«Il gender gap nell’industria musicale italiana». Intervista ad Alessandra Micalizzi

Da qualche mese è stata pubblicata un’interessante e puntuale ricerca scientifica, della quale ne abbiamo dato conto a marzo 2022, diretta e coordinata dalla psicologa e sociologa del SAE Institute di Milano Alessandra Micalizzi. Ne parliamo con lei.

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Buongiorno Alessandra e benvenuta a Musica Jazz. Entriamo subito nel merito del tuo ultimo libro: Women in Creative Industries. Il gender gap nell’industria musicale italiana, edito da Franco Angeli. Come nasce l’idea di questa ricerca?
L’idea di questo studio nasce da un riscontro diretto tra i banchi delle aule accademiche che frequento come docente: i nostri corsi triennali di produzione audio hanno un numero di ragazze molto basso. Meno del 5% dei nostri studenti è donna? Mi sono chiesta perché, dato che ho una formazione in tutt’altro settore e non conosco da vicino il mondo della musica.

Quasi da subito, fai un’affermazione: «E non è un fatto solo italiano. I numeri dell’industria musicale a livello globale confermano questo gap e con esso la necessità di affrontarlo e di lavorare per colmarlo». Se dovessi stilare una classifica, l’Italia a che posto si troverebbe?
Non credo che l’Italia sia tanto indietro rispetto agli altri Paesi, poiché come dicevo è un problema di tutto il settore a livello globale. Quello che penalizza l’Italia è una cultura patriarcale più radicata che poggia le sua radici anche in una tradizione cristiana ancora molto presente (intendo proprio tradizione e non confessione religiosa) che permea tacitamente la costruzione dei ruoli sociali e i relativi costrutti come il genere. C’è un grafico molto interessante di una ricerca proposta dall’osservatorio sul genere e la cultura a livello europeo che analizza il gap di genere indicando percentualmente lo scarto tra percentuale di donne e di uomini impiegati nel settore culturale (nella sua accezione più ampia e con riferimento a ruoli molto diversi tra loro) che mostra come l’Italia è tra i Paesi con il gap uomo-donna accanto ad altri di tradizione “latina” mentre ve ne sono alcuni in cui il gap è al contrario: ci sono piè donne che uomini. Questo credo sia un dato interessante. La musica percentualmente è all’interno di quel grafico ma se scorporata temo mostrerebbe delle percentuali molto simili tra i diversi Paesi. Anche quelli con politiche di genere più avanzate.

Mi viene spontaneo chiederti: ma non è un po’ tutto il sistema culturale a essere in sofferenza in Italia?
Sicuramente è così: sto seguendo il lavoro per la prova finale di una studentessa che sta analizzando il ruolo della donna dietro la macchina da presa e i dati confermano che ci sono percentuali molto basse di donne che occupano il ruolo della regista, della direttrice della fotografia e così via. La musica e la cultura in generale soffrono dello stesso problema: essendo una forma di potere – di espressione e di costruzione della conoscenza – è stata da sempre tenuta opportunamente appannaggio degli uomini, escludendo le donne e il loro contributo.

Dedichi una profonda parentesi al ruolo dei media, come monopolizzatori della costruzione dell’immaginario. Che ruolo giocano i media nell’ambito della gender equity musicale?
Direi importante nella misura in cui hanno una potenza di fuoco – ovvero una pervasività elevatissima. Così come agiscono nel confermare alcuni stereotipi avrebbero lo stesso efficace ruolo comunicativo nel proporne di nuovi. Ed infatti in parte lo vediamo già nel cinema, lo abbiamo visto sul palco di Sanremo (penso al gesto del bouquet) etc.

Ci sono differenze di genere sperequative all’interno della classificazione delle diverse musiche?
Non ho approfondito questo aspetto dal punto di vista empirico ma ho consultato alcune ricerche già realizzate e posso dire di sì. Quei dati sembrano confermare che ci siano generi più dominati dagli uomini – come la musica classica, l’urban e il jazz.

Hai dei dati anche per quanto riguarda la musica jazz?
Anche in questo caso, non ho fatto una ricerca mirata in prima persona ma ci sono alcuni dati – prevalentemente riferiti allo scenario internazionale – che raccontano questa disparità nel jazz, dove la donna presta in genere la voce ma fa fatica a distinguersi in altri ruoli.

