«Cantastorie». Intervista a Riccardo Catria

Nuovo progetto musicale per il giovane trombettista e compositore di Todi, in duo con il pianista Daniele Del Gobbo. Ne parliamo con lui.

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Quando hai capito per la prima volta che la tromba sarebbe diventata il centro della tua vita?
Fin da piccolissimo ho sempre avuto le idee molto chiare su ciò che avrei voluto fare.
Mio padre racconta che già a un anno, quando mi portava ai concerti, insistevo perché mi avvicinasse il più possibile al lato del palco, vicino la sezione dei fiati. A casa avevo diversi strumenti musicali giocattolo, finché, a sei anni, per il mio compleanno arrivò il regalo che avrebbe segnato tutto: la mia prima vera tromba. Ricordo ancora perfettamente l’emozione di quel momento: l’odore della custodia appena aperta, l’impazienza durante la festa, il desiderio quasi incontenibile di restare finalmente da solo per poterla provare. E infatti, appena gli amici andarono via, mio padre si sedette al pianoforte e iniziò a suonare lentamente la scala di Do maggiore, nota dopo nota, con grande calma, quasi a guidarmi: Do, poi Re, poi Mi, proseguendo fino a Fa, Sol, La, Si, e di nuovo Do. Io lo ascoltavo con attenzione, cercando di riconoscere quei suoni e di inseguirli con il mio strumento. Con tutta l’incoscienza e il coraggio di un bambino, iniziai a soffiare nella tromba, provando a ritrovare quelle stesse note, segnandomi su un tovagliolo le posizioni delle dita nel tentativo di non dimenticarle. Ripensandoci oggi, credo che sia stato proprio quello il momento in cui, senza saperlo, ho capito che la tromba sarebbe diventata parte fondamentale della mia vita.

Come riesci a conciliare la tua formazione classica con quella jazzistica?
Per me, avere una formazione classica sul mio strumento è stato fondamentale: mi ha permesso di approfondire con calma molti aspetti tecnici essenziali, sviluppando un controllo più solido e consapevole. Questo tipo di lavoro ti dà gli strumenti necessari per poterti esprimere in modo più libero e personale. Allo stesso tempo, però, la storia della musica — e del jazz in particolare — ci insegna che spesso sono proprio i nostri limiti e le nostre fragilità a definire il nostro linguaggio. Penso, ad esempio, a Miles Davis: se avesse avuto la tecnica straordinaria di Dizzy Gillespie, probabilmente non avremmo avuto dischi così lirici e rivoluzionari come «Birth of the Cool» o «Kind of Blue». È proprio quella ricerca espressiva, anche dentro certi limiti, ad aver definito in modo così profondo la sua voce. Questo non significa affatto che non si debba studiare, anzi: il miglioramento costante rimane una parte imprescindibile del percorso. Per quanto riguarda invece i miei studi di composizione classica, rappresentano un bagaglio culturale prezioso che porto con me ogni giorno. Mi hanno dato strumenti e prospettive che mi permettono di approcciarmi in modo più consapevole anche ad altri mondi sonori, creando un dialogo continuo tra le diverse influenze che fanno parte della mia musica.

Come è nato il progetto «Cantastorie» in duo con Daniele Del Gobbo?
«Cantastorie»  nasce dal desiderio di fissare un incontro artistico tra me e Daniele Del Gobbo. Ci siamo conosciuti circa due anni fa nell’ambiente musicale perugino e fin da subito si è creato un forte feeling, sia umano che musicale. Nel corso dell’ultimo anno abbiamo avuto modo di suonare spesso insieme in duo, portando la nostra musica in giro per l’Italia. Proprio grazie a questa intensa attività condivisa e alla naturale intesa che si è sviluppata, alla fine dell’estate abbiamo deciso di fermare questo percorso in un disco, dando così vita a «Cantastorie».

