Il Saint Louis esporta nel mondo i nuovi talenti italiani: prima parte

Con il progetto Italian Jazz C.R.E.A., giovani musicisti, arrangiatori e compositori arrivano sul palco di conservatori, teatri e festival prestigiosi, in Italia e all’estero. Ne parliamo con Stefano Mastruzzi e Antonio Solimene.

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Come nasce l’idea del progetto Italian Jazz C.R.E.A. e quali sono i suoi caratteri salienti?
Stefano Mastruzzi: Ho visto l’idea prendere forma come spin off del progetto Italian jazz on the road, attraverso quest’ultimo infatti abbiamo portato in concerto in mezza Europa sessanta giovani jazzisti negli ultimi due anni. Ora con Italian Jazz Crea vogliamo dare spazio a compositori e arrangiatori, proponendo in giro per il mondo la loro musica scritta e pensata per grandi formazioni orchestrali, con solisti di fama che possano accreditarli nel mondo del lavoro del compositore moderno.

Obiettivo del progetto, quindi, è quello di distribuire «musica originale e sperimentale di jazz italiano». La prima domanda è in che modo?
Stefano Mastruzzi: Certamente, offrendo al pubblico concerti di forte impatto sonoro ed emotivo, con grandi special guest e ampi ensemble orchestrali, che riscontrano sempre grande curiosità ed entusiasmo nel pubblico. E poi veicolando i progetti attraverso una rete di centri di formazione di eccellenza per il jazz come in questo caso il conservatorio Di Pamplona, l’auditorium Parco della Musica, l’Università del North Texas e il teatro Eliseo di Roma; in tal modo la musica nata e prodotta in Italia, vero made in Italy artistico, viene conosciuta, sperimentata e interpretata da musicisti di altri Paesi, in un costruttivo reciproco rapporto sinergico.

La seconda, invece, riguarda il merito. Non sono molte le realtà accademiche che dedicano spazio alla composizione. Perché avete voluto privilegiare questa via rispetto a quella esecutiva-strumentale?
Stefano Mastruzzi: Perché la consapevolezza di un compositore, profondo conoscitore delle tessiture degli strumenti e delle alchimie delle infinite combinazioni di suoni e timbri può davvero far la differenza e dare vita a un repertorio estremamente vivo e testimone del nostro tempo. Le opere che ancora oggi si eseguono in tutto il mondo sono proprio quelle segnate dalla penna di grandi compositori; se non vi fosse in ogni epoca una continua ricerca e sperimentazione in questa direzione, le esecuzioni si cristallizzerebbero su un medesimo repertorio all’infinito. Il jazz non potrà avere grandi prospettive evolutive basandosi esclusivamente su codificate strutture tema – improvvisazione – tema, bisogna attingere alle idee di nuovi autori che lancino sguardi sulla musica più in profondità, al fine di costruire giorno per giorno un repertorio capace di rappresentare il nostro tempo e attraversarlo.

Quando si parla di musica originale e sperimentale di jazz italiano a cosa si fa riferimento?
Stefano Mastruzzi: come ho avuto modo di raccontare nel mio testo Italian Jazz Real Book nel lontano 2005, il jazz di origine afro-americana ha trovato in Italia un terreno talmente fertile da sviluppare uno stile tutto italiano, con specifiche caratteristiche timbriche, melodiche, strutturali, con una notevole capacità comunicativa identitaria. Quando ascolti ad esempio musica scritta dal maestro Enrico Pieranunzi, riconosci immediatamente la sua poetica, da intuizioni melodico-armoniche molto caratteristiche, parla una lingua a noi molto vicina. Ciascuno dei compositori coinvolti pertanto è stato spinto a interiorizzare linguaggi e tecniche al fine di sviluppare una propria creatività personale, più partenopea in certi casi o mediterranea in altri, più europea in alcuni autori e più sperimentale in altri.

