Con «Bright Spirit», pubblicato nel 2026, i Gong confermano la sorprendente vitalità di un progetto artistico che, a oltre mezzo secolo dalla sua nascita, continua a reinventarsi senza tradire la propria identità.
Fondati a Parigi alla fine degli anni Sessanta dall’immaginazione visionaria di Daevid Allen, già figura di spicco dell’avanguardia psichedelica della scena di Canterbury legata ai Soft Machine, i Gong si sono imposti come una delle realtà più eccentriche e sperimentali della scena europea. Fin dagli esordi, il gruppo ha sviluppato un linguaggio in bilico tra rock progressivo, jazz e suggestioni cosmiche, raggiungendo l’apice creativo negli anni Settanta con opere che intrecciavano musica e narrazione fantastica in un universo immaginifico e riconoscibile. La storia della band è però segnata da una continua evoluzione: cambi di formazione, scioglimenti e rinascite hanno trasformato i Gong in una sorta di collettivo aperto, più che in una formazione stabile. Dopo la scomparsa di Allen nel 2015, il progetto è stato portato avanti da una nuova generazione di musicisti, decisi a preservarne lo spirito innovativo piuttosto che replicarne le formule del passato. È proprio in questa prospettiva che si colloca «Bright Spirit», un album che guarda avanti senza recidere il legame con le radici. Il disco si muove su coordinate sonore raffinate e contemporanee: alle matrici psichedeliche storiche si affiancano elementi ambient, trame elettroniche e aperture jazzistiche, dando vita a composizioni fluide, meno legate alla forma canzone e più orientate alla costruzione di atmosfere. L’impianto sonoro privilegia un andamento disteso, quasi ipnotico, in cui le dinamiche si sviluppano per stratificazioni progressive piuttosto che per contrasti netti. Ne emerge un lavoro coerente e immersivo, pensato più per l’ascolto integrale che per la fruizione frammentaria. Sul piano tematico, «Bright Spirit» insiste su motivi cari alla tradizione dei Gong — la spiritualità, la connessione cosmica, la ricerca interiore — ma li declina in chiave più sobria e meno narrativa rispetto al passato. Scompaiono le elaborate mitologie degli anni Settanta, sostituite da un approccio più diretto e contemplativo.
L’attuale frontman della band è Kavus Torabi, il cinquantacinquenne chitarrista, cantante e compositore, che ha già militato anche con i Cardiacs e i Knifeworld. Con lui troviamo: Fabio Golfetti (chitarra e voce), Dave Sturt (basso, voce), Cheb Nettles (batteria, voce), Ian East (fiati)
Vorrei iniziare parlando dell’ultimo album, «Bright Spirit». Qual è stato il punto di partenza concettuale?
Sentivamo di stare completando una trilogia di album iniziata con «The Universe Also Collapses» nel 2018; da lì sembrava esserci un percorso tematico.
Il titolo suggerisce ottimismo e illuminazione: è stata una risposta deliberata ai tempi attuali o un’evoluzione interna della band?
Penso che una delle responsabilità di far parte dei Gong sia quella di portare ottimismo, luce e trasformazione. Spero che questo sia sempre stato presente nel nostro lavoro.
In che modo questo album riflette dove si trovano oggi i Gong come band?
In ogni momento, la musica e i temi riflettono dove siamo, come band e come cinque individui nei nostri percorsi personali. La storia dei Gong era già strana, ma il nostro capitolo, il nostro decennio, è stato così inaspettato, almeno per noi, eppure eccoci qui!