Perché hai scelto proprio la formula del duo tromba-pianoforte?
Non avevo ancora mai affrontato — né tantomeno registrato — un intero album con una formazione così intima e cameristica. Probabilmente stavo ancora cercando il compagno di viaggio giusto, e l’incontro con Daniele ha reso questa scelta naturale.
Anche il repertorio e il suono che avevo in mente si prestavano particolarmente a questo tipo di formazione: essenziale, diretta, senza filtri. Mi interessava riscoprire la bellezza del suono naturale, con tutte le sue sfumature e persino le sue imperfezioni, in contrasto con una tendenza sempre più diffusa verso una precisione assoluta che, a mio parere, rischia di togliere anima alla musica. Proprio per questo abbiamo scelto di registrare il disco in modo molto tradizionale, senza editing né artifici, cercando di restituire il più possibile la verità e l’immediatezza del momento musicale.

Brani originali a parte troviamo Una furtiva lagrima di Gaetano Donizetti, che sembra arrivata lì per caso, ma sicuramente non è così: come mai questa scelta?
La scelta di inserire un brano tratto dall’opera italiana è anche un modo per riaffermare la nostra identità culturale: un patrimonio nazionale che ancora oggi tutto il mondo ci riconosce e, in molti casi, ci invidia. Sia io che Daniele abbiamo una grande passione per la musica classica e per l’opera italiana. Anche nei nostri concerti capita spesso di inserire brani provenienti da quel repertorio, come parte naturale del nostro modo di esprimerci.
La scelta di Una furtiva lagrima, così come degli altri brani non originali presenti nel disco, non è legata a un criterio “programmatico”, ma semplicemente al fatto che sono brani che sentiamo vicini e che ci piace suonare. All’interno dell’album convivono infatti musiche molto diverse per epoca e autori, ma il nostro intento è stato proprio quello di creare coesione non attraverso la selezione stilistica, bensì attraverso la musica stessa: il nostro suono, il nostro dialogo e la nostra interpretazione come filo conduttore unico.

Poi, troviamo Jobim, Kenny Wheeler e Nature Boy di Eden Ahbez e The Peacock di Rowles. Come hai (o avete) agito in fase di arrangiamento?
Nel lavoro di arrangiamento abbiamo scelto, in generale, di allontanarci dalla concezione più tradizionale di esposizione del tema seguita dall’assolo, per privilegiare invece una ricerca sonora capace di restituire ai brani una nuova veste, pur rispettandone l’identità originaria. Per esempio, Opening di Kenny Wheeler è tratto dalla suite orchestrale «The Sweet Time Suite» (ECM, 1990), dove nasce come un corale per orchestra. In questo contesto lo abbiamo reinterpretato per tromba sola, mentre il pianoforte, con il pedale del sustain abbassato, viene lasciato risuonare per simpatia, creando una sorta di alone armonico e timbrico attorno alla linea melodica. In altri casi abbiamo invece lavorato sul ritmo, trasformando completamente la prospettiva del brano. È il caso di Nature Boy di Eden Ahbez, che abbiamo riletto come un jazz waltz molto energico e contrappuntistico, cercando di mantenere intatta la forza melodica ma spostandola in un nuovo contesto ritmico. The Peacocks di Jimmy Rowles è stato invece quasi completamente spogliato dell’elemento ritmico, per concentrare l’attenzione sull’aspetto armonico e timbrico cercando di mettere in risalto la dimensione più drammatica e sospesa del brano. Per Luiza di A.C. Jobim, che dire: è già un brano magnifico così, meglio non toccarlo!

Quanto spazio è stato lasciato all’improvvisazione durante le registrazioni?
Durante le registrazioni è stato lasciato un grande spazio all’improvvisazione. Lo si percepisce già dal primo brano, Genesi,  dove questo approccio è evidente fin dall’inizio. Parlo di improvvisazione nel senso più puro del termine. Il disco si chiude poi con IMPRO, che è una vera e propria improvvisazione radicale, un dialogo a due voci: un continuo scambio tra i musicisti, fatto di ascolto reciproco, risposta e trasformazione immediata del materiale sonoro. In fondo, per me, l’improvvisazione non è altro che un’altra forma di composizione. Sono due processi molto più vicini di quanto si pensi, ma con un rapporto diverso con il tempo. Quando compongo, soprattutto per formazioni orchestrali, un minuto di musica può richiedere anche una settimana di lavoro, di ricerca e di rifinitura. Nell’improvvisazione, invece, tutto avviene nel momento: per creare un minuto di musica, impiego esattamente un minuto. Per questo potrei dire che la composizione è, in fondo, una sorta di improvvisazione a rallentatore.