Paolo Fresu ospite dell’orchestra del Saint Louis

Secondo quali criteri vengono selezionati i giovani musicisti che vi hanno partecipato?
Stefano Mastruzzi: Gli ensemble orchestrali vengono organizzati tramite specifiche audizioni, offrendo così a molti giovani musicisti la possibilità di maturare esperienza in grandi formazioni e acquisire voci di rilievo per il proprio curriculum artistico, con la partecipazione a concerti al fianco di questi grandi artisti in location prestigiose. I compositori invece sono quelli che frequentano i bienni di secondo livello di composizione e arrangiamento jazz del Saint Louis, la cui selezione si perfeziona attraverso verifiche che richiedono notevoli competenze musicali e di creatività, rappresentando il vertice di un percorso di formazione di altissimo livello che non può non sfociare in occasioni lavorative. Credo che il biennio di una istituzione didattica di eccellenza non debba mai fossilizzarsi su una didattica strettamente accademica, ma, specialmente nei percorsi di specializzazione, debba essere quanto mai vera, diretta, connessa con il lavoro, continuamente.

Quante sono le composizioni che sono state prodotte dagli allievi e quali sono gli spunti tematici?
Antonio Solimene: Sono stati molti i brani composti dagli allievi infatti, ciascuno di loro ha prodotto due o tre composizioni originali che sono state poste al vaglio della commissione (Stefano Mastruzzi, Luigi Giannatempo, Richard De Rosa, Antonio Solimene). Tra queste sono state selezionate cinque composizioni poi eseguite alla Cavea dell’auditorium Parco della Musica dalla Saint Louis Big Band. Un’ulteriore selezione ha designato i tre brani che sono stati suonati presso l’università del North Texas dalla Three o’clock Lab Band. Gli argomenti che ho trattato nei miei corsi di composizione jazz del secondo anno accademico del biennio, hanno avuto come spunto le composizioni estese, il through-composed e la composizione motivica. I brani composti dagli allievi sono stati ispirati proprio da queste tecniche che hanno determinato l’impiego di uno stile in linea con la scrittura contemporanea.

Chi sono questi giovani compositori e quali sono i titoli dei brani che sono stati scelti?
Antonio Solimene: Vorrei, innanzitutto, precisare che i giovani compositori si sono cimentati anche con dei lavori di arrangiamento. I brani sono stati estrapolati dal repertorio di Paolo Fresu e Javier Girotto che hanno messo a disposizione degli allievi alcune delle loro composizioni, arrangiate da questi con entusiasmo misto a un certo timore reverenziale. Gli allievi sono: Gabriele Ceccarelli, Filippo Minisola, Riccardo Garcia Rubì, Alessio Sacco, Fabio Renzullo, Milena Nigro.

Richard De Rosa, Luigi Giannatempo, Antonio Solimene e alcuni ragazzi.

Invece, dal punto di vista didattico sono coinvolti anche personaggi del calibro di Inaki Askunze, Richard De Rosa, Paolo Fresu e Javier Girotto. Qual è il loro ruolo in questo contesto?
Antonio Solimene: Tutto è avvenuto all’insegna della massima interazione.  Iñaki Askunze è stato ospite del Saint Louis e qui ha diretto la Big Band che avevo precedentemente preparato su un repertorio di sue composizioni ispirate ad alcuni testi di Garcia Lorca. Successivamente, siamo stati ospitati dal conservatorio di Pamplona dove Iñaki insegna e dove, a sua volta, ha preparato la big band del conservatorio sui brani dei nostri ragazzi che poi l’hanno diretta. Richard De Rosa ha diretto la Saint Louis Big Band con un repertorio costituito da suoi arrangiamenti e sue composizioni. Qualche mese dopo, sempre con De Rosa, è stata realizzata una masterclass via Skype sull’arrangiamento e la composizione dei brani che da lì a breve sarebbero stati eseguiti dalla big band dell’università del North Texas. Paolo Fresu ha consegnato la sua musica ai giovani musicisti che hanno arrangiato alcuni pezzi tratti dal suo repertorio. A sua volta, Javier Girotto ha messo a disposizione alcune sue creazioni musicali affinché si potessero realizzare degli arrangiamenti originali da produrre durante il corso di studi del biennio di specializzazione, ed è venuto in classe a raccontare la sua musica parlando di ritmi e di contaminazioni culturali tra mondi e tradizioni popolari differenti.