In che modo «Bright Spirit» si collega o si discosta da album come Radio Gnome Invisible Trilogy o da lavori successivi come Unending Ascending?
Penso che sia collegato in quanto trilogia di album, ma non stavamo necessariamente cercando di ricreare qualcosa del passato dei Gong. Abbiamo pensato a questo disco come al completamento di un ciclo e ci siamo avvicinati alla sua creazione con questo in mente.
Ci sono stati strumenti o tecnologie particolari che hanno avuto un ruolo chiave nel plasmare il suono dell’album?
Sì, questa volta ho suonato un po’ di synth, che è diventato centrale in The Wonderment. È diventato uno dei miei brani preferiti, lo suoniamo dal vivo e ha un’energia meravigliosa.
Cosa rappresenta «Bright Spirit» dal punto di vista filosofico nel contesto della lunga storia dei Gong?
Penso che il nostro percorso sotto il nome di Gong sia stato unico; siamo una band messa insieme da Daevid Allen che ci ha chiesto di portare il gruppo in un posto che lui non avrebbe mai potuto immaginare dopo la sua morte, ed eccoci qui. Sento che questa trilogia riveli davvero il percorso della band, il nostro approfondimento e la nostra raffinatezza del suono. Con Daevid che ci ha lasciato il nome della band, abbiamo una responsabilità verso ciò che quel nome rappresenta. Stiamo, in effetti, creando arte nell’universo di qualcun altro.

Come si evolvono i brani dell’ultimo album quando vengono eseguiti dal vivo?
Abbiamo appena iniziato a suonarli, ciò che tende ad accadere è che cambiano in piccoli dettagli, forse diventano più snelli, forse si scoprono nuovi significati e atteggiamenti in una particolare sezione dopo averlo suonato molte volte. Al momento, suonare queste canzoni dal vivo è la mia parte preferita del set, quindi sono curioso di vedere dove andranno a finire.
I Gong sono sempre stati associati a un’identità sonora unica: come la definiresti oggi?
Non so bene come definirla. Penso che ci sia un approccio e un atteggiamento che sembrano unici dei Gong.
Che ruolo gioca la sperimentazione nel mantenere l’identità dei Gong?
Deve giocare un ruolo importante, che penso che sia fondamentale.
La musica dei Gong ha spesso sfumature spirituali o filosofiche: quanto è intenzionale?
Assolutamente intenzionale. Vogliamo che la musica e il messaggio siano trasformativi, che ogni concerto sembri un rituale di guarigione.
I Gong sono emersi dalla scena controculturale della fine degli anni Sessanta: come vedi risuonare quello spirito originale nella band oggi?
I Gong rimangono un collettivo autogestito e fai-da-te, i nostri principi differiscono molto poco dallo spirito originale, ma ovviamente dobbiamo navigare nell’era attuale.

La mitologia e la narrativa surreale introdotte da Daevid Allen sono diventate centrali nell’identità dei Gong: in che misura ti rapporti consapevolmente a quell’eredità nel materiale attuale?
Quella era la visione di Daevid, la sua storia. Mi sembra che sarebbe insincero e inautentico tentare di replicarla o portarla avanti. La mia responsabilità è quella di cercare di trasmettere un senso simile di meraviglia, mistero e curiosità basato sulle mie esperienze personali.
Nel corso dei decenni, i Gong hanno subito molteplici trasformazioni: consideri la band come un’entità continua o come una serie di rinascite creative?
È una bella domanda, la vedo come entrambe le cose!
Come si è evoluta la leadership all’interno della band, specialmente nel mantenere un’identità collettiva?
Tutti i membri della band contribuiscono in modo significativo, anche nella gestione quotidiana della band, con molte noiose questioni logistiche e burocratiche da affrontare solo per poter essere una band in tour, quindi, a seconda del ruolo richiesto, i diversi membri svolgono al meglio le varie mansioni. A questo proposito non abbiamo un vero e proprio leader, ma solo cinque individui che rispettano le capacità e i talenti degli altri.
Cosa significa il termine progressivo per i Gong nel panorama musicale contemporaneo?
Non è qualcosa a cui pensiamo mai davvero, abbiamo un’entusiasmante alchimia musicale e, credo, un atteggiamento molto avventuroso e aperto, quindi la musica che facciamo riflette questo. Come suona nel mondo esterno è un mistero per me.

Come immagini la prossima evoluzione del suono e dell’identità dei Gong?
Penso che ora che abbiamo completato questo ciclo, potrebbe essere bello adottare un approccio diverso. Qualunque cosa faremo, sono sicuro che si rivelerà a tempo debito!
Alceste Ayroldi
*Le foto sono di Sam Huddleston
