppia Reid Anderson (contrabbasso)-Dave King (batteria). I temi sono basati sullo schema della song e attingono spesso sia a costruzioni melodiche di estrazione popular che a incalzanti progressioni ritmiche di matrice rock – che King sa comunque frazionare e diversificare – alternate a passaggi di libera improvvisazione sviluppati su pedali.

The Bad Plus, foto Luca D’Agostino-Phocus Agency

Il repertorio del nuovo album, «Combo 66», non aggiunge nulla alla consolidata poetica di John Scofield, ormai un classico della chitarra jazz contemporanea. Approccio, stile, linguaggio e suono risalgono a Jim Hall, con richiami a Pat Martino, Wes Montgomery e Barney Kessel. Per altri versi affondano le radici in un humus intriso di blues (B.B. King, Freddie King, Albert King), r&b, echi di country e popular music, come dimostra anche la versione di You’re Still The One di Shania Twain. Impeccabile ed implacabile si rivela il contributo della ritmica formata da Vicente Archer (contrabbasso) e dal fido Bill Stewart (batteria), autentico propulsore. Quanto a Gerald Clayton, poco significativo risulta l’abbinamento tra piano e chitarra, mentre il contrasto con l’organo Hammond sviscera ed esprime l’essenza intimamente blues della musica di Scofield, ricollegandosi in alcuni momenti a certi modelli di organ trio.

John Scofield Combo 66, foto Luciano Rossetti-Phocus Agency

Protagonista di una performance solistica registrata in funzione della prossima pubblicazione di un album per la ECM, Egberto Gismonti ha fornito l’ennesimo, autentico esempio di sintesi di alcune componenti salienti del patrimonio brasiliano, confermando come in quell’ambito la distinzione eurocentrica tra colto e popolare sia una questione di lana caprina. Infatti, nella sua poetica forme di origine popolare come chôro e frevo si fondono con l’eredità di Villa Lobos, Pixinguinha e Nazareth in una dimensione di grande coesione espressiva. Attraverso la strabiliante tecnica profusa sulle chitarre a dieci e dodici corde Gismonti tesse fitte trame fatte di arpeggi, arabeschi e ceselli di squisita fattura. Al tempo stesso, utilizza lo strumento anche in funzione percussiva, tamburellando sulla cassa armonica o producendo un suono affine a quello del berimbau (il tradizionale arco musicale di origine africana) mediante un battito ritmato sulle corde alte. Al pianoforte ribadisce un approccio originale fatto di cascate di arpeggi, linee contrappuntistiche di matrice bachiana (ereditate da Villa Lobos) e possenti contrafforti ritmici sul registro grave. Ne scaturisce una narrazione densa e ricca di riferimenti: a composizioni proprie, tra cui la celebre Frevo rasgado, Gismonti affianca il nume tutelare Villa Lobos e Retrato em branco e preto di Jobim. A suo modo Gismonti è divenuto un classico di quello che i brasiliani stessi definiscono musica strumentale.

Egberto Gismonti, foto Luca D’Agostino-Phocus Agency
Roscoe Mitchell, foto Luciano Rossetti-Phocus Agency

Considerato l’evento di punta dell’intera manifestazione, il concerto dell’Art Ensemble of Chicago non ha mantenuto tutte le premesse (e le promesse). Dopo la scomparsa di Lester Bowie e Malachi Favors, e il successivo ritiro dalle scene di Joseph Jarman, Roscoe Mitchell e Famoudou Don Moye portano avanti il messaggio dello storico gruppo, sempre all’insegna dell’antico slogan Great Black Music. Tuttavia, la formazione che si è presentata al Teatro Comunale avrebbe potuto benissimo essere denominata Roscoe Mitchell Septet, tanto forte è l’impatto della personalità e della cifra espressiva del sassofonista. Come sempre, il concerto si è svolto secondo un preciso rituale, dopo il breve raccoglimento in onore dei colleghi scomparsi. All’inizio è stata proposta una fin troppo lunga sequenza di cellule isolate di natura puntillistica dettate da Mitchell al sopranino, largamente impiegato per tutto il concerto a discapito del soprano e del contralto. Una pratica certamente volta a stimolare i colleghi ad esercitare la capacità di ascolto reciproco e il controllo di timbri e dinamiche, ma nella circostanza protratta ad oltranza. La circolazione di segnali e codici finisce per produrre gradualmente microstrutture all’interno del settetto, sviluppate anche in forma dialogica, pur nel rispetto della massima libertà espressiva. Via via emergono il rapporto conflittuale tra il sopranino e la tromba, il flicorno e la pocket trumpet di Hugh Ragin; il lavorio sotterraneo del violoncello (Tomeka Reid) e dei contrabbassi (Silvia Bolognesi e Jaribu Shahid); l’interazione tra batteria (Moye) e percussioni (Doudou Kouate). Il tutto confluisce in un crescendo di rara potenza, quasi catartico, ma lasciato (volutamente?) irrisolto. La performance ha preso quota prima in virtù di espliciti riferimenti alla madre Africa veicolati dalla gestualità sciamanica e dai versi declamati dal senegalese Kouate, e dalla dialettica tra djembé e conga; poi, grazie all’azione complementare tra contrabbasso e basso acustico, suonato da Shahid. La forza propulsiva del collettivo prepara il terreno per un lungo, lancinante assolo di sopranino, dal fraseggio contorto, tagliente e dal timbro ispido, corrosivo. In chiusura, corre un brivido di emozione all’ascolto di Odwalla, inno del gruppo ora utilizzato per la presentazione dei membri. Al che, resta solo il ricordo dell’Art Ensemble che fu.

Enzo Boddi

Art Ensemble of Chicago, foto Fabio Gamba-Phocus Agency