Il titolo «Cantastorie»  suggerisce una forte componente narrativa: che tipo di storie volete raccontare attraverso la musica?
L’intento è stato duplice: da un lato raccontare noi stessi attraverso la musica, dall’altro restituire alla musica il suo ruolo più autentico, quello di narrare.
Il titolo richiama proprio questa dimensione: ogni brano contiene una storia, anche se non esplicita, una sorta di racconto nascosto che emerge attraverso le forme, i colori e le dinamiche sonore. Ed è proprio questo, secondo me, il bello della musica: il fatto che possa arrivare a tutti senza dover essere necessariamente capita o, peggio ancora, spiegata. Ognuno può viverla a modo suo, completando il racconto in maniera personale e libera.

Prima di «Cantastorie»  troviamo «Orchestral Suite n.1», un’opera – lasciamelo dire – ciclopica. Ce ne vorresti parlare?
Ci tengo innanzitutto a ringraziare Vittorio Bartoli e Roberto Lioli di Encore Music per aver sostenuto e creduto fortemente in questi due lavori. Se non fosse per loro, probabilmente non sarei oggi qui a parlarne. «Orchestral Suite n.1» nasce dalla volontà di registrare alcune mie composizioni originali per orchestra: brani scritti in periodi diversi, ma tutti uniti da un’unica matrice stilistica. Da qui deriva anche la decisione di racchiuderli all’interno di una suite. L’idea concettuale alla base di questo lavoro nasce dall’esigenza di slegare l’ascoltatore da qualsiasi preconcetto narrativo o descrittivo. Non a caso, nessun brano della suite ha un titolo, ma è semplicemente suddiviso in movimenti. L’intento è quello di permettere a chi ascolta di lasciarsi ispirare in maniera istintiva dalla musica, attraverso il solo utilizzo dei suoni e, soprattutto, attraverso il proprio vissuto, la propria sensibilità e la propria immaginazione. Questo approccio può risultare, per certi aspetti, vicino a un pensiero di matrice “brahmsiana” o a un’idea di musica che richiama le riflessioni di Hanslick, ma è qualcosa che sento profondamente coerente con il mio modo di concepire la musica. A sottolineare ulteriormente questo aspetto è anche l’utilizzo della voce come strumento, senza l’aggiunta di alcun testo: in questo modo perde la sua funzione narrativa piu diretta per fondersi con il resto dell’orchestra, diventando uno strumento tra gli altri. L’intera suite è stata registrata dalla Perugia Big Band, che ci tengo a ringraziare particolarmente: un’orchestra con oltre cinquant’anni di storia, della quale orgogliosamente faccio parte e che mi ha letteralmente cresciuto, offrendo anni fa a un giovane ragazzo come me l’opportunità di fare moltissime esperienze al fianco di grandi professionisti. Oltre a loro, il progetto vede la partecipazione della fantastica Marta Raviglia alla voce, Jeff Ballard alla batteria, Gabriele Evangelista al contrabbasso e Massimo Morganti al trombone, che per questo lavoro mi ha anche ceduto la direzione dell’orchestra. Infine, sono molto lieto di avere nel disco anche un pensiero scritto nelle note di copertina dal grande Enrico Rava, un musicista per il quale nutro una profonda stima e che da sempre rappresenta un punto di riferimento per il jazz delle nuove generazioni.

