Jazz dietro le quinte: Intervista a Valentina Fin

La versatile cantante veneta è la co-fondatrice della starup Bàcan: un sodalizio che ha come obiettivo quello di promuovere le attività musicali dei giovani. Con lei parliamo di questo e di molto altro.

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Valentina Fin Foto di Giulia Capraro

Buongiorno Valentina. Vorrei iniziare a parlare con te della startup Bacàn, che ti vede coinvolta. Innanzitutto come è nata l’idea?
Certo! Bacàn è nata dall’incontro, nel 2020, tra me e Augusto Dalle Aste che è il mio attuale socio, oltre che co-fondatore. Entrambi siamo musicisti, ma abbiamo anche una formazione legata al management culturale. Io lo conoscevo di fama, diciamo, perché sapevo che aveva fatto un percorso di studi affine al mio e sapevo che condividevamo una comune passione per la musica di ricerca. In qualche modo mi ispirava anche fiducia, serietà, professionalità e visionarietà (terminologia che ancora utilizzerei per descriverlo). L’ho contattato per un primo scambio di opinioni. Così ci siamo incontrati per la prima volta in un piccolo bar di Piazza delle Erbe a Vicenza in un pomeriggio d’estate, per scambiarci idee, pareri, prospettive per il futuro. Penso che Bacàn sia nata proprio quel giorno! Anche se il nostro compleanno ufficiale è il 21 dicembre 2020, solstizio d’inverno e giorno in cui abbiamo pubblicato la piattaforma online dando vita al primo lavoro di mappatura. Direi che Bacàn nasce da un’esigenza: sia nostra di voler dare un contributo alla vita culturale del nostro territorio, sia del territorio stesso, nel quale c’è poco spazio per il linguaggio contemporaneo, soprattutto in musica.

A proposito: perché questa denominazione?
Bacàn in dialetto veneto significa “baccano”, “fare rumore”. Dal dizionario del dialetto veneto viene definito come “rumore de xente drìo parlar animatamente.” (rumore di gente che sta parlando animatamente). L’abbiamo scelto perché sentivamo l’esigenza di far sentire la nostra voce, di fare chiasso, di essere vivi, provenendo, anche, da un momento in pandemia in cui gli artisti erano stati in qualche modo “silenziati”.

Quali sono gli obiettivi di questo sodalizio?
La prima valutazione che abbiamo fatto riguarda il contesto del nostro territorio. Il Veneto ha 7 conservatori e tutti con il dipartimento di jazz, la maggior parte anche con quello di nuove tecnologie. Ci sono moltissimi musicisti bravi, preparati e pronti a far sentire la propria voce, ma è sempre molto difficile emergere ed entrare nel nostro insolito mondo del lavoro come professionisti. Abbiamo iniziato subito con una mappatura degli ensemble/collettivi/gruppi che fanno musica di ricerca, sperimentazione, improvvisazione, per poi dare loro (e non solo) opportunità di coinvolgimento, di lavoro. Vogliamo essere un luogo di incontro per musicisti ma soprattutto una fucina di nuove opportunità che possano coinvolgerli. Subito dopo la pandemia abbiamo iniziato con i primi progetti. Siamo dunque al terzo anno di un programma di residenze artistiche dentro i musei cittadini, curiamo Proxima, la rassegna giovani del Vicenza Jazz e siamo in dialogo con le principali realtà musicali del Veneto. Lo scorso anno, grazie ad un bando del ministero dei beni culturali che abbiamo vinto, abbiamo dato vita anche ad un’orchestra di giovani musicisti che contiamo di mantenere e far crescere.

Chi sono i componenti di Bacàn e i rispettivi ruoli?
Il team di Bacàn è costituito da me che sono il presidente, Augusto Dalle Aste che è il vice-presidente e co-fondatore e Raffaele Schiavone che si occupa della parte di grafica e brand identity. Direi pochi, ma buoni! Ora stiamo lavorando con un collettivo di curatrici, ife collective, attive nel mondo delle arti visive, costituito da Eleonora Ambrosini e Ilaria Zampieri, in ottica multidisciplinare, al fine di dare vita ad un polo del contemporaneo che unisca le arti grazie, appunto, ai linguaggi della contemporaneità.

Qual è il tuo concetto di innovazione legato alla musica?
Per me l’innovazione in ambito musicale si traduce, come direttore artistico, ma anche come musicista, nel dare fiducia ai musicisti capaci di sviluppare idee artistiche originali in un’ottica di sperimentazione sul contemporaneo. Penso che sia un gesto coraggioso e innovativo sostenerli, supportarli, dare loro opportunità. Del resto la storia della musica non è fatta di innovatori, ognuno nella propria epoca? Essere innovativi vuol dire incentivare e stimolare la creatività e la ricerca. Credo che l’innovazione, e questo lo penso e cerco di praticarlo anche come artista, in un contesto come quello attuale, significhi anche pensare in ottica multidisciplinare di commistioni fra i linguaggi.

