Avete scelto come tema “continenti sincopati e isole fuori rotta”. Non teme che parole come contaminazione, viaggio e interculturalità siano diventate formule quasi obbligatorie nel racconto dei festival culturali?
Il rischio c’è, e lo sento ogni volta che scrivo un testo di presentazione. Quelle parole si sono svuotate di senso a forza di essere usate. Però il problema non è il vocabolario, è la coerenza tra quello che si dice e quello che si fa davvero sul palco. Noi abbiamo Israel Varela che porta una prima assoluta costruita attorno a Frida Kahlo, con Rita Marcotulli al pianoforte, una danzatrice di flamenco dalla Spagna e voce e contrabbasso dalla Grecia. Paolo Fresu e Daniele Di Bonaventura che dialogano con il Mediterraneo e l’Atlantico attraverso tromba e bandoneon. Danilo Rea che reinterpreta Sakamoto insieme alle texture elettroniche di Martux_m, pioniere italiano in quel campo. Girotto e Bosso che da vent’anni portano avanti un dialogo tra Europa e America Latina che non invecchia, e che quest’anno torna con un nuovo capitolo. E poi A Birchola, un trio che canta il Brasile in francese, con la voce di Agathe Francopoulo, la chitarra di Francesco Cosentini e le percussioni di Nils Wekstein: tre persone, tre storie, una lingua musicale sola. Non sono nomi accostati per coprire quote geografiche: c’è una domanda artistica dietro ogni scelta, e quella domanda passa sempre attraverso l’idea che la musica si nutre di ciò che incontra. Se quella domanda c’è, le parole reggono. Se non c’è, nessuna parola le salva.
Nelle ultime edizioni il festival ha raccontato migrazioni, radici e ritorni. Quale filo rosso collega il tema del 2025, Semi di Jazz, a quello del 2026?
I semi piantati l’anno scorso chiedevano terreno. Quest’anno proviamo a capire quale terreno, e dove si trova. Terre di jazz non è una metafora decorativa: è una domanda geografica e culturale insieme. L’anno scorso guardavamo verso il basso, alle radici. Quest’anno guardiamo in orizzontale, verso i confini. Chi siamo dipende anche da dove siamo, e da quali rotte abbiamo percorso o non percorso.
C’è poi qualcosa di molto concreto nel modo in cui lavoriamo: il luogo in cui si suona non è mai neutro per noi. Spesso è il luogo che suggerisce l’artista e le modalità di fruizione, di “attraversamento”, e non il contrario. La scelta del Paraboloide come main stage dopo il suo restauro ha orientato il tipo di concerto che volevamo lì. La chiesa di Sant’Antonio ha orientato Emanuele Colosetti all’organo. Il Bosco Eremo di Moncucco ha chiamato Choropo, non poteva essere altrimenti. Il luogo non è lo sfondo del concerto: è parte della composizione.
Il Monferrato è un territorio che ha già questa qualità, la capacità di fare da cassa di risonanza per chi lo attraversa. Noi proviamo a costruire programmi all’altezza di quello che il paesaggio già dice.
Lei definisce spesso il jazz una “lingua senza passaporto”. In che modo questa idea si traduce concretamente nelle scelte artistiche del cartellone?
Il jazz è il vero esperanto del mondo, me lo ripete spesso Gigi Andreone, che costruisce questo festival insieme a me da direttore di produzione. E come ogni lingua universale, non ha bisogno di passaporto per attraversare i confini. Sedersi con un’idea musicale e mettersi in ascolto del mondo per trovare chi potrà raccontare meglio, in questo momento, quello spazio a quel pubblico: è la parte più bella della direzione artistica.
A volte vengono fuori geografie coerenti, altre volte no. Quest’anno era fortissima. Penso a Gabriele Comeglio, che porta un omaggio a Cannonball Adderley con una profondità stilistica che pochi hanno in Italia. Penso a Lauryyn, che ha un suono suo già riconoscibile, tra R&B e jazz e qualcosa che non ha ancora un nome, e che ha chiuso il 2024 tra i finalisti delle Targhe Tenco come opera prima. Penso a Viden Spassov, che farà una residenza da noi prima del festival: un giovane contrabbassista bulgaro che lavora con Fabio Giachino e Mattia Barbieri, e che porterà qualcosa di inaspettato in quell’aula magna. Lúcia de Carvalho porta l’Africa attraverso Angola e Portogallo, con il progetto PWANGA allo stabilimento Buzzi Unicem di Trino: uno spazio industriale straordinario, patrimonio di una comunità, che entra in risonanza con quella musica in modo che in una sala da concerto non sarebbe possibile. Il jazz senza passaporto significa anche questo: scegliere in base a quello che senti, non a quello che è già riconosciuto.