Che cosa hai imparato lavorando con artisti di fama internazionale come Jeff Ballard o Bob Mintzer?
Lavorare con artisti di fama internazionale come Jeff Ballard e Bob Mintzer è stata un’esperienza artisticamente e umanamente molto intensa e formativa.
Nello scorso aprile, a distanza di pochi giorni dalla registrazione della suite con Jeff Ballard, abbiamo avuto Bob Mintzer come ospite con la Perugia Big Band: due esperienze ravvicinate ma diverse, entrambe estremamente stimolanti e significative.
Al di là della loro indiscutibile professionalità, ciò che mi ha colpito di più è stata la loro capacità di mettere chiunque a proprio agio: anche in contesti di alto livello riescono a creare un clima umano e musicale molto naturale. Allo stesso tempo, mi ha impressionato la semplicità e la chiarezza con cui riescono a esprimere la loro visione musicale, senza mai creare distanze o barriere. Un altro momento molto significativo è stato poterli ascoltare a cena, attraverso i loro racconti e gli aneddoti di vita: esperienze che arricchiscono quasi quanto suonarci insieme. In quelle occasioni emergeva in modo ancora più diretto come, per loro, la musica non sia soltanto un’arte o un mestiere, ma una vera e propria missione, una ragione di vita. Infine, mi ha colpito molto anche la loro grande apertura e il loro rispetto nei confronti del jazz europeo. Spesso noi giovani cresciamo con l’idea del jazz americano come punto di riferimento assoluto e insuperabile. Invece, osservando la prospettiva di musicisti come loro, si scopre quanto il jazz europeo sia stimato e riconosciuto, anche per il suo legame con una tradizione culturale ampia, che include la musica colta europea e l’influenza delle diverse musiche popolari del nostro continente.

Quanto è importante per te il confronto con musicisti di generazioni e stili diversi?Credo che uno dei grandi poteri della musica sia proprio quello di unire con naturalezza culture e generazioni anche molto distanti tra loro. Mi ritengo fortunato ad aver suonato fin da quando avevo 14 anni con musicisti sempre più grandi di me, “quelli che hanno imparato a suonare sopra i dischi”, dico io! In questo percorso ho sempre sentito che c’è qualcosa da imparare da chi ha un’esperienza più lunga della nostra, cercando di assorbirne sempre il meglio. Il confronto con musicisti di generazioni diverse è quindi, per me, fondamentale. Allo stesso modo, anche il confronto con stili musicali differenti rappresenta oggi quasi un “obbligo” per il musicista contemporaneo, soprattutto nel jazz, che per sua natura si nutre di contaminazione ed è cresciuto proprio grazie a questo dialogo continuo tra linguaggi, anche oggi più che mai. Conoscere e approfondire altri stili musicali, ampliando il proprio bagaglio culturale, è una vera e propria linfa vitale per poter immaginare nuovi orizzonti musicali. Lo dico anche da docente, seppur da pochi anni: credo sia imprescindibile dedicare una parte del proprio percorso allo studio della grande musica del passato. Ma allo stesso tempo è fondamentale non fermarsi lì, cercando di prendere il meglio da quella tradizione, farla propria il più possibile e guardare avanti.  In questo senso, credo che dovremmo imparare molto dai grandi della storia del jazz non solo attraverso le trascrizioni, ma anche attraverso il loro atteggiamento creativo, la loro voglia di sperimentare e di trovare una voce personale. Come diceva Clark Terry: «Imitate – Emulate – Create».

L’esperienza nelle big band ha influenzato il tuo modo di suonare e scrivere musica? In che modo?
Ho iniziato a suonare in varie varie big band molto presto. L’esperienza orchestrale ti insegna innanzitutto la disciplina, il rispetto reciproco e il senso dello stare insieme, ma anche aspetti molto concreti della vita musicale: ascoltare gli altri della sezione e suonare in modo intonato, seguire il gesto di un direttore, arrivare puntuali alle prove e rispettare il lavoro di tutti, invece di far aspettare altre venti persone. Proprio perché considero questo un aspetto fondamentale della crescita di un giovane musicista, insieme alla Perugia Big Band abbiamo creato ormai quattro anni fa la PBB LAB, una sorta di laboratorio orchestrale dedicato ai giovani e agli appassionati del territorio, che ho il grande piacere di dirigere. L’obiettivo è dare la possibilità a questi ragazzi di confrontarsi con le grandi partiture della tradizione orchestrale, spaziando da Count Basie e Duke Ellington fino ad arrivare ad autori più moderni come Bob Brookmeyer e Maria Schneider. È una cosa che continuo a portare avanti molto volentieri, oltre alle mie formazioni. Suonare molto in contesti di questo tipo, affrontare e studiare autori differenti mi ha insegnato anche che la chiave per scrivere una buona composizione è modellarla sui musicisti che si hanno davanti. Per me sapere per chi sto scrivendo è fondamentale: non conta solo il livello dell’ensemble, ma soprattutto il cercare di valorizzarlo al massimo, cucendo la musica come un abito su misura per chi la suonerà.