Anche tu riporti la campagna della Warner Music Italia: La musica è donna. Nel 2021, quindi, in Italia abbiamo bisogno di una campagna pubblicitaria in tal senso?
In Italia temo abbiamo ancora bisogno di tante cose, non solo di una campagna. Io lo sintetizzerei con una sola parola: educazione. Educazione musicale innanzitutto: ovvero valorizzazione di questa meravigliosa arte come competenza e come professione. Si può vivere di musica, ma in Italia ci crediamo pochissimo. E poi educazione sulla parità: fare di questa diversità una ricchezza e non semplicemente una differenza dove c’è sempre un dominante e un dominato.

Hai saggiato anche l’approccio del pubblico della musica in tal senso?
Sul tema dell’ascolto andrebbe fatta una riflessione più ampia perché il tema intercetta le proposte artistiche, il modo in cui vengono selezionate e il modo in cui poi vengono proposte (penso agli algoritmi ad esempio). C’è molta letteratura che conferma che i gusti sono gendered. Sono condizionati da una proposta a dominanza maschile, in un  circolo selettivo di costruzione del gusto (e dell’immaginario) sicuramente a danno dell’universo femminile. Bisognerebbe fare uno studio ad hoc.

Musiciste, artiste a parte. Il ruolo della donna lavoratrice nel mondo dell’industria musicale sembra essere ancora marginale. E’ un problema di emarginazione sessuale provocato dal sistema, oppure le donne non hanno ancora piena consapevolezza delle attività lavorative nel settore?
Penso che, in funzione di quella scarsa educazione musicale di cui sopra, la conoscenza delle professioni che sono coinvolte dalla musica sia scarsa in modo generalizzato. Le donne, forse, poi si danno meno la possibilità di crederci veramente e di lavorare per costruirsi una carriera in questo senso. Quindi per rispondere alla tua domanda: è sempre un fatto culturale che condiziona le aspettative di carriera.

Nello svolgimento di questa ricerca, quali sono state le maggiori difficoltà che hai incontrato?
È stato un lavoro di diversi mesi che ha coinvolto un gruppo di ricerca. La complessità più grande è stata riuscire a delimitare il perimetro di analisi. L’eterogeneità del campione composto da donne che rivestivano ruoli tra loro molto diversi mi ha permesso subito di capire che c’era una situazione complessiva da analizzare e poi delle specificità per ciascun ambito. Delimitare la ricerca è stato problematico, dunque, perchè più storie raccoglievo più il campo si ampliava. E poi devo essere sincera ho fatto fatica a trovare donne disponibili a partecipare all’intervista soprattutto in prima battuta. Poi per fortuna con il passaparola è stato più semplice, ma ho dovuto lavorare per costruirmi un network di contatti.

A quali conclusioni sei giunta e quali rimedi, anche giuridici, sarebbero da attuare?
Le conclusioni sono diverse e anche molto articolate. Personalmente, lavorerei per lo scardinamento di questa variabile culturale da ogni criterio di valutazione delle proposte artistiche. Cercherei di uscire da questo condizionamento di genere e l’unico modo è educare e aprire la musica il più possibile a tutti mettendo al centro la proposta artistica e non l’artista.

Sei una psicologa e un’esperta di comunicazione. Qual è il tuo rapporto con il mondo della musica?
Come dicevo prima, è strano ma io di musica non me ne intendo affatto. Grazie all’esperienza in SAE e a un mio pazientissimo collega sto iniziando a strimpellare la chitarra. Credo di essere la peggiore ascoltatrice della storia della musica, quella che usa ancora tanto la radio più delle playlist e che si appiattisce sulla canzonetta. Però adesso che l’ho vista da dentro, da psicologa e da sociologa, ho compreso la ricchezza di questo mondo.

Alessandra, la tua attività di ricerca continuerà in tal senso oppure ti stai già direzionando altrove?
Continuerò a studiare questo ambito. Mi piacerebbe attivare un osservatorio e attualmente ho iniziato uno studio qualitativo sulle autorappresentazioni di genere da parte delle artiste. Ma al momento, nessuna anticipazione…
Alceste Ayroldi

Qui il link della recensione del libro:
https://www.musicajazz.it/women-in-creative-industries-alessandra-micalizzi/