Above The Below: intervista a Emanuele Primavera

E' uscito il nuovo disco del batterista e compositore ennese. Ne parliamo con lui.

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Emanuele, un tempo non se ne vedevano tanti di batteristi-compositori. Oggi, invece, sembra che siano in aumento. Tu, quando hai iniziato a dedicarti alla composizione?
Sin da ragazzo sono sempre stato affascinato dal mondo della composizione ma il mio primo vero rapporto con essa è iniziato intorno al 2012. A dire il vero un inizio abbastanza turbolento a causa del fatto che non ero mai soddisfatto dei risultati che ottenevo; scrivevo idee che poi cestinavo subito dopo. Il primo che credette in esse fu il chitarrista e compositore siciliano, nonché grande amico mio Fabrizio Brusca che mi diede quella spinta necessaria a far fruttare tutta la mia vena creativa ed artistica, e da li nacque il mio primo disco «Replace».

Parliamo subito, e a proposito, del tuo ultimo lavoro discografico: «Above The Below». Con estrema franchezza, non sembra il prodotto di un batterista, anche perché tieni di più a condurre che ad apparire come solista. Qual è la genesi di questo disco?
La genesi di «Above The Below» è stata molto semplice e naturale. Subito dopo «Replace» mi rimisi a scrivere pensando tuttavia a qualcosa di diverso. Volevo provare a fare qualcosa di totalmente acustico ed inoltre volevo mettere insieme due persone molto importanti nella mia vita: il trombettista Alessandro Presti ed il sassofonista Nicola Caminiti.  Il periodo passato in questi ultimi 4 anni non è stato dei più facili per la mia carriera; poco lavoro e poca possibilità di portare avanti un discorso di crescita e di progettualità, dettata dall’estrema «isolitudine» che fa parte di me, ma anche da un crisi culturale generalizzata soprattutto in Sicilia e in certi ambienti artistici in particolare. Per questo ho deciso di puntare tutto me stesso in questo progetto nel quale ho cercato di esprimere questa commistione di sentimenti condividendola insieme a dei musicisti con una sensibilità tale da capirne i più reconditi significati. Quindi un progetto che vede il collettivo primeggiare sulla mia figura di leader e che ha la condivisione di sentimenti ed ideali come filo conduttore. Io amo la batteria ma non amo particolarmente certi album a sfondo estremamente batteristico di conseguenza per me è stato naturale cercare di viverci quanto più possibile dentro senza cercare di apparirne il solista principale.

Un album dalle diverse sfaccettature, in bilico tra jazz statunitense ed europeo, con anche delle divagazioni di classica contemporanea. Hai lasciato dei margini di libertà ai musicisti del tuo quintetto?
Conoscendo molto bene i musicisti del gruppo, ho affrontato il processo di composizione dei brani avendo chiaro in testa il loro suono. Con loro, oltre una grande amicizia, ci lega un rapporto professionale duraturo. Con Alessandro Presti e Carmelo Venuto avevamo addirittura un gruppo con il quale abbiamo vinto nel 2012 il concorso nazionale Chicco Bettinardi indetto da Piacenza Jazz. Non ho mai pensato da leader, non fa parte del mio essere; siamo un gruppo ed ognuno di loro ha interiorizzato la mia musica contribuendo alla sua crescita con le proprie idee e la propria musicalità senza limiti di alcun tipo. Tutti i miei brani sono diventati i nostri brani.

Rispetto al tuo precedente disco, sei passato dal quartetto al quintetto. Cosa è cambiato nella tua musica o nella tua idea progettuale?
Il quartetto del mio primo lavoro, che comprendeva Fabrizio Brusca alla chitarra, Seby Burgio al piano e Carmelo Venuto al contrabbasso, nacque quasi per gioco ed il suono che avevo in testa in quel periodo era più elettrico, un quartetto con chitarra e piano che mi permetteva di default un suono un po’ più moderno, sonoramente più sperimentale ma abbastanza circoscritto e legato ad un periodo passato della mia vita.  Il quintetto è invece nato diversamente. Avevo un ingaggio in un importante jazz festival in Sicilia, avevo già scritto circa metà dei pezzi che formano il disco ed ho montato su il gruppo partendo dalla frontline. Alla fine, e per fortuna ho percepito un’energia positiva, sia sul palco sia da parte del pubblico e da li siamo andati avanti, nel corso del tempo, fino alla registrazione di «Above The Below». Ho un’idea progettuale molto forte dentro di me e sento che insieme abbiamo ancora tanti territori da esplorare. Per questo motivo ho già iniziato a scrivere nuova musica che presto vedrà la luce.

