«What I Felt». Intervista a Francesco Maria Mancarella

Nuovo disco in piano solo per il compositore salentino. Ne parliamo con lui.

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Buongiorno Maestro, «What I Felt» è il suo ultimo lavoro discografico in piano solo. Però, questa volta il suo pianoforte è preparato. Può spiegarci qual è la preparazione che ha effettuato?
Ricercavo un suono ovattato, caldo e morbido ma non volevo utilizzare la sordina del pianoforte verticale e per questo ho pensato: e se lo facessi col pianoforte a coda? Così ho fatto. Ho smontato la meccanica ed agganciato il feltro al piano. Ne ho scelto uno molto sottile in modo da non chiudere completamente il suono e lasciare che le corde vibrassero nella coda del piano.

In che misura modificare lo strumento fisicamente le permette di avvicinarsi a certe emozioni o atmosfere?
Crea certamente intimità. La percezione del suono mentre si registra, permette di suonare meglio, di essere «dentro» al brano. Ho utilizzato i reverberi per creare un ambiente sonoro avvolgente, un’atmosfera immersiva. Il titolo del disco è nato proprio per questo motivo, è quello che sento, che ho sentito: non solo come suono ma anche come sentimento.

Si è ispirato a qualcuno nel preparare il pianoforte?
No, francamente cerco sempre di modificare i suoni o gli strumenti in base a quello che mi serve.

La preparazione del pianoforte ha influenzato anche la sua idea compositiva?
Certo senza dubbio è tutto correlato. I brani sono stati composti direttamente sul pianoforte preparato.

A proposito di composizione, c’è un tema comune che lega i brani che formano «What I Felt»?
Ho voluto comporre e registrare i brani in presa diretta. Quando sentivo quel brivido lungo la schiena, salvavo il brano ed andavo avanti. Ho inserito i microfoni nel pianoforte ed ho lasciato sempre tutto acceso, quando sentivo che l’ispirazione arrivava mi mettevo li seduto e suonavo. Sono molto contento del risultato perché è un disco vero, sentito, perché racconta momenti della mia vita: non è solo un lavoro discografico.

Facciamo un salto nel passato. Quando ha capito che voleva unire la musica e l’arte visiva? Da dove nasce Il pianoforte che dipinge?
Questo è davvero il progetto più importante della mia vita, un progetto naturale non cercato ma solo frutto di grande creatività e senza nessuno scopo. Il pianoforte che dipinge mi ha cambiato la vita, mi ha reso libero, mi ha reso unico e mi ha fatto capire che dentro di noi c’è un mondo che dobbiamo essere bravi ad esplorare e rispettare.

Quali sfide comporta dirigere un’orchestra al Festival di Sanremo, specialmente per la prima volta? E influenze che hai avuto stando in quell’ambito mediatico?
Serve rigore e rispetto per l’orchestra in primo luogo. È inutile dire che serve anche essere preparati e abili. Amo da sempre la composizione, non era pertanto la prima volta che orchestravo o scrivevo per orchestra ma era da tempo che aspettavo questo treno, Alessandra Amoroso mi ha permesso di essere al suo fianco ed io sono salito su quel treno. È stato un viaggio incredibile uno di quei regali che la vita ti fa. Dal punto di vista mediatico Sanremo è molto forte, è una vetrina, è senza dubbio il festival più importante per noi italiani.

Francesco Mancarella (ph Michele Giannone)

Quali sono gli ascolti che l’ hanno segnata? O gli autori contemporanei che segue con interesse?
Ascolto di tutto. La musica Jazz mi ha cresciuto, la musica da film mi aiuta a sognare, la musica per pianoforte mi fa riflettere. Odiavo la musica classica ma Chopin l’ho sempre adorato, Brad Mehldau lo ascolto sempre con interesse, Michel Petrucciani è il mio idolo. Mi piace molto anche la musica pop. I gusti cambiano col tempo.  A prescindere dall’arte che questi grandi generano, è sempre utile conoscere le loro storie.

Progetti futuri: oltre «What I Felt», cosa sta pensando di esplorare nei prossimi anni? Nuove contaminazioni, collaborazioni, performance audiovisuali, o altri strumenti?
C’è un nuovo brevetto in cantiere… Chi verrà in teatro, vedrà!
Alceste Ayroldi

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