Foto di Mattia Bodo
Il Monfrà Jazz Fest è diventato un caso interessante di integrazione tra musica, paesaggio UNESCO e comunità locali. Qual è la sfida più complessa nel mantenere in equilibrio questi tre elementi?
La sfida più difficile è non fare del paesaggio uno sfondo. Il Monferrato è bello, e la bellezza può diventare una trappola: si rischia di mettere un concerto davanti a una collina e chiamarlo programmazione. Noi cerchiamo invece che ci sia una conversazione vera tra il luogo e la musica. È per questo che spesso è il luogo a determinare l’artista e non il contrario.
Quando abbiamo pensato al concerto sensoriale di agosto a Montiglio Monferrato, avevamo in mente uno spazio intimo, silenzioso, raccolto. E da lì è venuta Lea Gasser, fisarmonicista svizzera, con i suoi paesaggi sonori tra neoclassico e jazz: quella qualità sospesa di “Madre Terra” che in un altro contesto avrebbe avuto un effetto completamente diverso. Oppure penso a Matteo Paggi al Belvedere San Luigi di Cantavenna: un trombone solo, un cielo, la luna. Il suo progetto “How Many Times I Saw the Moon” usa effetti e loop per espandere il suono oltre i limiti fisici dello strumento, e il buio estivo del Monferrato entra nella partitura come se fosse scritto lì da sempre. Quel concerto non esisterebbe in nessun altro posto.
Costruire un festival attraverso il territorio significa rendere la comunità locale protagonista, parte attiva del concerto tanto quanto il luogo e l’artista. Non un pubblico che assiste: persone che abitano l’evento insieme a noi. Ci vuole tempo per costruire questa fiducia, e non sempre si riesce.
Nel cartellone troviamo nomi importanti del jazz italiano. C’è un filo conduttore che lega le scelte artistiche?
Il filo conduttore non è il nome, è la domanda che ogni artista porta con sé. Fresu e Di Bonaventura attraversano il Mediterraneo e l’Atlantico con tromba e bandoneon: due strumenti, due sponde, un dialogo che non finisce mai di trovare cose nuove da dire. Danilo Rea è lì perché la sua lettura di Sakamoto con Martux_m tiene insieme memoria melodica e ricerca elettronica con una naturalezza che non si improvvisa. Comeglio porta Cannonball Adderley non come omaggio museale, ma come lingua ancora viva da parlare ad alta voce. Bosso e Girotto da vent’anni costruiscono un ponte tra Europa e America Latina che non invecchia: quest’anno torna con un nuovo capitolo, e continua a dire qualcosa di preciso. Saxofollia sono un caso a parte: quattro sassofoni che ridisegnano il suono d’insieme, con una coerenza stilistica travalicando i generi, che pochi ensemble raggiungono.
Poi ci sono gli altri, quelli che non hanno ancora tutti i riconoscimenti ma hanno già qualcosa di necessario. Lauryyn, Viden Spassov, Matteo Paggi, Ària 5et, Mattia Basilico. Non li ho scelti per bilanciare il cartellone: li ho scelti perché quello che fanno non assomiglia a niente di già fatto, e questo mi interessa almeno quanto la solidità di chi lavora da trent’anni. Se c’è un filo, è questo: ogni artista in programma ha una posizione propria rispetto alla musica che suona. Non interpreta un genere, lo interroga. Quando quella qualità c’è, l’esperienza del concerto cambia per chi ascolta, anche senza saperlo spiegare.

Il riconoscimento ministeriale triennale e il Premio Nuove Direzioni 2025 rappresentano due tappe importanti. C’è il rischio che il successo istituzionale renda più prudente la programmazione artistica?
È una domanda che mi faccio anch’io. La risposta onesta è: il rischio esiste sempre. Quando hai un riconoscimento devi rendicontarlo, e la rendicontazione può spingere verso scelte più sicure, più prevedibili. Noi proviamo a resistere in modo consapevole.
