«The Bird in Borrowed Feathers». Intervista alla band Cheyenne

Secondo album indipendente per la band veneta formata da Patrizio Mimiola alla batteria, Michi Zait al basso, Zeno Merlini (C+C Maxigross) al sax e flauto e Lorenzo Amarri alle tastiere.

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Non posso esimermi dal chiedervi il motivo per cui abbiate voluto attribuirvi il nome di una tribù di nativi americani… almeno che non abbiate fatto riferimento alla capitale del Wyoming!
Abbiamo scelto questo nome sull’onda delle emozioni del primo album quando avevamo tante idee e tanta musica che volevamo esprimere sul palco e nelle prime registrazioni. L’abbiamo scelto per la musicalità della parola e la suggestione di libertà dei nativi americani, molto ingenuamente.

«The Bird in Borrowed Feathers» nasce da una favola attribuita a Esopo: cosa vi ha colpito di quell’immagine delle “piume prese in prestito” e come l’avete trasformata in musica?
La metamorfosi sonora che è avvenuta è stata grazie al liberarsi delle aspettative e lasciarsi guidare dalle cose che ci piacciono di più senza seguire delle strade già tracciate. La favola di Esopo è stata una suggestione che abbiamo trovato una volta che il nostro lavoro ha cominciato a prendere una forma. Il disco è un viaggio che porta l’equilibrio tra bellezza costruita e autenticità.

Avete descritto il lavoro come un equilibrio instabile tra composizione e intuizione: come si costruisce concretamente un brano dei Cheyenne?
Spesso nascono da improvvisazioni completamente libere nella nostra sala prove che successivamente riascoltiamo dandogli una forma più definita, il dialogo musicale tra di noi come momento di espressione emotiva massima, passando tanto tempo assieme nel luogo in cui creiamo. Al contrario altri sono frammenti sonori con i quali abbiamo lavorato più concettualmente, assemblandoli per raggiungere un nostro equilibrio.

Quanto spazio lasciate all’improvvisazione in studio rispetto all’idea iniziale dei pezzi?
Le prime idee sono state rielaborate in un arrangiamento preciso, calibrando i suoni e usando l’improvvisazione come forma di composizione tematica.

Nel vostro immaginario convivono jazz contemporaneo, psichedelia anni Sessanta e Settanta e musica da film italiana: come riuscite a far dialogare mondi così diversi senza trasformarli in semplice citazione?
Abbiamo trovato un suono più spontaneo rielaborando le nostre fascinazioni musicali in una scelta di suoni definiti e allo stesso tempo limitati come l’organo Farfisa, la drum machine, ecc. Insomma abbiamo cercato di trovare un punto d’incontro tra i suoni che più ci piacciono e ci appartengono in questo momento attingendo dalla tavolozza di colori che abbiamo a disposizione.

Qual è stato il momento in cui avete capito che «The Bird in Borrowed Feathers» aveva trovato una sua forma definitiva?
Abbiamo capito che il progetto stava prendendo una forma definitiva, quando i brani si sono incasellati naturalmente uno dietro l’altro nella scaletta del disco seppur alcuni non ancora terminati. Ci sono poi voluti mesi di produzione ma a quel punto avevamo chiaro l’obiettivo.

Quanto è cambiato il vostro linguaggio musicale tra il debutto “Cheyenne” e questo nuovo lavoro?
È cambiato molto tra il primo e il secondo lavoro, e il terzo sarà sicuramente un’altra evoluzione.

Ci sono artisti, dischi o colonne sonore che hanno accompagnato direttamente la lavorazione?
Abbiamo ascoltato molti dischi insieme nell’ultimo anno, se dovessimo nominarne uno ti diremmo Burt Bacharach, album omonimo.

La formazione definitiva della band si è consolidata tra il 2024 e il 2025: cosa ha cambiato negli equilibri creativi interni?
Il secondo album ci ha riuniti in un lavoro più collettivo e sentito in cui abbiamo recuperato vecchie demo e nuove suggestioni.

Dal vivo i vostri brani restano fedeli alle versioni in studio oppure diventano ogni volta qualcosa di diverso?
Alcuni brani nel disco sono molto brevi; nel live può cambiare l’arrangiamento a seconda della sensibilità del pubblico e degli spazi in cui siamo.

Quanto è importante per voi l’aspetto visivo nel costruire l’identità dei Cheyenne?
Sicuramente la musica è al centro del nostro progetto, ma comunque l’aspetto visivo è un argomento a cui facciamo attenzione. Ci piace il mondo del cinema e della fotografia. Curare il progetto sul lato fotografico e grafico personalmente è parte del nostro processo di ricerca e autenticità.

Il jazz oggi spesso dialoga con elettronica, rock e ambient: dove sentite di collocarvi all’interno della scena contemporanea?
Abbiamo ascolti che sicuramente abbracciano questi generi. Nei vari momenti dell’album si può viaggiare da un mondo ad un altro, ma al momento non sapremmo rispondere così precisamente a questa domanda.

Dopo questo album vi sentite arrivati a una nuova identità oppure ancora nel mezzo di una trasformazione?
Definitivamente nel mezzo di una trasformazione.

Cosa dobbiamo aspettarci dalla band Cheyenne dopo questo disco? Quali sono i vostri obiettivi?
Il nostro desiderio è quello di condividere sempre più la nostra musica dal vivo in Italia e all’estero. Ci aspettiamo di essere già in studio quest’estate per preparare nuova musica.
Alceste Ayroldi

 

 

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