«Paris Piaf». Intervista a Laurianne Langevin e Cyrille Doublet

L’omaggio dei due musicisti francesi alla regina della canzone francese Edith Piaf. Ne parliamo con loro.

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Cyrille Doublet Laurianne Langevin foto di Wladimir Zaleski

In un’epoca in cui si consumano facilmente gli idoli, far conoscere quelli del passato è sempre utile. Il vostro amore per Edith Piaf come e perché nasce?
Laurianne: Per noi, la musica di Piaf o di Montand è sempre stata nell’aria, per strada, a casa della zia, nelle conversazioni domenicali (“meglio Piaf o Barbara? meglio Brel o Brassens?).
Cyrille: Il motivo che decise del ritorno in primo piano di questa musica nelle nostre vite musicali fu comunque casuale.
Laurianne: Quattro anni fa, mi venne proposto un concerto Piaf a Venezia. Era come propormi la Tour Eiffel sul Canal Grande! O la Ca’ d’oro sui Champs-Elysées! Irresistibile! Avevo due mesi di tempo per imbastire qualcosa di convincente. Cercavo un pianista capace di arrangiare questo repertorio, e Cyrille, che oltre ad essere pianista e francese anche lui, viveva come me da anni in Italia, si è imposto da se. È in occasione del lavoro preparatorio a quel concerto che l’impronta espressiva unica di queste canzoni ci colpì al cuore. Noi che pensavamo di conoscerla a memoria, era come se avessimo scoperto Piaf!

«Paris Piaf». E anche la copertina che reca la tour Eiffel  e l’Arco di Trionfo a far da lettere a Piaf. Parigi era Piaf? Oggi la musica di Edith Piaf simboleggia ancora Parigi?
Cyrille: La voce di Piaf è quella che, incontestabilmente, viene più naturalmente associata a Parigi. Anzi, è l’unica. Esercita sulla percezione musicale della capitale in Francia, e più ancora nel mondo, un’onnipotenza simbolica che sfiora la monarchia assoluta. Forse perché per motivi difficilmente spiegabili, Piaf ha saputo cogliere, come nessun’altra voce nell’era discografica, l’esprit du lieu, il genio del posto, quello che alleggia sopra la Ville-Lumière come su ogni bella città del mondo. Ne testimoniano gli innumerevoli gruppi che sui social di tutto il mondo mantengono vivo con sorprendente vigore il ricordo di Edith Piaf, quello della musicista come quello della donna.

Avete seguito un criterio nello scegliere i brani da eseguire?
Laurianne: Su una ventina di canzoni disponibili, ne abbiamo tenute undici. Ad orientare le scelte sono spesso state considerazioni legate all’economia interna del disco, alla giusta distribuzione dei clima, dei tempi, dei caratteri; al senso delle proporzioni.

Come avete agito in fase di arrangiamento?
Cyrille: Piaf si esibiva solitamente con alle sue spalle un’orchestrina composta da una decina di elementi. Questi volumi strumentali, sapientemente disposti per valorizzare il suo timbro, sono connaturali alla vocalità di Piaf. Preso atto della decisione di arrangiare l’insieme del disco con un unico pianoforte, abbiamo necessariamente sottoposto le versioni originali ad un’operazione di spaesamento. Con le specificità vocali di Laurianne a farci sempre da bussola, si sono man mano precisate alcune trame musicali, soddisfacenti per essenzialità o per originalità, spesso più leggeri ed elastiche delle versioni originali; il pianoforte, sposando da più vicino le inflessioni vocali, consentiva talvolta l’elaborazione di un vero e proprio duo con la voce, talvolta un disegno più preciso, o più duttile. Queste bozze sono poi diventate la cornice di numerose sedute di improvvisazione, durante le quali si è progressivamente costruito il suono del disco.