A proposito del quintetto, ci vorresti parlare dei tuoi compagni di viaggio?
Con i siculi Alessandro Presti, Nicola Caminiti e Carmelo Venuto abbiamo un bellissimo rapporto di amicizia che ci lega da tanti anni ma la cosa curiosa è che in realtà, quello che conosco da più tempo è il pianista e l’unico non siculo del gruppo. Ho conosciuto Alessandro Lanzoni nel 2007 durante la mia permanenza a Firenze. Facemmo addirittura un concerto insieme quando lui forse aveva appena quattordici anni. E’ sempre stato uno dei miei artisti preferiti e averlo dentro ha portato tanta genialità e freschezza al gruppo. Dei 3 siculi potrei parlare per ore. La frontline secondo me è una macchina da guerra. Sono due musicisti assurdi e con una bellissima sensibilità musicale che li sta portando a fare molta strada nella loro carriera. Alessandro Presti è diventato uno dei trombettisti più richiesti nel panorama musicale italiano mentre Nicola Caminiti, che oramai vive a New York da 6 anni, si ritrova parte integrante della nuova scena Newyorkese della musica improvvisata. Carmelo Venuto, l’unico che ha registrato sia «Replace» che quest’ultimo disco, l’ho conosciuto da quando è tornato a vivere in Sicilia e da allora abbiamo formato ritmica fissa con tanti artisti come Steve Grossman. Entrambi abbiamo messo su famiglia in contemporanea e abbiamo deciso di rilegarci alle nostre radici.

C’è Sea Lament che merita, a mio avviso, una parantesi a parte. Un brano struggente, di quelli che si facevano un tempo, ma con una marcia moderna.
Il brano è stato uno dei primi composti per questo disco. Con esso ho voluto rendere un umile omaggio alle morti nel mediterraneo, argomento verso il quale sono molto sensibile. Nacque dopo la visione di un docu-film dal titolo Fuocoammare di Gianfranco Rosi e dopo aver ascoltato un racconto di un immigrato superstite di un barcone. Il vederli accanto a me per strada a vagare e a pensare che loro erano quelli fortunati mentre altri giacevano nel fondo del mare che ho sempre guardato nella mia vita, mi ha mosso dentro qualcosa di profondo.

Quanto spazio hai dedicato all’improvvisazione in questo disco e quanto è, per così dire, obbligato dalla partitura?
Nel disco ho cercato di avere varietà e dinamicità in termini di scrittura. Si passa infatti da temi, come Anace o Thea, che rispettano una struttura più «tradizionale» con un tema  principale seguito dall’improvvisazione dei vari solisti basata sul giro armonico proprio della melodia a brani come Walk Away, che presentano invece solo un tema iniziale al quale sussegue una parte più libera ed estemporanea slegata da qualsiasi canone dove i solisti e la ritmica conversano in modo organico, fino ad arrivare ad un brano come E.T.N.A. che include sia una parte solistica più legata all’armonia, sia una più free e modale, che si alternano ad ampie parti through-composed, quasi a richiamare uno stile più proprio alla musica classica. Inoltre in studio abbiamo deciso di fare un pezzo totalmente improvvisato per sperimentare ancora di più sulla conversazione estemporanea.

In generale, qual è il tuo rapporto con l’improvvisazione?
L’improvvisazione ha sempre fatto parte del mio essere musicista in quanto ho sempre cercato di approcciare la musica in modo estemporaneo ed istintivo. Ad esempio, tutta la musica scritta per «Above The Below» è nata da mie lunghe improvvisazioni suonate al pianoforte. Alcuni brani sono totalmente improvvisati dall’inizio alla fine e poi trascritti successivamente mentre altri nascono da piccole idee o cellule che poi sono state sviluppate in un secondo momento. Anche dal punto di vista strumentale, quando suono cerco sempre di creare estemporaneamente nuove atmosfere sonore al fine di supportare i solisti in modo sempre originale. Purtroppo ho notato che questa mentalità manca a molti giovani che stanno crescendo nell’ambiente della musica improvvisata al giorno d’oggi il che li porta lontani dalla vera essenza di questa forma d’arte.

