Francesco Chiapperini : con «The Big Earth» torno alle mie origini

L'occasione ideale per l'intervista a Francesco Chiapperini è una serata poco prima di un concerto con il quartetto No Pair, uno dei progetti attuali di cui è leader. Il locale è di un’associazione che con competenza e coraggio propone serate per un pubblico non numeroso ma sicuramente selezionato e attento e sembra che realtà culturali come questa stiano sempre più offrendo spazi ai musicisti, diventando un palcoscenico parallelo a quelli tradizionali dei festival e locali istituzionali. Dopo aver completato il soundcheck iniziamo.

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Francesco Chiapperini - foto GianCarlo Brunelli
Francesco Chiapperini - foto GianCarlo Brunelli

Con No Pair nel 2014 hai registrato l’album «Chaos and Order». Fin dal titolo è ben sintetizzato il lavoro di destrutturazione e ricomposizione del materiale compositivo e improvvisato – due elementi imprescindibili del jazz secondo Henry Threadgill – e la dicotomia tra strumenti dinamiche e atmosfere di grande fascino. Quale è la visione di questo progetto e ciò che accomuna il quartetto?
È esattamente la dicotomia che citi, unita a quella presente in tutte le forme naturali che troviamo nel mondo che ci circonda: colori, sensazioni, stati della materia. Non possiamo ignorare questo contrasto continuo, non l’hanno fatto i filosofi, gli studiosi in genere (dalla psicologia alla scienza astronomica). È da tale contrasto che nasce la vita: essa non può godere di una forma autonoma di esistenza solo in uno dei due stati. Ecco che «Chaos and Order» riassume nella musica l’evoluzione degli spazi sonori che nascono, si decompongono, ritrovano nuova linfa, crescono, diminuiscono e muoiono. Continuamente. 

Sia in questo album che negli ultimi, di cui poi parleremo, suoni il clarinetto ed il clarinetto basso deponendo lo strumento che hai studiato inizialmente e con cui hai avuto molti riconoscimenti, il sax alto. In questa scelta si riflettono la maturità artistica o un bisogno di timbri più scuri e profondi?
Il timbro scuro del clarinetto è in “armonia”, giusto per rimanere in tema, con la visione musicale che accompagna i miei ascolti e le mie aspirazioni. Non si tratta di un cambio di visione: con il sassofono la direzione che intraprendo è la medesima. E’ solo una scelta stilistica nata dall’esigenza di avere, all’interno di alcuni lavori, momenti cameristici, che si possono accostare alla musica classica, percorso da cui provengo.

L’album del 2016 è stato inciso con il trio InSight composto da te con Simone Lobina al piano e sinth e Simone Quatrana alla chitarra elettrica. Le visioni interiori, definite dal nome del trio, sono il paradigma delle composizioni e della empatica connessione tra di voi. Risultano brani ariosi ed evocativi che ci accompagnano in un viaggio senza confini definiti. Come è nato questo album?
Il lavoro di InSight nasce dalla folgorazione che ho avuto ascoltando l’Atlas Trio di Louis Sclavis: gigante del clarinetto basso, fonte di ispirazione continua per suono, tecnica, idee e musicalità. A lui ed all’Atlas Trio è dedicato proprio un brano che fa parte di «Paradigm Shift». L’assenza di strumenti normalmente impiegati per dare una pulsazione (basso e batteria) fa il resto: la possibilità di poter suonare in maniera ampia e senza confini consente di potersi affidare a descrizioni sonore che sono come “pennellate” su una tela da disegno. Basta scegliere i colori, senza curarsi troppo delle forme. Mi piace pensare alla musica di questo ultimo lavoro come “descrittiva”, che porta l’ascoltatore ad immaginare all’interno delle sue visioni, paesaggi sconfinati, non per forza pescati dal contenitore di ricordi o di immagini che una persona può avere impresse nella propria mente.