La prima assoluta di Israel Varela non è una scelta prudente: è un progetto che non esiste ancora nella sua forma definitiva, che vedrà la luce per la prima volta a Casale Monferrato il 23 giugno. Abbiamo una quota significativa di artiste donne in cartellone, non come equilibrio di genere contato a tavolino, ma perché Rita Marcotulli, Lauryyn, Lea Gasser, Lúcia de Carvalho e Alfonsina sono semplicemente le voci più interessanti per i contesti che avevamo in mente.
Il Premio Nuove Direzioni è arrivato con una motivazione precisa: innovazione nella programmazione, valorizzazione del territorio, sostenibilità, pari opportunità. Non è una formula generica, è una descrizione di quello che facciamo. Tradirla sarebbe il modo più rapido per non meritare più quel riconoscimento, e lo sappiamo. Lo leggo come una responsabilità, non come una garanzia. Il riconoscimento arriva perché hai fatto qualcosa. Smettere di farlo, fidandosi di quello che hai già ottenuto, è un errore che non vogliamo commettere.
Il Monfrà Jazz Fest è stato premiato anche per l’attenzione al jazz italiano. Come valuta oggi lo stato di salute della scena jazzistica nazionale?
È una scena viva e spesso eccellente, ma distribuita in modo molto diseguale. Ci sono musicisti italiani che lavorano ai massimi livelli europei e che in Italia faticano a trovare palchi adeguati. C’è una generazione under 35 di grandissima qualità che spesso deve andare fuori per farsi sentire. Lo vedo nel lavoro quotidiano di selezione: trovare artisti interessanti non è il problema.
Il nodo critico non è artistico, è strutturale. I festival fanno un lavoro enorme nel creare occasioni di ascolto e circuitazione, ma il sistema che dovrebbe sostenere questa scena in modo continuativo è fragile. Le sale chiudono, i club jazz sono pochi, la formazione del pubblico non viene considerata una priorità da quasi nessuna istituzione. Gli artisti reggono spesso grazie a una resistenza personale che non dovrebbe essere necessaria. Reti come i-Jazz stanno facendo un lavoro importante su questo: connettono operatori e festival che altrimenti lavorano in isolamento, aprono dialoghi diretti con il Ministero e con altre categorie del settore, commissionano ricerche e studi per capire come funziona davvero un ambito che diventa ogni anno più complesso. Creano le condizioni perché le buone pratiche circolino invece di restare patrimonio di chi le ha sviluppate. È un esempio di come quando si fa sistema cambia la qualità del lavoro di tutti. I festival possono fare qualcosa su questo, se scelgono davvero in base alla qualità artistica e non solo alla notorietà: osare con nuove produzioni, affidare commissioni, dare spazio a dare spazio al jazz italiano e a quello internazionale con la stessa curiosità. Non è semplice: c’è una pressione reale legata alle presenze, che i bandi misurano e pesano. E il pubblico, in generale, ha perso un po’ l’abitudine alla novità, alla disponibilità a lasciarsi sorprendere. Ma basta rompere il ghiaccio. Poi è il primo a ritrovare la fame del nuovo, e a pretendere che ogni edizione contenga una dose di stupore. Noi proviamo a non deluderlo.

Da anni il festival lavora su accessibilità e sostenibilità. Quali risultati concreti avete ottenuto e quali obiettivi vi siete dati per i prossimi anni?
Sull’accessibilità e la sostenibilità ho imparato una cosa nel tempo: se le pensi quando il programma è già chiuso, è troppo tardi. Le barriere si costruiscono nelle fasi di progettazione, non si correggono nell’ultima settimana prima del festival. Per questo entrano in ogni fase: dalla scelta dei luoghi alla comunicazione, dalla segnaletica all’esperienza musicale vera e propria. Un festival diffuso come il nostro ha diverse sfide. Lavoriamo su dimore storiche, castelli, vigne, boschi, zone protette, patrimoni UNESCO. Accanto a spazi di nuova costruzione o restauro come il Paraboloide, convivono luoghi che hanno secoli di storia e strutture che non sono mai state pensate per l’accessibilità. Non possiamo trasformarli, e sarebbe sbagliato fingere di farlo. Quello che possiamo fare è essere onesti: dare informazioni precise sulle barriere che esistono e che non siamo ancora riusciti a rimuovere, perché l’accessibilità di facciata è peggio di nessuna accessibilità. L’obiettivo è un festival accogliente per tutti, con la persona al centro. Non è un traguardo rapido né facile: è un percorso che abbiamo cominciato e che vogliamo aprire al territorio, non tenere dentro i confini del festival.
