Guitar Festival Brooklyn: la due giorni della chitarra

John Scofield, Adam Rogers, Vernon Reid, Mike Stern, Bill Frisell, Nir Felder, Al Di Meola Joel Harrison, Alex Skolnick, Ally Venable, Eric Gales, Greg Koch e altri ancora

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Il primo e fino ad oggi unico festival dedicato interamente ai chitarristi nell’area newyorkese si è svolto a metà giugno con un successo strepitoso, sia di pubblico che di qualità artistica. Lo abbiamo seguito con grande curiosità per due ragioni principali: la consacrazione del ritorno in auge della chitarra, specialmente l’elettrica, come si era già visto al recente Big Ears di Knoxville, e la supremazia di Brooklyn come luogo elettivo per le proposte più originali e stimolanti della musica del nostro tempo, sia che si tratti di jazz, di rock o di avanguardia contemporanea. Il festival si è svolto in un weekend in due locali diversi: il Warsaw, ampio teatro-club di solito dedicato al rock più scanzonato e giovanile; in seguito alla sala concerti dell’hotel Arlo di Williamsburg, da sempre zona preferita per le nuove proposte artistiche di ogni genere a Brooklyn. In ambedue i casi c’è stato il sold-out con un pubblico entusiasta e si trattava di cinque ore continuate al Warsaw, di ben dieci all’Arlo. In pratica un’ubriacatura di due giorni senza sosta con chitarristi di diversa connotazione stilistica. I nomi più noti: John Scofield, Adam Rogers, Vernon Reid, Mike Stern, Bill Frisell, Nir Felder, Al Di Meola e Joel Harrison, uno dei due organizzatori della rassegna. L’altro, meno conosciuto dagli appassionati di jazz, ma figura carismatica del rock-blues americano, Alex Skolnick, ha dato prova di grande padronanza della tecnica chitarristica. Il suo linguaggio deve molto a due giganti come Jeff Beck e Jimi Hendrix, che del resto sono punti di riferimento imprescindibili per chiunque voglia avventurarsi in quel campo dove la chitarra impera e si apre alle più sconfinate sonorità. Era così negli anni Sessanta e Settanta, quando il rock-blues dettava legge sull’intero panorama della nuova musica americana e britannica, e pare che sia così anche ai nostri giorni, dove al fraseggio sottilmente evocativo e dinoccolato si privilegia il ritorno al suono distorto, manipolato, delle sei corde elettriche nella loro più estesa e magniloquente coloritura. La presenza di Scofield, di Frisell, di Di Meola si deve invece alla dimensione più vicina al linguaggio strettamente jazzistico ma nella sua forma più elevata, estatica direi, di questi anni. Joel Harrison, che si colloca in questa scia, è stato senz’altro il responsabile principale nel coinvolgimento dei suddetti protagonisti, lasciando a Skolnick l’area più legata al rock. Una cosa molto importante va sottolineata in questo senso: il lavoro di Harrison è decisamente encomiabile, proprio per la divulgazione della chitarra come strumento in prima linea nelle nuove tendenze di carattere jazzistico. Ha anche prodotto degli album antologici di diversi chitarristi, proprio per promuoverne l’arte, cosa non facilmente riscontrabile in altri musicisti che spesso e volentieri pensano a curare e a ingrandire il proprio orticello. Un bravo a Harrison ma anche a Skolnick, che ha avuto il pregio non solo di chiamare strumentisti di grande livello quali Eric Gales o Vernon Reid, che con il loro stile aggressivo, spesso roboante, ma mai pedissequo, hanno saputo dare un contributo di notevole richiamo per il pubblico presente, generalmente appassionato però non onnivoro, quindi dotato di forte curiosità culturale. 

