Intervista ai Meraz

I Meraz sono un quartetto italiano di jazz contemporaneo nato a Firenze. Attraverso composizioni originali e un linguaggio ricco di metriche irregolari e sperimentazione timbrica, la band si distingue tra le realtà più interessanti della nuova scena jazz italiana. Il 13 settembre saranno ospiti del Firenze Jazz Festival.

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Qual è stata la scintilla che ha dato origine al progetto e cosa vi ha convinti che questa fosse la direzione giusta?
Pensiamo che di sicuro la prima scintilla l’ha data Mattia Hagge (tastiere), visto che ha composto lui tutte le prime versioni dei brani; ma poi arrivando alla formazione di adesso dove tutte le personalità musicali della band si sposano molto bene tra di loro, abbiamo notato un’estetica che ci piace, che funziona e che ci spinge a continuare a suonare insieme questa musica.

«Perspective» è un titolo che suggerisce un punto di vista, ma anche un invito a cambiare prospettiva. Qual è l’idea che ha guidato la scelta di questo titolo?
Deriva più che altro da delle tecniche di arrangiamento che riguardano di solito la batteria, delle illusioni ritmiche che cambiando solo la parte di batteria fanno sembrare all’ascoltatore che anche tutto il resto della band cambia in qualche modo anche se non è così, regalandogli un punto di vista diverso sull’idea musicale che si stava ascoltando fino a quel momento. Questo succede spesso anche armonicamente e notiamo che è uno strumento che ci piace molto usare quando arrangiamo, rielaborazione tematica in pratica. Poi ovviamente c’è anche tutto un aspetto filosofico dietro l’importanza del cambiare prospettiva, ci si potrebbe fare anche un collegamento molto diretto con la situazione del music business o dell’arte in generale al giorno d’oggi, ma preferiamo lasciar parlare la musica.

Le composizioni di «Perspective» erano nate inizialmente come musiche per immagini. In che modo quell’origine cinematografica è rimasta nelle versioni definitive dei brani?
Esatto! Mattia aveva cominciato a comporre con in testa l’idea di colonne sonore. Con la band gli arrangiamenti sono cambiati e anche l’estetica dei brani ovviamente, ma audio e video non sono altro che strumenti diversi per fare la stessa cosa, cioè raccontare storie; quindi quando scriviamo insieme la narrativa musicale che può dare un immaginario sonoro (soprattutto quando strumentale) cerchiamo sempre di metterla al primo posto.

Foto fornite dall’ufficio stampa del Firenze Jazz Festival

Dal 2018 a oggi il progetto è cambiato molto. Quali sono stati i passaggi che hanno definito davvero l’identità dei Meraz?
Di sicuro il succedersi di vari componenti della band, ma adesso pensiamo di aver trovato un eccellente equilibrio tra i due aspetti principali della nostra musica: il jazz e il metal/progressive rock. Tutti i membri hanno percentuali diverse di queste influenze nel loro modo di suonare ma siamo sempre tutti aperti alle idee di tutti e comunque. So che può sembrare cliché, sempre in vista di fare musica sincera per noi e bella per il pubblico.

Siete un quartetto in cui ogni musicista ha una personalità molto riconoscibile. Come riuscite a mantenere un equilibrio tra scrittura e libertà improvvisativa?
Molto vero, e ti ringraziamo per la domanda. E’ tutto nell’obbiettivo primario di servire la musica, poi le nostre influenze sono lì per forza di cose, e chiaramente le facciamo venire fuori nei momenti improvvisativi che ci sembrano più appropriati, ma solo per il fatto che siamo una band, e che ci siamo scelti a vicenda, sottolinea che lavoriamo insieme e che le nostre personalità sono regalate alla nostra musica e non il contrario. Per quanto riguarda la composizione e gli arrangiamenti si tratta dello stesso identico discorso: improvvisare non è altro che comporre sul momento.

Il vostro linguaggio mette insieme jazz contemporaneo, progressive rock, sintetizzatori e metriche irregolari. Come fate a evitare che questa ricchezza di elementi diventi un semplice esercizio di stile?
Per prima cosa perché ci piace suonare e ascoltare la musica che stiamo suonando, e di esercizi di stile ne abbiamo studiati tutti abbastanza per aver voglia di scrivere solo in quel modo. E poi perché questi elementi ritmici e armonici complessi sono solo forme di linguaggio un po’ più alto a livello teorico, ma a livello emotivo hanno la stessa forza di un giro di do se si usano nel modo giusto.

Nel vostro processo creativo nasce prima l’idea ritmica, quella armonica o quella narrativa?
Quello che succede sempre è che Mattia porta un’idea di un brano già abbastanza strutturato a livello di forma e varie parti, e una volta che siamo tutti insieme in sala lo coloriamo con le nostre personalità, a volte riscrivendo alcune parti, a volte rinforzando le idee originali della prima bozza. Ognuno ha la totale libertà di proporre o di bocciare qualunque cosa e pensiamo questo sia la nostra forza nello scrivere, vince sempre l’idea migliore per tutti.