La sostenibilità per noi è ambientale e sociale insieme. Intervenire su paesaggi e biosphere UNESCO, su zone protette e aree naturali di pregio, comporta una responsabilità che non si esaurisce nella raccolta differenziata. Abbiamo avviato una collaborazione con il Parco del Po come partner scientifico e con Cosmo per la tutela ambientale. Negli ultimi anni abbiamo partecipato a percorsi formativi nazionali su entrambi i fronti e aderito all’Agenda della Disabilità. Non sono adesioni simboliche: cambiano il modo in cui progettiamo ogni edizione.
E dal punto di vista del rispetto dell’ambiente, del green, come va?
Fin dalla prima edizione abbiamo voluto il Parco del Po Piemontese come partner scientifico dell’evento, una collaborazione che orienta le scelte, edizione dopo edizione. Siamo dentro Jazz Takes The Green e adottiamo i criteri CAM per gli eventi sostenibili. Dal 2025 abbiamo scelto ÈNostra come fornitore di energia cooperativa per la nostra sede operativa. Raccolta differenziata, materiali stampati ridotti al minimo, produttori e prodotti a km zero dove si riesce. Non è ancora tutto quello che vorremmo fare, ma è un percorso reale. La cosa che mi importa di più è che queste scelte siano visibili: che chi viene al festival possa vederle e capirle, non solo leggerle in un comunicato. C’è poi una dimensione che mi sta molto a cuore, quella della citizen science. Ogni anno lavoriamo con il pubblico attraverso laboratori, passeggiate, attività didattiche legate al territorio e alle sue specie. Negli anni abbiamo esplorato orchidee spontanee, foreste condivise, rondoni, farfalle, pesci, abbracciando di volta in volta progetti anche a scala europea. È il modo in cui il festival restituisce qualcosa al paesaggio che lo ospita: non solo concerti, ma attenzione, conoscenza, cura.
Il rischio dei festival diffusi è che il paesaggio finisca per diventare più protagonista della musica. Vi siete mai chiesti se alcuni spettatori vengano per il Monferrato più che per i concerti?
Probabilmente sì, qualcuno viene per il Monferrato. E va bene così. La formula dei concerti cartolina nasce esattamente da questo equilibrio: il luogo e la musica non si contendono l’attenzione, si cercano. L’idea è quella di una festa dove la musica è il biglietto di invito per scoprire il territorio. Uscire dai luoghi istituzionali dello spettacolo aiuta ad avvicinare un pubblico molto diverso, attira turisti da fuori provincia e regione, apre il festival a persone che in una sala da concerto tradizionale non entrerebbero mai. Gli artisti che portiamo in quei contesti sono sempre di alto livello: la cornice cambia, la qualità no. Il paesaggio attrae, ma il programma fidelizza. Chi torna non torna per le colline: torna perché l’anno prima ha sentito qualcosa che non si aspettava. Quello è il vero indicatore.
Il confine tra turismo culturale ed esperienza musicale profonda non è una linea netta. Quello che conta è cosa succede mentre sei lì. Quando funziona, quando il luogo e la musica si parlano davvero, non riesci più a distinguerli. E non hai nessun motivo per farlo.
In un periodo di risorse pubbliche sempre più limitate, un festival come il vostro potrebbe davvero sopravvivere senza contributi istituzionali?
No, non potrebbe. E penso che sia importante dirlo con chiarezza invece di fingere il contrario. I festival di qualità, radicati nel territorio, con una programmazione internazionale e un’attenzione seria all’accessibilità e alla sostenibilità, costano. Il mercato da solo non li regge, soprattutto in territori come il nostro. I contributi pubblici non sono un sussidio: sono il riconoscimento che certa cultura ha un valore che non si misura solo con i biglietti venduti. Detto questo, noi lavoriamo da anni per diversificare le fonti: Art Bonus, fondazioni bancarie, sponsor privati. La dipendenza da una sola fonte è il vero rischio da evitare. No, non potrebbe. Ed è importante dirlo con chiarezza invece di fingere il contrario. I festival di qualità, radicati nel territorio, con una programmazione internazionale e un’attenzione seria all’accessibilità e alla sostenibilità, costano. Il mercato da solo non li regge, soprattutto in territori come il Monferrato. I contributi pubblici non sono un sussidio: sono il riconoscimento che certa cultura produce un valore che non si misura con i biglietti venduti. L’Art Bonus, che permette alle imprese di detrarre il 65% delle erogazioni liberali, è uno strumento che funziona e che usiamo attivamente. Le fondazioni bancarie, Fondazione CR Alessandria, Fondazione CRT, lavorano sul territorio e capiscono cosa significa investire su un progetto che dura nel tempo. Il mix di fonti è la condizione di sopravvivenza: la dipendenza da un’unica fonte è il vero rischio, non la dipendenza dal pubblico in sé.