Foto di Giulia Capraro

Ci parleresti dell’Orchestra Contemporanea Veneta e del ruolo che ha all’interno della startup?
OCV è il più recente progetto di Bacàn. L’orchestra è nata grazie al sostegno sia del Ministero della Cultura che della Regione Veneto, grazie a due bandi che ci siamo aggiudicati e vede coinvolti 9 musicisti under 30 e 4 arrangiatori. L’OCV ha lavorato in questa prima produzione rielaborando brani popolari veneti, che la nuova generazione neanche conosce, rigenerandoli e riponendoli in chiave contemporanea, con forti aperture anche all’improvvisazione e alla conduction. Il progetto si inserisce perfettamente negli obiettivi della start up. Presenta intanto una forte connotazione territoriale, essendo dedicata ad artisti residenti o domiciliati nei comuni del territorio regionale. L’idea di coinvolgere musicisti attivi in ambiti più ibridi quali la musica improvvisata, il jazz e la musica contemporanea di ricerca si inserisce nei discorsi già citati sopra e nasce in un territorio fortemente rappresentato in ambito musicale più tradizionale da istituzioni importanti e relative orchestre quali La Fenice, L’Arena di Verona, Orchestra del Teatro Olimpico, Orchestra di Padova e del Veneto per citarne alcune. In questo contesto, non c’è uno spazio reale in ambito orchestrale per tutti questi musicisti, giovani, altamente qualificati e che escono con diploma accademico di secondo livello da tutti i 7 conservatori presenti in regione. L’Orchestra diventa quindi la naturale prosecuzione di questa prima azione dell’associazione, forte della rete dei 7 istituti di alta formazione artistica e musicale presenti nella regione Veneto. Ora stiamo lavorando affinché l’orchestra rimanga attiva, si allarghi e possa andare in tour nel 2024.

Mi sembra di capire che ci sarà anche una collaborazione con il Vicenza Jazz Festival. Ce ne vorresti parlare?
Assolutamente! La rassegna che curiamo per Vicenza Jazz si chiama Proxima ed è nata del 2022 grazie alla fiducia dataci dal direttore artistico del festival Riccardo Brazzale. Abbiamo iniziato con la prima edizione negli spazi di Palazzo Chiericati, per poi spostarci a Palazzo Thiene. Stiamo ora programmando, insieme a Riccardo, il 2024 con l’idea di continuare ad “invadere” spazi insoliti della città con musica jazz contemporanea e sperimentale. Il nome della rassegna deriva dal termine latino “proximus” e significa “quello che viene dopo”. È un riferimento alla nuova generazione jazz e si rifà, allo stesso tempo, a Proxima Centauri, la stella in assoluto più vicina alla Terra chiamata dai più Proxima. Il riferimento astrale non è casuale e vuole essere un omaggio ai giovani astri nascenti che il nostro territorio ospita e coltiva, e a tutte quelle personalità artistiche che stanno appena fuori dal circuito più noto o che ancora non sono riuscite ad entrarci: sono, appunto, prossime, ma non per questo meno creative o innovative.

Completa la struttura della startup la casa discografica. Quali sono gli obiettivi di quest’ultima? Si occuperà solo di produzioni nate all’interno di Bacàn?
L’idea di aprire una piccola label è nata nel 2021 al termine della prima residenza artistica, Endangered Species, svoltasi nel Museo Archeologico e Naturalistico di Vicenza, per valorizzare il materiale audio registrato in quella sede. Abbiamo iniziato così con una distribuzione digitale del disco omonimo e poi abbiamo fatto lo stesso lavoro con la seconda residenza, What’s New. Nel 2022 abbiamo fatto un tentativo di lavoro come label più tradizionale, pubblicando alcuni dischi pilota. Nonostante i buoni risultati ottenuti, abbiamo deciso di focalizzarci su attività di produzione vera e propria, andando ad utilizzare Bacàn Label solo per i progetti di residenza creativa che derivano appunto dalle residenze o dalle nostre produzioni, come per esempio OCV. Questa è sicuramente la direzione che intraprenderemo nei prossimi anni, perché vogliamo posizionarci come una start up di produzione artistico-musicale, non come label.