Dal 2019 fai parte del team artistico di Popsophia: che tipo di esperienza è stata?
Lavorare come musicista e arrangiatore con la Band Factory per un festival come Popsophia è sempre stato per me un grande stimolo. In questi anni ho avuto modo di affrontare generi tra i più disparati: dal rock progressivo al pop americano, dal cantautorato italiano alla soul music fino alla musica da film. Per citare solo alcuni degli autori e delle figure trattate nel tempo: Bruce Springsteen, Lucio Dalla, David Bowie, Nino Rota, Amy Winehouse, Franco Battiato, John Williams… e quest’anno è prevista anche una serata dedicata al centenario di John Coltrane e Miles Davis. È un percorso che inevitabilmente ti porta ad assumere quasi un atteggiamento “camaleontico” nei confronti della musica.
Molto interessante è stato anche poter collaborare negli anni con figure come Carlo Massarini, Simone Regazzoni, Leo Turrini, Philippe Daverio e Massimo Donà, che nelle varie serate hanno affrontato questi autori e questi linguaggi da un punto di vista filosofico e culturale. Questo ha permesso di osservare la musica da prospettive diverse, andando oltre l’aspetto puramente sonoro e aprendo riflessioni più ampie sul suo significato e sul suo ruolo culturale. Per me è stato un confronto molto prezioso, che nel tempo ha cambiato profondamente il mio modo di guardare e pensare la musica.

Riccardo Catria

In che modo queste esperienze interdisciplinari hanno influenzato la tua creatività?
Sicuramente lavorare spesso con formazioni molto diverse e affrontare autori sempre differenti anche al di fuori del jazz mi ha portato, quasi per “osmosi”, a far confluire tutte queste contaminazioni nella mia musica. Spaziare da un mondo all’altro mi ha inoltre portato ad avere sempre più curiosità e desiderio di scoprire, in un processo che si alimenta continuamente. A volte questo può risultare anche frustrante, perché più cose scopri e più ti rendi conto di quante altre ancora non conosci… Non ho certo la presunzione di pensare di poter rivoluzionare la musica o di portare qualcosa di nuovo. Il mio intento è piuttosto quello di lasciare fluire la mia più sincera chiave di lettura della musica, figlia di tutto ciò che ho “divorato” e vissuto nel tempo. Da quando suono, la musica nel mio piccolo mi ha sempre dato tanto; per questo mi chiedo spesso: più che cosa possa prendere da lei, cosa posso darle in cambio?

Come nasce una tua composizione: da un’idea musicale, da un’immagine o da un’emozione?
È un processo sempre diverso. Come avrai già intuito, trovo affascinante il potere della musica di raccontare senza dover “raccontarsi”. D’altronde, se è vero che la musica è l’arte del suono, credo che sia proprio dal suono che la musica prenda vita. Spesso l’ispirazione arriva nei momenti più inaspettati: mentre sono in macchina, di ritorno da un concerto, oppure anche durante una conversazione con qualcuno, specialmente se la conversazione è poco interessante (ride, N.d.R.). In un certo senso, la mente continua a lavorare anche quando sembra distratta. In particolare, l’incipit da cui parto molto spesso non è il tema melodico in sé, ma piuttosto la “cornice” che sta attorno: un’idea di atmosfera, di armonia, di spazio sonoro. È come se la composizione nascesse prima come ambiente o immagine sonora, e solo successivamente prendesse forma il materiale tematico vero e proprio. La “pagina bianca” spaventa tutti, anche i compositori più affermati. In questo senso posso essere un po’ cinico: l’ispirazione può essere importante per iniziare con il piede giusto, ma poi subentra la tecnica. Ennio Morricone diceva: «l’ispirazione non esiste, o meglio, esiste solo per l’1%. Il resto è “traspirazione”, cioè sudore, studio e fatica».