Come si è dimostrato il pubblico spagnolo e statunitense nei confronti delle composizioni di questi giovani? Qual è stata la sua reazione?
Antonio Solimene: In entrambe i casi il pubblico ha mostrato di gradire molto anche se per motivi abbastanza diversi. La scrittura che abbiamo esportato in Texas ha una chiara identificazione con il jazz europeo e questo stile è stato molto apprezzato. In Spagna, probabilmente, hanno colpito le composizioni di Javier e l`alto livello dei lavori di arrangiamento

Dal punto di vista organizzativo, quali sono state le principali difficoltà che avete incontrato?
Stefano Mastruzzi: il maestro Antonio Solimene si è presentato in aeroporto al check-in per la trasferta in Texas con il passaporto del figlio Vittorio (pianista jazz di talento, peraltro) invece del proprio. A parte questo trascurabile dettaglio, per il resto è stato tutto fin troppo fluido, grande disponibilità delle istituzioni ospitanti e soprattutto visibile stupore per l’originalità del progetto. 

Invece, dal punto di vista didattico quali sono stati i risultati conseguiti in termini di preparazione e di esperienza maturata dai giovani italiani coinvolti?
Antonio Solimene: I risultati sono andati ben oltre le aspettative. Tutto il piano di studi su cui è fondato il biennio è basato su un forte aspetto pratico ma, questa esperienza di confronto, di conoscenze di realtà diverse, e di contatti con alcuni dei più grandi musicisti della scena internazionali ha prodotto risultati che avrebbero altrimenti richiesto anni di pratica.

 Avete avuto modo di saggiare anche altre realtà jazzistiche come, nel caso di specie, quella spagnola e quella texana. Avete riscontrato differenze nella preparazione degli allievi italiani e quelli di altre nazioni.
Antonio Solimene: E` inutile nascondere che la realtà americana ha una storia lunga e radicata rispetto alla nostra.  È la loro musica, hanno un vantaggio difficilmente colmabile. Lo studio della musica jazz nei conservatori spagnoli, invece, è stato introdotto più di recente rispetto all’ Italia. Pertanto, ci troviamo di fronte ad una didattica ancora abbastanza giovane ma con docenti preparati che hanno una grandissima voglia di fare e di confrontarsi. Potremmo dire che l`Italia si pone in una via mediana tra le due realtà conosciute.

E’ un progetto che avrà un seguito? Pensate di arricchire con altre realtà istituzionali di altri paesi questa esperienza?
Stefano Mastruzzi: Certamente, come altri nostri progetti internazionali, Italian Jazz Crea si replicherà con l’obiettivo di divenire un progetto permanente e oltre alle partnership consolidate con il conservatorio di Pamplona e la University of North Texas ci spingeremo verso il Centro America, l’America del Sud e l’Africa, grazie alla sinergia con altre azioni internazionali del Saint Louis.

 

Il Saint Louis non è nuovo a esperienze internazionali. Quali sono gli altri obiettivi a cui punta la vostra istituzione?
Stefano Mastruzzi: All’interno del Saint Louis attualmente studiano un centinaio di studenti provenienti da tutto il mondo, la sfida sarà raddoppiare questa presenza internazionale nei prossimi due anni, al fine di creare un contesto mutliculturale fecondo per i nostri studenti “autoctoni” al fine di favorire la nascita di progetti e formazioni miste. Nel mese di febbraio 2019 con il sostegno della Siae porteremo otto band con quaranta giovani artisti specializzatisi al Saint Louis e un ensemble misto Saint Louis-Conservatorio di Santa Cecilia guidato dal Maestro Paolo Damiani in Georgia, nel nostro festival tutto italiano Minus One a Tblisi. Abbiamo inoltre un progetto di sviluppo del nostro concorso European Jazz Contest, giunto alla nona edizione: produrremo per le televisioni a tematica culturale un cine-documentario su tutte le fasi del concorso, filmando direttamente nei Paesi di provenienza di ciascun gruppo concorrente. E infine, c’è in cantiere la produzione artistica di una grandissima formazione jazz europea, ma i dettagli preferisco divulgarli in seguito…c’è sempre una sana competizione in tutta Europa sui nuovi progetti e, si sa, le idee più originali non sono tutelate dalla Siae.
Alceste Ayroldi