InSight – Francesco Chiapperini
Francesco Chiapperini InSight

Le tue origini pugliesi e la musica tradizionale molfettese sono l’origine di «The Big Earth», album appena uscito e pubblicato da Rudi Records. Ascoltarvi in concerto è molto coinvolgente sia per il complesso recupero del repertorio che per l’impatto visivo dei vostri abiti, che ricalcano quelli tipici delle band che sfilano durante il periodo pasquale.
È stato anche un lavoro di ricerca molto coinvolgente, partito da un episodio che ricordo ancora in maniera molto nitida: mio padre che un giorno mi consigliò di guardare una videocassetta delle processioni pasquali molfettesi. Con il tempo ho sempre più focalizzato il progetto (Charlie Haden e la Liberation Music Orchestra hanno avuto un ruolo importante nella ricerca delle sonorità che ho adottato) fino a quando non sono venuto in possesso degli spartiti suonati dalla banda di Molfetta, città natale dei miei genitori. Da quel momento ho pensato come arrangiare alcuni dei brani che mi piacevano di più per portare da un lato la tradizione folkloristica a conoscenza dei più, dall’altro volevo portare un po’ di jazz dentro le note delle marce funebri, e così è nato il lavoro. Lavoro che è sostenuto da musicisti speciali, per le loro caratteristiche umane e per la loro musicalità. E’ anche grazie a loro che il progetto vive.

Francesco Chiapperini Extemporary Vision Ensemble
Francesco Chiapperini Extemporary Vision Ensemble

francesco chiapperini

Con la band Extemporary Vision Ensemble dopo l’omaggio alle tue radici native ne rendi uno a quelle culturali con una suite dedicata a Massimo Urbani. Chi altri ha influito? Parliamo non solo dei musicisti ma di tutte le arti in genere.
Musicalmente il parterre di musicisti che hanno influito sul mio modo di scrivere e suonare è davvero ampio. Se dovessi scegliere altre forme di espressione, sicuramente attingerei al Romanticismo, dove le forte emozioni sono protagoniste in un’alternanza vorticosa di passione e di intensi moti. E di tale periodo storico mi piace l’idea di poter accostare la mia musica ai dipinti di William Turner e alle parole di Samuel Taylor Coleridge.

Sei uno dei sideman di «Experience Nexus!», un progetto di Tiziano Tononi e Daniele Cavallanti – con l’album ancora una volta pubblicato da Rudi Records – che ha riscosso innumerevoli consensi e sta girando in tour con molte date. Raccontaci di questa esperienza.
Dici proprio bene, è un’esperienza continua poter condividere la musica di due grandi musicisti come Tiziano Tononi e Daniele Cavallanti. Nexus è stato uno dei primi gruppi italiani di jazz che ho ascoltato, sia dal vivo che su disco. Il modo di suonare, l’energia sprigionata dal carattere black della musica dei due band leader sono da subito apparsi in armonia con il mio sentire. Farne parte è quindi un’esperienza da molti punti di vista: innanzitutto umana (credo che questa componente sia uno tra gli elementi più importanti per il successo di una band), poiché moltissimi sono gli aneddoti ed i ricordi incredibili che Tiziano e Daniele raccontano di aver vissuto. A questo si aggiunge la dimensione compositiva e sonora dei brani che suoniamo e che fa di Nexus un progetto coerente con il manifesto cui aderisce ed ancora attuale proprio grazie a questa scelta di coerenza.

Nexus a Iseo Jazz 2017 - foto Simonetti
Nexus a Iseo Jazz 2017 – foto Simonetti

Viaggi molto con i concerti, e in un nostro precedente incontro abbiamo parlato dei tuoi viaggi durante il tempo libero. Quale paese di quelli che hai visitato ti ha affascinato di più e dove sarà il prossimo viaggio? alla ricerca di nuovi paesaggi sonori nuovi o di silenzio?
L’oriente è stato meta dei miei viaggi più lunghi e più sensazionali, non riesco a dire quale paese mi abbia affascinato di più. Quando viaggio ho modo di riflettere e pensare a molti aspetti della mia vita, non solo musicale. Non utilizzo la permanenza lontano da casa come luogo per comporre o per dedicarmi alle attività che “normalmente” pratico durante la vita di tutti i giorni.