Emanuele, qual è il tuo background artistico-culturale?
Ho iniziato a suonare il piano verso i 5 anni e da li non ho più lasciato la musica nonostante l’abbia vissuta inizialmente in maniera non totalizzante. Il mio pallino fin da piccolo è sempre stato la batteria ma ho raggiunto questo sogno solo a 16 anni. Non ho subito iniziato con il jazz, anzi ci sono arrivato molto dopo ed in realtà nemmeno seguendo lo studio della cosiddetta tradizione jazzistica. E’ stato un percorso lento che mi ha portato inizialmente verso l’ambiente più improvvisativo e creativo del jazz siciliano. Feci infatti la mia prima registrazione con il Know Quartet di Stefano Maltese sulla musica di Monk. In seguito incontrai il pianista e didatta Salvatore Bonafede e da quel momento in poi iniziai a imparare tanto sull’essenza di questo linguaggio che mi ha portato ad espandere la mia visione artistica. Dal punto di vista extra-musicale sono inoltre un grandissimo appassionato di fotografia e di cinema. Con la mia musica ho sempre immaginato di creare ambienti “cinematici” che richiamassero queste due arti.

A quarant’anni può essere già un buon tempo per fare dei bilanci intermedi. Qual è il tuo bilancio allo stato dei fatti?
Questa domanda è molto difficile. Posso dire che faccio parte di una generazione che forse oggi doveva raccogliere molti più frutti di quelli che sta riuscendo a prendere. Chi più chi meno abbiamo tutti attraversato un periodo di crisi economica e culturale al quale si è aggiunta recentemente una pandemia globale. Nel mio piccolo sono contento ed orgoglioso di tutto ciò che ho realizzato in passato essendo perlopiù un musicista isolano e isolato ma allo stesso tempo non sono uno che guarda tanto indietro. È chiaro che si cerca sempre di fare il massimo delle proprie possibilità e se è vero che la maturità per un musicista di jazz arriva dopo i quarant’anni allora seguo la scia e cerco di avere ancora speranza.

C’è qualcuno al quale ti senti di dover dire grazie?
A tantissimi! In primis a mia moglie che mi sopporta e mi supporta. Alle mie due bimbe perché sono fonte costante di felicità e di ispirazione ed a tutta la mia famiglia. Poi ai ragazzi del gruppo perché come dico sempre senza loro non staremmo qui a parlare di «Above The Below». Poi non meno importanti quelli che hanno realizzato il disco ovvero Stefano Bechini e Gabriele Ballabio oltre che per la loro professionalità per i super momenti goliardici passati insieme in quei giorni, che sicuramente ci hanno dato molta energia. A Mario Caccia dell’Abeat Records per aver creduto al progetto e a Gianpietro Giachery che ha voglia di promuoverlo.

Lockdown, provvedimenti restrittivi per l’emergenza sanitaria, condizione psicologica. Tutto questo ha cambiato il tuo approccio alla musica?
Sì, grazie a questa situazione particolare ho avuto il tempo di rinnamorarmi e di frequentare costantemente il mio strumento avendo molto tempo a disposizione. Ho alimentato molto la mia curiosità, ho ascoltato ancora più musica di prima. Adesso con il disco uscito vorrei poterlo portare in giro con tranquillità ma le ultime notizie non fanno presagire nulla di buono e quindi non resta che continuare a migliorarsi in attesa di poter tornare a fare una vita normale.

Quali sono i tuoi progetti futuri?
Prima di tutto voglio cercare di portare in tour il gruppo come primo obiettivo. Nel frattempo sto riprendendo a scrivere musica e spero nel giro di poco tempo di ritornare con i ragazzi in studio. Poi vedremo cosa la vita mi riserva nei prossimi anni.
Alceste Ayroldi