«Don’t Quit». Intervista a Dario Congedo

Nuovo album per il batterista e compositore salentino (con la Workin' Label). Ne parliamo con lui.

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Dario Congedo © Carlo Mazzotta hd

Parliamo subito del tuo ultimo lavoro discografico «Don’t Quit». E’ il tuo terzo lavoro, se non sbaglio ed è il primo nella classica formazione del piano jazz trio. Perché questa scelta?
Ho scelto la formazione in piano trio perché sin dai miei primi tentativi compositivi da ragazzo l’avevo esclusa. Come hai detto tu, rappresenta un po’ la “formazione classica”, la più comune sicuramente, e così mi sono sin da subito orientato verso altre formazioni. Negli ultimi anni invece, ho avuto voglia di scrivere per piano trio, di giocare con alcune delle possibilità che questi strumenti mi suggerivano.

A proposito di formazione: ci vorresti parlare dei tuoi compagni di viaggio? Come vi siete conosciuti?
Ho conosciuto Federico Pecoraro nel 2015, in occasione di un tour in Germania con Carolina Bubbico. Sono rimasto subito affascinato dal suo amore per la musica, la sua professionalità e continua ricerca sonora che va al di la dello strumento che ama così tanto. Nonostante la giovane età, trovo che abbia una maturità musicale che si allinea perfettamente con i miei gusti e la mia ricerca. Abbiamo così continuato a suonare in molti altri gruppi dal vivo e in studio. Dorian Dumont mi è stato presentato da Federico che, quando ha sentito che ero alla ricerca di un pianista, me lo ha suggerito e abbiamo organizzato delle prove a Bruxelles trovandoci sin da subito molto bene insieme.

Ti senti più a tuo agio con i piccoli combo o con i large ensemble?
Onestamente è indifferente, sono due situazioni che danno diverse possibilità di espressione, mi piacciono entrambe.

Non smettere: è un esortazione rivolta a te stesso, o qualcuno in particolare?
E’ un’esortazione rivolta a me stesso, quindi a tutti.

Penso che la copertina sia entusiasmante: un campo in una giornata di sole, una porta e ci sei tu nell’atto di aprirla. Potrebbe significare diverse cose: ci spiegheresti il significato autentico, quello che hai voluto imprimere tu?
Quella foto è stata scattata “per caso” nel periodo in cui stavo scrivendo questi brani. Mi ero da poco ritrasferito in Salento dalla fredda Londra. La porta è un simbolo del passaggio, attraverso fasi della vita, e attraverso diverse vite. Ma è anche l’ingresso verso uno spazio segreto dove accedere ad un potere dimenticato. Il brusio della mente, conseguenza della società che creiamo, non fa che distrarci allontanandoci sempre più da questo ingresso, non ce lo fa vedere.

Le sonorità che ascoltiamo sono particolarmente legate alla matrice culturale-musicale nordeuropea, che non è sempre così vicina ai giovani jazzisti italiani, più affascinati dal sound statunitense. Cosa ti ha condotto verso questa strada?
Credo che la strada si sia intrapresa da sola! Ho sempre sentito la matrice culturale-musicale nordeuropea un po’ più vicina dal punto di vista compositivo, forse per motivi geografici, nonostante ami profondamente tutta la scena jazz contemporanea d’oltreoceano.

Otto brani tutti originali, tutti firmati da te. Non hai sentito il bisogno di misurarti con l’arrangiamento di qualche standard/cover?
Avevo altri brani inediti e cover arrangiate, ma sarebbe stato troppo materiale da inserire in un disco, così ho scelto otto brani che mi sembravano più coerenti per stile e tematiche.

Quando hai iniziato a cimentarti con la composizione?
Credo di aver iniziato intorno ai sedici anni, escludendo i primi tentativi di brani punk rock intorno ai quattordici anni…

Quale strumento hai utilizzato per comporre?
Da ragazzino usavo la chitarra, ma solitamente uso il pianoforte.