Ricordi di viaggio possono, ma non necessariamente, essere fonte di ispirazione nei momenti creativi. Ma non è una regola immutabile. I viaggi intrapresi mi restituiscono cibo per gli occhi, fatto di  incontri e di scambi di sorrisi con persone lontane, con cui la condivisione di gesti semplici, come una stretta di mano, un piccolo regalo, una gentilezza, assumono un valore stratosferico. Perché sono veri, e la sensazione della genuinità di tali gesti è chiara e definita.

Nel 1964 in una intervista chiesero a John Coltrane se il jazz fosse morto e dove stesse andando. La sua risposta fu «Non lo so». Tu dimostri, anche con i numerosi concerti dell’attuale tournée, una vitalità che ci sembrerebbe suggerire una diversa risposta.
È un percorso duro e faticoso, come i miei colleghi sanno. Quando si ha la possibilità di suonare su un qualsiasi palco, ognuno di noi (mi permetto di parlare anche per gli altri) ci mette impegno, professionalità, passione, gioia. Spesso le condizioni di contesto sono dure, ma c’è sempre una fiamma ardente che ci spinge a non mollare. Ecco, per me è quella fiamma che mi fa rispondere che il jazz non è ancora morto. In quell’accezione posso affermarlo con sicurezza.

Un argomento che sviscero con tutti i musicisti che incontro e che è legato alla vitalità della musica è un’opinione personale su come coinvolgere e creare un pubblico più giovane e partecipativo.
Il pubblico del jazz” se così lo vogliamo definire è variegato: ci sono realtà della città in cui vivo che testimoniano l’attenzione e la voglia da parte dei più giovani, se così li vogliamo definire, di ascoltare concerti. Secondo la mia opinione ciò che manca è la curiosità, da parte dei musicisti, di andare ad ascoltare i concerti di altri musicisti. E’ raro trovare colleghi che facciano parte del pubblico. Ecco, in questo per me dovremmo – me compreso – migliorare.

Francesco Chiapperini
Francesco Chiapperini nel concerto di Extemporary Vision Ensemble a Soresina Jazz 2015

Il compositore e arrangiatore Richards disse a Peter Erskine: «Non smettere mai di ascoltare musica di ogni tipo». I tuoi ascolti attuali? Se ne hai il tempo….
Il tempo che ho a disposizione è davvero poco e mi concedo solo poche ore di ascolto a settimana. Ed il quantitativo di musica che non ho ancora ascoltato – mi riferisco al jazz – è davvero elevato, ragion per cui cerco di convogliare energie e attenzione esclusivamente nel jazz: ci sono brani che ascolto più volte per entrare nel suono e nelle alchimie dei musicisti che hanno scritto la storia. E’ un processo di apprendimento lungo, fatto di dischi consumati che non avrà fine, ma sono pronto ad affrontare la sfida!

L’arte, e la musica come parte di essa, tende a raggiungere vertici di bellezza con le sue opere. Per te che significato assume la bellezza oggi? Ha ancora il ruolo di elevazione verso astrazioni interiori più complesse e complete?
Penso che bellezza, in arte, sia sinonimo di emozione. Quando siamo mossi, o smossi, da qualcosa che ci fa vibrare le parti più nascoste e incontrollabili del nostro sentire, beh! quella per me è la bellezza dell’arte. Intendo in senso assoluto, parlo di emozione in senso generale, senza accezione positiva o negativa. Così, la bellezza non assume quindi caratteristiche di completezza, di complessità, o di altro. Rimane pura vibrazione.

Sogni nel cassetto?
Sì: poter vivere in un paese di pochi abitanti e poter continuare a suonare. Sento l’esigenza di un luogo che mi accolga con il silenzio e con il ritmo della natura, nella lenta evoluzione delle stagioni. Ho da poco acquistato un giradischi e trovo affascinante ascoltare la musica senza dover saltare annunci pubblicitari, evitando di cambiare ascolto dopo pochi secondi perché la mia attenzione viene catturata da un altro link da cliccare.. insomma sento che nella vita di tutti i giorni la velocità con cui rincorro qualsiasi cosa mi stia rubando tempo prezioso. Ecco che quindi vorrei vivere la vita “solco per solco”, come in un disco, senza fretta ed interruzioni, dall’inizio alla fine.

Monica Carretta