C’è un artista che avrebbe voluto assolutamente portare a Monfrà e che non è mai riuscita a coinvolgere? Perché?
Ce ne sono diversi. Alcuni li corteggiamo da anni, altri non riusciamo mai a far coincidere con i tour europei o italiani: le agende non si incontrano, i tempi non tornano, e si rimanda ancora. Ma abbiamo il vantaggio che dei festival di tornare ogni anno. Poi ci sono nomi che per ora restano fuori portata per una ragione più strutturale. Operiamo in un territorio dove la maggior parte dei luoghi accoglie fino a cento, duecento persone. Gli eventi più strutturati arrivano a cinque, seicento. È una scala che ha una sua qualità precisa, quella prossimità tra pubblico e artista che in certi contesti non ha prezzo. Ma esclude, per ora, certi progetti che nascono per dimensioni diverse.
Sarebbe bello arrivare un giorno a ospitare eventi di scala maggiore, costruiti con la stessa cura che mettiamo in tutto il resto. E quando dico scala maggiore non penso solo alla capienza: penso a tutto quello che deve funzionare intorno, i trasporti, l’accoglienza, i servizi turistici, la capacità ricettiva del territorio. Un evento grande non è semplicemente un evento piccolo con più posti a sedere. È un sistema che deve integrarsi armonicamente, senza che nessun pezzo tradisca la qualità degli altri. Non come salto di categoria, ma come crescita naturale insieme al Monferrato. Ci vorrà tempo, e qualche condizione che ancora non c’è. Ma non è fuori dalla nostra visione.
Quali sono i progetti a medio termine del Monfrà Jazz Fest?
Consolidare il triennio ministeriale con la stessa coerenza curatoriale, senza perdere la capacità di rischiare. Costruire formati stabili per i concerti cartolina, le Heritage Sessions e i concerti boutique, che stanno diventando un’identità riconoscibile, qualcosa che non esiste in modo identico altrove.
Rafforzare le relazioni internazionali, soprattutto in ambito europeo, per portare in Monferrato artisti e prospettive che qui possono trovare il contesto giusto. E continuare a investire sui giovani, sul pubblico e sugli artisti emergenti, come scommessa su quello che il jazz italiano sarà tra dieci anni. Nel prossimo triennio apriremo nuovi progetti in collaborazione con realtà nazionali: qualche embrione è già in divenire. Il 2027 sarà un anno importante: dieci anni di festival e venti di Accademia Le Muse. I compleanni tondi sono sempre un momento per guardare dove si è arrivati, cosa si è costruito, quali strade si sono percorse e con chi. Ma soprattutto per chiedersi quale direzione si vuole mantenere, come innovarsi, come rispondere alle sfide che cambiano. Un dirsi grazie per quello che c’è, e subito dopo rimboccarsi le maniche perché c’è ancora molto da fare. Il progetto più ambizioso, però, è uno che va oltre il festival. Quello che mi sta più a cuore è contribuire alla nascita di un sistema produttivo culturale territoriale: non singoli progetti che più o meno collaborano o convivono, ma una cabina di regia capace di sostenere la qualità e la professionalità di chi già lavora qui e di attrarne di nuova. Un sistema che trattenga le competenze invece di vederle migrare altrove una volta formate. Parte di questo lavoro significa uscire da una visione che rischia di restare autoreferenziale. Un territorio che si guarda solo dentro finisce per smettere di crescere. Il dialogo continuo con realtà nazionali e internazionali non è un lusso: è quello che apre visioni, genera contaminazioni, rimette in discussione le abitudini. Sempre nel rispetto della propria identità, che non si difende chiudendosi ma confrontandosi. Il Monferrato come hub di produzione culturale che dialoga con le imprese, i prodotti, il paesaggio: un’economia che include la cultura non come ornamento, ma come motore.
Alceste Ayroldi
