«Sensurround». Intervista a Faso e Christian Meyer.

Il nuovo disco del Trio Bobo contiene tante sorprese e tanti ospiti, tra cui Stefano Bollani.

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Perché questo titolo «Sensurround»?
E’ il nome del processo sviluppato da Cerwin-Vega, in collaborazione con Universal Studios, per migliorare l’esperienza audio durante le proiezioni dei film. In particolare, ricordo quando vidi il film Terremoto del 1974: saltai giù dalla sedia, perché il suono era pieno. Un sistema che non ebbe granché successo e, in seguito, arrivò il Dolby Surround. Ecco, il nostro disco vorrebbe sortire lo stesso effetto. La nostra musica non ha barriere generazionali. E forse questo disco lo rappresenta ancor di più. Questo tipo di musica solitamente è registrata in presa diretta. Qui abbiamo fatto alcuni take, ma anche degli over dub, come quelli che si fanno quando si arrangia un disco pop-rock. Perché chi ascolta deve trarre piacere dalla musica che va a sentire.

Un disco con diversi ospiti, come Stefano Bollani per esempio. Come e perché avete scelto Bollani?
FASO: Con Stefano siamo amici da tempo ed era da tanto che ci eravamo promessi di collaborare. Quando gli abbiamo proposto il nuovo disco, ha risposto con un laconico «Sì» gli abbiamo inviato i file audio e lui ha scelto Batterista Bobo, ma a condizione che avrebbe suonato il piano Fender Rhodes! Il risultato è, secondo noi, fantastico, perché Stefano fa delle cose incredibili.

Potrebbe essere l’inizio di una nuova collaborazione?
Perché no!

Uno sguardo attento verso l’Africa e l’Asia. E’ lì che c’è la musica più interessante?
CHRISTIAN MEYER: L’album è un jazz rock africano, per la maggior parte strumentale, le cui canzoni sono nate dai soundcheck e dai momenti di cazzeggio e improvvisazione: cose che sono uscite così e poi sono state aggiustate e lavorate. Prendiamo il brano Ghetto, dove abbiamo coinvolto la cantante e flautista indiana Varijashree Venugopal. Nasce da un soundcheck mentre provavamo altri pezzi. Faso inizia a canticchiare il pezzo parlando di ghetti che millantano una sofferenza che in realtà non c’è. Poi, io l’ho proposto come argomento più serio. Sulla base e sul nucleo centrale abbiamo aggiunto il resto e abbiamo pensato di far cantare Vari, in italiano. Vari l’abbiamo scoperta navigando su Internet, perché doppiava un assolo di John Coltrane nota per nota! E ricordiamo anche che il pianista di Coltrane, a un certo punto, non riuscendo più a stargli dietro molla il colpo!
FASO: E così, grazie all’intuizione di Christian è nato il jazz trap!

Il vostro sound richiama alla mente la migliore fusion degli anni Settanta, ma anche la psichedelia. Chi sono i vostri riferimenti musicali?
Tanti, tantissimi. Il prog-rock sicuramente, ma anche il periodo psichedelico come dici, la fusion. Non ci siamo mai posti barriere nell’ascolto della musica, dove c’è anche tanto jazz. E, comunque, è una musica da fischiettare!

Chi è il Batterista Bobo?
FASO: Avevamo inventato un personaggio che era, nella nostra fantasia, il maestro di batteria di Christian. La notizia era circolata tanto che, durante un seminario, qualcuno disse: «E, lo so che Christian ha studiato tanti anni con il batterista Bobo, il batterista di Mina». Ovviamente, quindi, è Christian! In questo brano c’è anche Alex Pacho Rossi alle percussioni, quindi è tutto dedicato ai tamburi. Anche qui, il brano nasce per un canticchiare ossessivo: e noi ne abbiamo fatto un brano.

Ciao ciao Gianni a chi è dedicata?
E’ dedicato a Gianni del Tangram di Milano. Uno dei pochi veri gestori di locali che seguiva il suo istinto e non le mode. Potevi essere anche Dio: lui ti chiedeva di fargli ascoltare la tua musica. Era uno che sceglieva cosa programmare nel suo locale, senza troppi fronzoli e senza manierismi.

Di parole in questo album ce ne sono poche, ma sembra come se abbiate la tentazione di cantare e di mettere le parole alla vostra musica. Perché non lo fate?
FASO: Ma sai che ci stiamo prendendo gusto! Magari la prossima volta ci proviamo sul serio. Diciamo che in questo disco c’è un primo timido tentativo.

Tu e Faso vi conoscete già per Elio e le Storie Tese. Con Alessio Menconi come vi siete conosciuti e, quindi, come vi è venuto in mente di creare il Trio Bobo?
Alessio è stato cooptato, perché lo ascoltammo dal vivo, per caso, ed era uno dei pochi chitarristi veramente bravi nel disegnare le melodie, nell’intonarle. Allora ci siamo detti che era l’uomo giusto per noi!

A proposito: perché questo nome?
FASO: Perché quando eravamo agli inizi della costruzione, giravano tanti nomi «fighi», di quelli tipo Thunder Trio, Power Trio e così via. Allora mi sono detto, anzi ci siamo detti: perché non chiamarci con un nome scemotto, ma suonare bene?

Vi è mai venuto in mente di diventare un quartetto o quintetto Bobo?
Al momento no: il Bobo è un trio!

Domanda di rito: quali sono i vostri progetti futuri?
Vorremmo portare in giro questo disco; vorremmo suonare con una certa continuità: insomma, fare un vero e proprio tour, perché è seccante suonare e poi interrompere, poi riprendere a suonare: si perde l’amalgama, il flusso sonoro.
Alceste Ayroldi