Dario Congedo Trio
Ph: Ilenia Tesoro

In questo tuo album, quanto è legato all’improvvisazione e quanto, invece, alla musica annotata?
Ogni brano ha una sua percentuale di musica scritta e di improvvisazione. In questo disco ad esempio Where Nothing Was There Before è completamente scritta, non ha improvvisazione. Certo rimane il margine interpretativo dei musicisti che impreziosiscono tutto. Contraddictions al contrario, ha delle linee guida tematiche e armoniche ma poi è quasi tutta improvvisata. Trovo sia stimolante trovare il proprio posto tra questi due opposti.

Dario, come e quando hai pensato che la musica sarebbe diventata la tua professione?
Non ho mai pensato che potesse non esserlo. Ho riconosciuto il mio «daimon» intorno ai dodici anni, e nonostante le difficoltà di varia natura che si possano incontrare su ogni cammino, mi ha condotto naturalmente in certe direzioni, forse perché lui era già li.

Hai studiato al conservatorio Tito Schipa di Lecce. Hai anche studi classici alle spalle?
Si, ho conseguito un diploma con il vecchio ordinamento, durava otto anni, e poi il biennio con indirizzo cameristico. Dopo qualche hanno ho voluto conseguire anche un biennio in batteria jazz.

C’è una collaborazione, tra le tante, che ti ha fatto crescere in maniera significativa?
Vorrei menzionarne due: Con Yelfris Valdes, trombettista Cubano residente a Londra che ha suonato per anni anche con i Buena Vista Social Club (tra le numerosissime collaborazioni) e Luca Alemanno, le cui collaborazioni a livello internazionale continuano ad arricchirmi. Mio conterraneo, contrabbassista, incredibile musicista, vive a Los Angeles e abbiamo suonato e registrato insieme per anni.

Se non avessi studiato la batteria, quale strumento avresti suonato?
Sono sempre stato indeciso tra basso e tromba…

Se non erro, tu hai sostato anche a New York, per un certo tempo. Però, mi sembra che la tua musica non sia molto influenzata dal sound statunitense. Come è andata negli States?
Negli States ci sono andato la prima volta per studiare privatamente. Solo pochi anni fa, con Gaetano Partipilo & the Contemporary Five, ci sono ritornato per suonare. All’epoca investì quei pochi soldi che avevo da parte, affittando un divano, quando il couch-surfing non esisteva e pagando le lezioni. Fu per me un’esperienza molto forte, in cui per la prima volta ho capito profondamente cosa fosse la solitudine. E’ bello scoprirlo in una megalopoli di milioni di persone! Credo che durante il processo compositivo o di improvvisazione, che è una composizione estemporanea, non dobbiamo essere noi a decidere cosa far uscire. Possiamo farlo ovviamente, ma a mio parere rientra nel “mestiere”, preferisco pertanto allontanare la mia personalità da questo processo, per quello che posso, e far venir fuori quello che deve.

Quali sono, a tuo avviso, i c.d. giganti del jazz oggi?
Al volo quelli che i vengono in mente: «I can see home from here» di Luca Alemanno con Miguel Zenon, «Seasons» di Ben Wendel, «Prelude: to Cora» di Ambrose Akinmusire, «Mockroot» di Tigran Hamasyan.

Dario, lo so che potrà sembrarti una domanda da un milione di dollari: perché, a sentire gli operatori del settore, la musica è sempre in crisi e, in particolare, il jazz?
Questa risposta sarebbe troppo lunga. In brevissimo dico che ad una crisi segue una maggiore consapevolezza e questa potrebbe portare sia noi musicisti che il pubblico ad allontanarci da quello che è già stato, che ci piace, nel quale ci riconosciamo e ci dà sicurezza. Tutti dovremmo riconoscere la bellezza e la magia della vita che accade ora, avremmo musica diversa e un pubblico più attento.

Cosa è scritto nell’agenda di Dario Congedo?
Niente praticamente! A causa del corona virus, decine di concerti cancellati, biglietti aeri annullati, il conservatorio nel quale insegno chiuso, divieto di muoversi da casa. Va bene così.
Alceste Ayroldi