Quali sono le fonti di sostentamento finanziario alle quali avete (e avrete) accesso?
Ad oggi Bacàn si sostiene grazie al sistema bandi che ormai noi tutti conosciamo e utilizziamo. Abbiamo iniziato con progetti low budget, anche grazie al sostegno di alcune aziende del territorio (come, ad esempio, Fonte Margherita, un’azienda di acqua minerale e bibite con la quale abbiamo lavorato a realizzare un corto musicale utilizzando del materiale pubblicitario d’archivio ritrovato nella sala di regia del Cinema Odeon di Vicenza) ed enti pubblici o privati. Voglio citare la Fondazione Monte di Pietà di Vicenza che fin dalla nostra primissima attività, ci ha sostenuti e continua a farlo in un’ottica di partenariato attivo. Oltre a questo, abbiamo vinto due bandi del comune, due bandi della regione e un bando del Ministero della Cultura. Per il 2024 abbiamo già partecipato a due nuovi bandi del ministero e stiamo guardando con interesse la bandistica europea, perché ci piacerebbe riuscire ad acquisire un carattere anche internazionale. Inoltre, insieme ad Ife Collective, abbiamo partecipato ad un programma di accelerazione di Lega Coop Veneto, per capire insieme se aprire una cooperativa. Questo ci permetterebbe di ampliare la nostra offerta con una serie di nuovi servizi come didattica, team building artistico-musicale per aziende ed altre attività. Staremo a vedere come andrà!

Valentina Fin e Fin e Augusto Dalle Aste
Foto di Giulia Capraro

Valentina, come si colloca questa esperienza all’interno del tuo percorso artistico?
Come dicevo forse nella prima domanda, ho sempre lavorato su due binari, sin dal periodo universitario. Facevo contemporaneamente l’università e il conservatorio, mi dedicavo alla mia ricerca artistica e al contempo lavoravo nel mondo della cultura. Questo sicuramente è un punto importante per me: voglio continuare a vivere di cultura. E lo faccio unendo le varie competenze che ho acquisito nel tempo. Penso che essere musicisti nel nostro secolo significhi anche essere multitasking, aperti a prospettive diverse alla “sola” dimensione della performance. O almeno, questo è quello che sento io e che va bene per me . Essere creativi significa avere capacità di creare con l’intelletto, con la fantasia. Nella mia esperienza, ho accolto questo concetto e cerco di farne il principio fondativo della mia attività sia di cantante e compositrice, inventando progetti artistici di cui sono band leader, sia di ideatrice di progetti culturali. Molto spesso in Italia ti “giudicano” se non fai solo il musicista, come se, in qualche modo, ti stessi sporcando con altri affari al di fuori dall’arte. Io penso che, da un lato, questo abbia davvero poco senso nel nostro millennio, ma dall’altra trovo davvero arricchente e creativo ideare progetti e realizzarli, come faccio con Bacàn. Succede come nella creazione artistica, nella composizione, ma in un ambito diverso. Spero davvero di riuscire a portare avanti entrambe le carriere, come sta accadendo ora!

Mi piacerebbe che tu ci parlassi di Rodari Connection.
Grazie per la domanda, sono molto legata a questo progetto per vari motivi: intanto perché lo sto realizzando grazie al sostegno del Centro di Produzione We Start che mi ha accolta fra i suoi artisti, segnando un momento importante nella mia carriera di musicista, ma anche per quello che rappresenta. “Rodari Connection” si ispira al mondo immaginifico e surrealista delle “Favole al Telefono” di Gianni Rodari, visionario della scrittura per ragazzi, le cui storie, a prima vista leggere e giocose, nascondono significati profondi ed esistenziali. Ho ritrovato questo libro usurato e consumato dalle letture, quando mia madre l’ha ripreso dalla libreria per leggerlo a Lorenzo, mio nipote di quasi tre anni. E questo mi ha fatto pensare a mia madre che mi leggeva sempre una Favola al Telefono prima di andare a letto e mi faceva viaggiare con la fantasia, in un rituale magico che si ripeteva ogni sera. Poiché esse sono storie semplici, simpatiche e popolate da personaggi assolutamente stravaganti e fantasiosi, ogni storia permette alla creatività di scatenarsi, dando vita a nuovi mondi, aprendo la mente all’immaginazione. Così nascono le mie composizioni originali scritte appositamente per questo ensemble che unisce alla tradizionale jazz band una serie di ambienti elettronici che permettono all’ascoltatore, come in una fiaba, di vivere o riscoprire un proprio magico mondo interiore, proprio come fanno gli artisti durante la performance.
Il lavoro vede la collaborazione con Federica Furlani, AKA effe effe, musicista diplomata in viola e in musica elettronica e nuove tecnologie, con la quale farò quest’anno una residenza artistica per continuare il lavoro iniziato in ottobre negli spazi di Opera Estate Festival di Bassano del Grappa, anch’esso tra i sostenitori del progetto. Per descrivere questo progetto, vorrei citare Rodari stesso: «La fiaba è il luogo di tutte le ipotesi: essa ci può dare delle chiavi per entrare nella realtà per strade nuove, può aiutare il bambino a conoscere il mondo». E anche un po’ l’adulto.».