Un omaggio anche alla chanson francese, anche questa intramontabile. Da lunghi anni va avanti la querelle tra Italia e Francia sulla paternità della canzone. A parte questa sterile (anche se interessante polemica storica), da qualche tempo la canzone come si intendeva, appare messa da parte in favore di articolazioni più rudi e crude (penso alla trap). Cosa ne pensate voi al riguardo?
Cyrille: Penso che la canzone, nel senso che dai a questa parola, appartenga al vecchio fondo medievale delle culture occidentali. Piuttosto che cercarle un padre, meglio secondo me sottolineare la straordinaria pluralità culturale – quella romanica – che l’ha vista nascere. Il contributo delle lingue italiche, più vicine alla radice latina, da sicuramente particolare rilievo all’influenza italiana. Comunque, al di là di polemiche e tralasciando la musica trap, mi piace notare che da poche settimane negli Stati Uniti Non, je ne regrette rien, l’ultima grande canzone di Piaf, conta tra i dieci brani più scaricati in seguito al successo della sigla di una serie che non è altro che una canzone di Edith Piaf. I canali di diffusione della musica sono ormai così numerosi da poter suscitare fenomeni singolari in tutte le direzioni, sia geograficamente che cronologicamente.

Laurianne, ben giustamente, hai voluto caratterizzare questo tributo con la tua voce e il tuo timbro. Hai avuto qualche timore all’inizio?
Laurianne: Non ho avuto il tempo! Avendo subito iniziato a lavorare in immersione totale, il timore è durato poco! Mi sentivo pronta ad affrontare un concerto a questo livello di esigenza interpretativa, ma ho dovuto fare i conti con l’emozione che ti prende all’improvviso, in agguato dietro una parola o un accordo. Durante le prime ricerche, ho anche avuto modo di avvicinarmi fisicamente alle risonanze vocali di Edith Piaf. Mi ha emozionato molto sentire quello che forse era il suo modo di cantare, l’intensità ben particolare che suppone. Il pubblico non manca mai di esprimere il suo piacere e la sua sorpresa nel sentire questo tipo di voce. Piaf non ammette risparmi; cantarla significa sempre stare sul filo del rasoio, ed è quindi meglio farlo, oltre che con umiltà, con la piena consapevolezza delle proprie armi. Se le mie armi appartengono ad un altro secolo, Piaf rimane comunque la Maestra in assoluto, quella che meglio mi lega al tipo di lavoro interpretativo caratteristico della tradizione della Chanson Réaliste, di cui appunto Piaf è stata l’ultima e la massima esponente. Un mondo femminile duro, ma per niente sprovvisto di tenerezza.

Cyrille: hai avuto qualche riferimento stilistico in particolare in questo progetto?
Cyrille: Mi sono fidato della mia formazione – classica –, dei miei gusti – la musica barocca, il jazz, il reggae, le musiche tradizionali dell’Europa dell’Est – e della necessità di rielaborare un patrimonio musicale dal sapore forte.

Cyrille, poi ti ritroviamo anche eccellente voce recitante in Les feuilles mortes. C’è qualche legame particolare con Jacques Prévert?
Cyrille: C’è un legame particolare con la lingua francese, e con le lingue in generale. Non so se definirmi un musicista che legge o un lettore che suona.

Avete dato una nuova veste a La vie en rose, così come avete dato una sferzata a Non, je ne regrette rien. Lasciarla nella loro veste era troppo banale o rischioso?
Laurianne: Le versioni che proponiamo di queste due canzoni sono il risultato di due operazioni diverse. Se con La vie en rose abbiamo voluto ridurre la canzone all’essenziale, concentrarne ulteriormente la densità lirica, con Non, je ne regrette rien, abbiamo fatto l’esatto contrario. Dopo aver proposto in varie occasioni un arrangiamento molto fedele alla versione originale, abbiamo avvertito un senso di disagio ; l’impressione, cercando di rifare Piaf, di travisarla davvero ; un’impressione di tediosa pomposità che non sarà stata estranea alla decisione, in un bel pomeriggio di sole in riva al lago d’Iseo, di intendere Piaf alla lettera : cantare “no, non rimpiango nulla” si può fare con la leggerezza un po’ sfacciata di chi si lascia il mondo alle spalle. Seguendo questa falsa riga, Non, je ne regrette rien, quel giorno, diventò un mambo.