Foto fornite dall’ufficio stampa del Firenze Jazz Festival

Qual è il contributo specifico che ciascuno di voi porta all’interno del suono dei Meraz?
Parlando in senso generale questo si può dedurre abbastanza dal modo di suonare di ogni componente della band. Di solito la parte melodica e più «tradizionalmente jazzistica» la ricopre Matteo al sax e Mattia con gli accompagnamenti e riff di piano, e la parte ritmica è direttamente lasciata gestire a Luca e Tancredi. Ripetiamo che, ovviamente, ognuno di noi propone delle idee in fase di scrittura basate spesso sul proprio background personale, ma è anche spesso successo che Matteo suggerisse un pattern ritmico o che Luca mettesse le mani sui temi melodici. La situazione è molto democratica e musicalmente meritocratica. Aggiungeremmo che anche un altro elemento è fondamentale all’interno della band e cioè che tra di noi non ci prendiamo per niente sul serio, c’è un altissimo livello di ironia, prese in giro, relax e -scusaci il termine- cazzeggio generale, e questo sta alla base di quello che vuol dire davvero suonare nei Meraz, forti amicizie che creano qualcosa insieme che in questo caso è una band di jazz moderno. Questo lo può subito notare chiunque venga a vederci dal vivo, siamo sempre a farci scherzi musicali sul palco, prendere rischi e giocare di squadra. L’unica cosa che prendiamo sul serio è infine la musica, e lì non si scherza.

La rilettura di Ocean Eyes di Billie Eilish è una scelta sorprendente. Cosa vi ha convinti che quel brano potesse essere reinterpretato attraverso il vostro linguaggio?
Le uniche due vere tradizioni del jazz sono quella di cambiare e quella di rivisitare la musica pop del momento. I primi standard erano brani presi dai musical dell’epoca e rifatti più veloci e con una palette armonica più complessa. Ocean Eyes è una bellissima canzone e quindi è successo tutto molto naturalmente. E poi onestamente speravamo che Billie ci ripubblicasse (ridono, N.d.R.), anche questo fa parte del lavoro di una band al giorno d’oggi.

Quali compositori o artisti sentite oggi più vicini alla vostra sensibilità, anche al di fuori del jazz?
Non potremmo non citare i cari Tigran Hamasyan, Avishai Cohen, Hiromi, Porcupine Tree, Meshuggah, Now vs Now, Donny McCaslin, ecc. Ma abbiamo tutti molti amori musicali che risiedono completamente fuori dalla scena jazz. Siamo tutti fan del pop italiano, la band preferita di Tancredi sono i The 1975 e Luca ha recentemente cominciato a cantare pezzi di Gianluca Grignani in varie jam session a Firenze, la lista sarebbe infinita, ma ci basta un artista musicalmente sincero per farci appassionare al suo catalogo.

Cosa deve aspettarsi il 13 settembre il pubblico del Firenze Jazz Festival?
Il 13 settembre saremo in apertura ai C’mon Tigre e quindi avremo a disposizione un set più ridotto. L’idea è quella di portare tutte le nuove composizioni che abbiamo scritto nell’ultimo anno e che non sono ancora state registrate (cosa che faremo al più presto). Pensiamo che questi nuovi brani sono ancora più maturi rispetto al nostro primo album, abbiamo preso più rischi a livello di struttura delle canzoni con un senso quasi più di stream of consciousness che del tipico tema-solo-tema o Strofa-Ritornello, e questo ha aiutato molto la narrativa musicale. Tra l’altro abbiamo notato un diminuire delle parti solistiche, in questi primi nuovi brani ci siamo ritrovati a comporre più delle canzoni (per quanto musicalmente colte possano essere) che dei panorami scritti pensando allo scopo di improvvisarci sopra.

Foto fornite dall’ufficio stampa del Firenze Jazz Festival

Le metriche dispari sono spesso considerate “difficili” per l’ascoltatore. Per voi rappresentano una sfida tecnica o semplicemente un modo naturale di raccontare la musica?
Fanno parte del nostro vocabolario, lo si può pensare ormai come un dialetto in qualche modo, come lo è d’altronde ogni genere musicale. Poi c’è da dire che sono concetti ‘difficili’ per noi occidentali, ci sono innumerevoli culture nel modo che hanno metriche dispari all’interno delle canzoni più folkloristiche e tradizionali come l’India, l’Armenia, la Turchia, la Bulgaria, ecc. È stata una sfida tecnica solo negli anni di studio, ma una sfida che non vedevamo l’ora di affrontare.

Quanto è importante il silenzio nelle vostre composizioni?
Fondamentale. Se si ascoltano i Meraz, soprattutto live dove l’impatto sonoro è più fisico ed immediato, si nota subito quanto ci piaccia usare il silenzio come strumento compositivo. Che si tratti di un crescendo che parte dal niente, o la repentina assenza di suono dopo una parte intensa ad alto volume, pensiamo e trattiamo quei momenti come parte integrante del materiale musicale. Una pausa non è niente, è silenzio e il silenzio si nota, eccome.

Foto fornite dall’ufficio stampa del Firenze Jazz Festival

Quali sono le maggiori difficoltà che incontra oggi una band di jazz sperimentale nel costruire un proprio pubblico?
Per quanto i social siano stati potenzialmente utili ad emergere per alcuni pochi eletti, noi continuiamo a notare la totale inflazione generale e lo spostamento dei valori da quegli artistici a quelli di vendita per quanto riguarda costruire un pubblico. Per fortuna notiamo che le persone che si ritrovano a un nostro concerto si trasformano subito in fan molto fedeli, ma per quanto riguarda il costruire un forte pubblico online siamo in una situazione abbastanza tosta. Poi ci sono sempre meno etichette disposte a prendere rischi, o mecenati che sposano la causa di un progetto artistico, quindi potremmo dire che le maggiori difficoltà che incontriamo sono le stesse che la cultura in generale incontra: mancanza di tempo, di attenzione, di fondi e di contesto.

Guardando al futuro, quale territorio musicale vi incuriosisce di più e che ancora non avete avuto il coraggio di esplorare?
Chissà magari ci esce fuori un pezzo trap in quintine… No, seriamente non lo sappiamo. Il prossimo territorio che ci appassiona probabilmente, non è una questione di coraggio, ma solo di opportunità.
Alceste Ayroldi

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