Tra i tuoi progetti troviamo anche l’interessantissimo Cohors dove la musica barocca e rinascimentale si fonde con l’improvvisazione. Come nasce questo progetto?
La mia passione per la musica barocca nasce alcuni anni fa, quando decisi di provare un corso a scelta di canto rinascimentale e barocco al conservatorio. Al tempo lavoravo anche in un’azienda che produceva corde per strumenti antichi, utilizzando l’antica tradizione cordaia italiana. In qualche modo mi sentivo parte di un mondo antico e volevo conoscerlo meglio. Mi sono sentita subito a mio agio e ho trovato moltissime affinità tra il jazz e questa nuova prassi che stavo incontrando: l’improvvisazione prima di tutto, ma anche il modo di trattare il materiale armonico, l’attenzione agli affetti, al testo e soprattutto un modo di cantare che ho trovato molto vicino al jazz moderno, in una specifica parte di repertorio tardo rinascimentale. Così ho pensato di lavorarci un po’, scrivere degli arrangiamenti e proporre questi brani in una veste contemporanea, insieme ad alcune mie composizioni in stile. C’è anche una viola da gamba nel progetto, Luca Cescotti, che proviene proprio dalla formazione barocca. Cohors è nato anche grazie a Matteo Gabutti di Associazione 4’33’’ di Mantova, che ci ha permesso di fare una residenza artistica nelle splendide sale di Palazzo Te a Mantova a maggio 2023. Abbiamo già fatto alcuni concerti, ma il meglio, come si dice, deve ancora venire! Abbiamo vinto Nuova Generazione Jazz 2024, grazie al quale stiamo organizzando un bellissimo tour 2024 in Italia e all’estero.

Il mescolare musiche differenti, soprattutto di estrazione classica, con l’improvvisazione è qualcosa che i puristi non accettano. Certo, oggi come oggi, essere puristi nella musica è del tutto anacronistico. Non trovi?
Sono assolutamente d’accordo! Poi la musica è così bella che diventa davvero riduttivo non voler aprire gli orizzonti anche ad altre tradizioni, estetiche, pratiche oltre alla nostra prediletta. Per quanto mi riguarda, studiare canto barocco ed ora praticarlo anche a livello professionistico, non penso abbia sminuito il mio essere jazzista, semmai può aver aggiunto nuovi colori e nuove idee alla mia musica. Penso che la chiave sia non essere puristi e soprattutto essere curiosi e bendisposti verso il nuovo.

Foto di Giulia Capraro

Valentina, tu sei giovane così come i tuoi compagni di viaggio. Però, i giovani non sono molto presenti ai concerti jazz. Come ti spieghi questo fenomeno? Cosa di dovrebbe fare per avvicinare i ragazzi a musiche diverse rispetto a quelle a loro consuete (tra l’altro, anche gli stessi studenti di jazz non presenziano ai concerti…)?
Sicuramente c’è un po’ di pigrizia fra me e i miei colleghi della “nuova generazione jazz”, questo è sicuramente vero. È vero che c’è poco pubblico giovane, ma penso che dando fiducia ai giovani, dando loro possibilità di portare i propri progetti anche in contesti prestigiosi come festival o club, le cose possano migliorare. Penso che i giovani vadano a sentire le proposte interessanti dei loro colleghi contemporanei e ne siano attratti con curiosità. Per la nostra esperienza come Bacàn, il tema del pubblico è sempre cruciale, ma cerchiamo con la qualità della proposta e con una comunicazione fresca, di intercettare proprio questo pubblico giovane. Io sono convinta, inoltre, che il pubblico vada “curato”, nel senso che molto spesso il sistema “bandi” fa in modo che chi organizza abbia i fondi e non debba interessarsi del pubblico, perché “tanto si va in pari lo stesso”. Ecco, penso che questo non aiuti la partecipazione che in ogni caso va seguita, preparata e resa attiva. Siamo una società che fa dell’economia dell’esperienza il proprio cardine e penso che anche nello spettacolo dal vivo questo vada considerato. Proprio stamattina ho fatto una bellissima call con una serie di giovani realtà, collettivi, gruppi informali e associazioni che sono nate negli ultimi anni da giovani e giovanissimi e che fanno residenze, orchestre partecipate, collettivi di improvvisazione, seminari, concerti. Ho visto da parte di tutti noi tanta voglia di fare e spirito d’iniziativa che fa ben sperare!