Mi hanno colpito moltissimo i vostri ringraziamenti nel corpo del booklet, anche perché sono in buona parte a musicisti italiani. Qual è il vostro legame con l’Italia?
Laurianne: Paris-Piaf è stato più volte definito un «pariginissimo disco italiano». Infatti, l’ecosistema nel quale il disco ha visto la luce è stato italiano dalla a alla zeta. I nostri interlocutori, in qualsiasi momento della creazione del disco, sono stati italiani, e spesso rappresentanti della famiglia del jazz italiano. I consigli di Boris Savoldelli; la competenza e il gusto di Carlo Cantini nel cui studio, a Mantova, abbiamo registrato il disco; l’importante sostegno di Paolo Fresu. In questo modo, un lavoro così tipicamente parigino venne del tutto sognato e congegnato in Italia.

Cyrille Doublet Laurianne Langevin foto di Wladimir Zaleski

Laurianne, Cyrille: qual è il vostro background culturale-artistico?
Laurianne: Di formazione classica come ballerina e cantante, ho dedicato anni di lavoro e di ricerca all’improvvisazione nei due campi. Sono riuscita a creare un legame tra voce e corpo che finora erano due mondi ben separati facendo una formazione teatrale.
Cyrille: Una nonna pianista che, prima del conservatorio, collega la pratica del pianoforte all’infanzia ; uno smisurato interesse per quasi tutti i campi del sapere umano, canalizzato a mala pena in una laurea in Lettere alla Sorbona ; l’insegnamento del pianoforte e della filosofia come filo conduttore della mia vita adulta ; un esperienza in ambito teatrale maturata in Francia che mi ha portato ad assumere la direzione di vari teatri ed istituzioni culturali in Lombardia ; «Paris-Piaf», in un senso, mi riporta dall’altra parte del palco.

Nonostante tutte le limitazioni, prima della seconda ondata della pandemia, siete riusciti a presentare il vostro lavoro in pubblico. Come è andata?
Laurianne: Abbiamo avuto la fortuna di esser stati programmati a inizio stagione al teatro Grande di Brescia per presentare il disco al pubblico italiano. Siamo poi riusciti a suonare a Venezia prima che tutto richiudesse di nuovo. Tra questi due concerti, l’invito di Elio Sabella a Piazza Verdi su Radio 3. L’atmosfera dei concerti fu in ogni caso molto particolare. Stranamente attutita. Un pubblico particolarmente ricettivo per la straordinarietà della situazione. Decine di occhi brillanti sopra mascherine color blu celeste.

A proposito di pubblico, dal punto di vista anagrafico il vostro target qual è?
Laurianne: Non ne abbiamo, e il ventaglio molto aperto delle persone presenti ai nostri concerti ci invita a non averne.

Invece, purtroppo, a proposito di Covid-19, pensate che questa esperienza abbia cambiato – o cambierà – la percezione dell’arte sia da parte degli artisti che del pubblico?
Laurianne: Lo vedo un po’ come una residenza artistica isolata e forzata. Nel bene – per il tempo che abbiamo in più – e nel male – per il non poterci esibire dal vivo. Forse domani saremo di più a ricordarci che, pur essendo partecipe della buona salute della società, ogni creatore, in ogni campo delle arti, esegue il proprio lavoro senza rete di sicurezza.

Lo so che può sembrare strano parlarne in queste condizioni: quali sono i vostri progetti futuri?
Cyrille
: La promozione di «Paris-Piaf» in periodo di lockdown via attraverso stampa e i programmi radiofonici in Italia e all’estero ; farlo girare appena si riapriranno le frontiere e le stagioni concertistiche; l’anno prossimo, registrare il nostro secondo disco, fatto questo di nostre composizioni, e al quale stiamo lavorando.
Alceste Ayroldi