Quali sono le tue principali influenze musicali, dentro e fuori dal jazz?
Fin da piccolo la musica è sempre stata presente in casa, grazie a mio padre che ha sempre suonato per passione. Ricordo le cassette e i vinili con cui giocavo e provavo a suonare: dai Deep Purple ai Chicago, passando per Blood Sweat & Tears e Stevie Wonder, fino al cantautorato di Lucio Dalla e Luigi Tenco. L’unico vero disco di jazz che avevo era una raccolta di brani di Louis Armstrong: l’ho letteralmente consumata d piccolo provando a sopra ad orecchio. Riascoltandolo oggi, colgo ancora di più la sua grandezza: innovazione, personalità e una freschezza di idee davvero unica. È stato veramente il più grande di tutti! Crescendo poi sono arrivati altri amori: sarò un po’ scontato, ma non posso non citare Miles Davis, Chet Baker e Clifford Brown. Tra i più contemporanei, Keith Jarrett è stato fondamentale per ridimensionare il concetto che avevo fino ad allora di improvvisazione, aprendomi a una visione molto più libera e profonda. Accanto a lui, Kenny Wheeler, che considero una delle influenze più importanti soprattutto dal punto di vista compositivo: una musica malinconica, fragile, ma profondamente sincera e spontanea. Come molti della mia generazione, ho attraversato anche una fase molto intensa legata alla musica elettronica: ho frequentato club, fatto il DJ e collezionato migliaia di vinili. In particolare ho sempre amatola house di Larry Levan, Louie Vega e Frankie Knuckles, forse perché intrisa di soul e jazz…. Ancora oggi ascolto elettronica, dalla techno berlinese di Henrik Schwarz fino alle sperimentazioni più contemporanee di Rob Mazurek.
Parallelamente, la formazione classica non mi ha mai abbandonato: se dovessi citarne alcuni in particolare, Claude Debussy e Maurice Ravel hanno influenzato profondamente il mio modo di scrivere, affascinandomi per il loro uso magico dell’armonia e dell’orchestrazione; mentre compositori del secondo Novecento come György Ligeti — in particolare con Atmosphères — sono stati determinanti per ampliare la mia visione musicale. Un altro grande amore è sicuramente Ludwig van Beethoven: la sua capacità di sviluppare un materiale estremamente semplice fino a costruire opere colossali è per me un’idea imprescindibile. Lavorare su un materiale essenziale, dove il vero interesse sta nello sviluppo, è qualcosa che guida profondamente il mio modo di vedere e fare musica.
Nell’ultimo periodo, però, mi sto lasciando guidare anche da ascolti meno esplorati fino ad ora: dalla musica tradizionale indiana alla musica antica della nostra tradizione occidentale, come per esempio il canto gregoriano. In questi suoni ritrovo qualcosa di sorprendente, come se appartenessero a un vissuto già mio, una memoria lontana che riaffiora. È una sensazione difficile da spiegare a parole, ma in quelle musiche sento una familiarità profonda, come se in qualche modo le conoscessi già. Curiosamente, ascolto raramente trombettisti: preferisco lasciarmi ispirare da altri strumenti, per poi riportare quel linguaggio nel mio.