Quali sono le tue fasi in un processo compositivo?
Mi piace molto l’arte concettuale in tutte le sue forme. Io sono laureata in Storia dell’arte e ho sempre avuto una predilezione per questi artisti che trovo per altro geniali. Nella mia musica cerco sempre di partire da un “concept”, un tema. Quindi è lo stesso concept che ispira la mia creatività e mi fa venire la spinta da cui poi parto. Mi piace molto ispirarmi anche a testi letterari, rielaborare poesie o aforismi per esempio. Questa può essere definita come una prima fase, che poi prosegue con la creazione vera e propria. Musica e testo vengono insieme, anche quando rielaboro testi letterari già scritti. Immagino che le parole che prendano un tono, diventino un tutt’uno con la melodia e così le scrivo. La terza fase, direi, è il lavoro con i musicisti che lavorano con me. Mi piace lavorare con musicisti per lungo tempo, molto spesso sono gli stessi che girano tra i miei progetti, perché condividono un’idea musicale affine alla mia e so che possono dare tanto a me come artista e alla mia musica. Con Marco Centasso, per esempio, contrabbassista di quasi tutti i miei progetti, lavoro da 12 anni in una sorta di sodalizio artistico e umano. O Manuel Caliumi, per esempio, sassofonista che c’è in praticamente tutti i dischi che ho pubblicato.

Quali sono gli artisti che ti hanno maggiormente influenzato?
Sono moltissimi! Vorrei citare tra le voci Norma Winstone, alla quale ho anche dedicato un lavoro discografico, John Taylor, Frank Sinatra che amo moltissimo, ma anche Mina, Lucio Battisti, Luigi Tenco. Vorrei citare anche Cristina Zavalloni, con la quale ho avuto anche la fortuna di prendere alcune lezioni e che è per me un grande esempio e fonte di ispirazione. Lo stesso vale per Pietro Tonolo.

Quali sono i tuoi obiettivi a medio termine?
Obiettivo per il prossimo futuro a livello artistico è portare in concerto i progetti che ho sviluppato lo scorso anno. Nel 2023 sono usciti 4 dischi che mi hanno visto coinvolta, l’ultimissimo pubblicato lo scorso novembre e sto ora lavorando per poterli portare in una dimensione live. Vorrei approfondire anche l’aspetto più performativo del mio essere artista in un medio termine e sto aspettando gli esiti di un bel bando di residenza artistica che mi permetterebbe di lavorare a stretto contatto con la coreografa, Camilla Monga per un lungo periodo. Mi piacerebbe anche trovare una connessione con la musica elettronica e sperimentare in questo senso, cosa che farò in residenza con Federica Furlani per sviluppare il progetto Rodari Connection. Anche lato Bacàn lavoreremo sicuramente con l’OCV, ma anche per a quarta edizione di residenza artistica alla quale stiamo già pensando. Nei prossimi anni, ci piacerebbe lavorare in un’ottica di centro di produzione musicale vero e proprio, ma c’è ancora tanto da lavorare! Sto infine svolgendo attività di ricerca, come assegnista presso AIKU il centro di ricerca di Ca Foscari, Venezia, su Arte Impresa e cultura. Mi piacerebbe molto continuare nella ricerca, approfondendo, magari in un dottorato, alcuni ambiti della musica di sperimentazione e dell’ecosistema musicale del mio territorio.

Cosa è scritto nell’agenda degli appuntamenti di Valentina Fin?
Ora mi sto dedicando allo studio e alla ricerca ma l’agenda degli appuntamenti inizia a popolarsi! Nei prossimi mesi ho alcuni concerti di musica antica, il 25 gennaio a Vicenza e il 31 marzo ad Arco (Trento), mentre da aprile sarò in tour con l’Italian Mottetto che mi vede impegnata in Lombardia e Lazio e soprattutto con Cohors. Faremo un bel tour che vede alcuni festival italiani, ma anche uno showcase a Rotterdam e un concerto a Birmingham in UK. Saremo a Torino Jazz, Medimex, Tolfa Jazz e, come dicevo sopra, in giro per l’Europa. Non vedo l’ora di ritornare on the road! A settembre, poi, grazie ad un Erasmus Placement, andrò a Bruxelles per qualche mese come assistente docente di David Linx, insegnante lì di canto jazz. Insomma, sarà un bel 2024!
Alceste Ayroldi