Come vedi l’evoluzione del jazz italiano contemporaneo?
Come già accennato, credo che l’evoluzione del jazz italiano contemporaneo passi soprattutto dal ritrovare sempre di più le proprie radici, insediate nella nostra storia e nella nostra cultura. Allo stesso tempo, è fondamentale cercare di slegarsi dal concetto rigido di stile e genere, e vedere questa musica come un flusso in continua trasformazione, pronto a lasciarsi contaminare da nuove tradizioni e influenze. In fondo, il jazz nasce proprio da questo. Per me, si tratta prima di tutto di raccontare la propria storia in maniera sincera (che piaccia o meno) attraverso la musica. E forse ciò che muove tutto questo e ne alimenta l’evoluzione è proprio la curiosità: la curiosità di conoscere, di esplorare, di confrontarsi con la musica e con la storia del mondo.
Ricollegandomi alla domanda precedente, credo sia importante soffermarsi anche su come certe musiche entrino davvero in profondità nel nostro linguaggio. Nella mia esperienza personale, quando ero più piccolo non potevo certo permettermi cento dischi al mese, ma al massimo uno o due: questo faceva sì che quei dischi venissero ascoltati e riascoltati in modo quasi ossessivo, fino a conoscerli a memoria. Li potevi trascrivere mentalmente, sapevi tutto, dai nomi dei musicisti alle note di copertina.
Oggi, con l’avvento delle piattaforme digitali, tutto è diverso. Anche a me capita di ascoltare tantissima musica diversa ogni giorno, forse anche troppa. Ma la domanda resta: cosa rimane davvero? Qual è la musica che si sedimenta, che entra davvero nel nostro modo di suonare e di pensare?

Quali sfide affronta oggi un giovane musicista in Italia?
Le sfide che oggi affronta un giovane musicista in Italia sono molte e complesse. Già solo l’idea di poter vivere della propria arte richiede coraggio, anche se il fatto che sempre più giovani si avvicinino a questo mondo lascia sperare in un futuro migliore per la musica. Un aspetto positivo è che molti festival, sia di rilievo nazionale che internazionale, stanno offrendo sempre più spazio alle proposte dei giovani artisti e ai nuovi emergenti, permettendo loro di esprimere liberamente la propria musica.
Una realtà meno positiva è che, purtroppo, sempre meno ragazzi delle nuove generazioni vanno ad assistere ai concerti dal vivo. Una delle principali sfide che sento personalmente è proprio quella di riuscire a coinvolgere maggiormente un pubblico della mia età nelle esperienze di musica live. Credo sia fondamentale ricordare ai ragazzi, e soprattutto a chi aspira a diventare musicista, quanto sia importante vivere i concerti in presenza: osservare da vicino come un artista si relaziona con il pubblico, come si muove sul palco e, soprattutto, percepire direttamente l’energia che riesce a trasmettere. In questo senso, la tecnologia è stata un’arma a doppio taglio: da un lato permette di vedere un concerto in streaming comodamente dal divano di casa propria, dall’altro rischia di allontanare le persone dall’esperienza autentica e insostituibile della musica dal vivo. La differenza tra vedere un concerto e viverlo!

 Cosa è scritto nell’agenda di Riccardo Catria?
Per quest’estate porterò in giro il nuovo progetto Cantastorie con Daniele, insieme a diversi concerti in programma con un nuovo trio nato l’anno scorso, composto da Gabriele Pesaresi al contrabbasso e Mauro De Federicis alla chitarra. Con questo progetto andiamo a esplorare la figura del grande Chet Baker, un musicista che, riallacciandomi alla domanda precedente, più di molti altri è riuscito a far appassionare intere generazioni al mondo del jazz. E il fatto che io oggi sia qui a parlarne ne è, in un certo senso, la dimostrazione. Abbiamo inoltre in programma diversi concerti con la Perugia Big Band, tra i quali ci tengo a invitarvi il 10 agosto al Cambio Festival di Assisi, dove presenteremo in prima assoluta dal vivo «Orchestral Suite N.1».
Ci tengo poi ad anticipare che in questo periodo sta nascendo anche un mio nuovo quartetto con musicisti veramente fantastici, e sono onorato che abbiano deciso di prenderne parte. Con loro andremo in studio, probabilmente nell’autunno prossimo, ma per ora preferisco non svelare nulla…Sarà un’estate molto movimentata e piena di musica, speriamo non troppo calda! Infine, oltre ai numerosi progetti da side-man che continuo con piacere a portare avanti, è inoltre prevista la registrazione di un disco con una formazione quasi interamente marchigiana, a cui parteciperò con grande piacere. Si tratta di un progetto speciale, dedicato alla memoria del grande musicista e amico Giacomo Uncini, che ci ha lasciati decisamente troppo presto, proprio un anno fa. Per me sarà un onore poter contribuire a un lavoro così significativo.
Alceste Ayroldi

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