Alex Skolnick ©Enzo Capua
Alex Skolnick ©Enzo Capua

Fra i nomi nuovi della rassegna ci piace mettere in evidenza la giovane chitarrista texana Ally Venable, dotata di un drive eccezionale e di un fraseggio di primordine. In lei possiamo vedere il futuro del rock-blues americano, che deve molto alla musica e allo stile di Steve Ray Vaughan, un artista di grande spessore che purtroppo ci manca ormai da parecchi anni: Venable percorre quei sentieri e lo fa con una personalità e una padronanza dello strumento davvero encomiabili. Ci dice che sarà al prossimo festival di Lucca: un’occasione imperdibile per chiunque ami quello stile così peculiare nell’ambito della grande long and winding road della musica americana, al punto che quando si vuole parlare di un certo tipo di sonorità oppure di forma letteraria, la si identifica proprio con Americana, detto così in inglese. Nell’Americana possiamo far confluire, per esempio, una cantante come Lucinda Williams o uno scrittore come Cormac McCarthy: artisti che affondano le proprie radici in quell’insieme variegato che costituisce ciò che chiamiamo cultura degli Stati Uniti. Una specie di realtà multiverso dove convivono visioni e aspetti creativi in reciproca influenza. Spesso, è il caso di dirlo, da europei non riusciamo a cogliere e ben valutare questo coacervo che ci appare dissonante, eppure è da lì che si formano le nuove tendenze artistiche di un continente davvero complesso. Tornando a Venable, nella sua improntitudine giovanile si possono intravedere i germi della futura protagonista: dovrebbe solo liberarsi di certi limiti vocali. Il canto, del resto, è il perenne tallone d’Achille dei chitarristi, con rarissime eccezioni. Fanno bene i Frisell, gli Scofield o gli altri grandi esponenti del genere a rimanere silenti, lasciando solo al loro strumento il compito di esprimersi, oppure con la presenza di qualche cantante ospite. La voce, è il caso di puntualizzarlo, diventa automaticamente lo strumento di primo piano in qualsiasi gruppo, per la stessa natura del viatico espressivo. Se non si ha una voce particolarmente dotata di colori, toni e sfumature pregiate è meglio lasciare ad altri l’arduo compito di sostenere il peso dell’intera cifra stilistica della band. Così è anche per chitarristi di rock-blues già affermati come Vernon Reid, Greg Koch, Eric Gales. 

Bill Frisell
Bill Frisell ©Enzo Capua

Un altro aspetto importante di questa due giorni chitarristica di Brooklyn è stato l’omaggio al genio di Jeff Beck, un musicista che ha segnato in maniera indelebile, anche se non a tutti palesemente evidente, l’intera evoluzione della chitarra elettrica contemporanea. Gli epigoni non si contano, ma Beck, forse per l’incostanza del carattere o altro, in vita ha avuto meno apprezzamenti di altri. Invece non si può pensare alla chitarra rock-blues degli ultimi cinquanta anni se non si mette in primo piano il suo talento ineguagliabile. Non molti lo sanno ma Stevie Wonder, suo ammiratore, aveva scritto la famosa Superstition» proprio per lui e Beck non solo l’aveva incisa ma l’eseguiva spesso nei suoi concerti. Giustamente, dunque, Vernon Reid con Eric Gales e gli altri gli hanno reso omaggio con una versione stellare del brano, suscitando clamori e standing ovations a più non posso. Ma oltre a quel pezzo altre canzoni note del repertorio del chitarrista inglese, purtroppo scomparso qualche anno fa, hanno trovato largo spazio nell’omaggio a lui riservato. Fra tutte senz’altro la notissima ‘Cause We Ended Up as Lovers sempre di Wonder, esempio magistrale di raffinatezza stilistica. L’altro importante omaggio del festival è stato riservato a John Scofield, ed è stata una passerella imperdibile che ha visto Bill Frisell, Nir Felder, David Gilmore, Gilad Hekselman e altri cimentarsi col repertorio di un artista notevolissimo, per storia e produzione artistica. In qualche modo è stato anche un evento curioso perché musicisti come Frisell o Harrison, che di Scofield sono coevi (Frisell è nato lo stesso anno, 1951, Harrison di poco più giovane) hanno voluto omaggiarlo come si fa con un collega che si conosce bene e lo si rispetta pur rimanendo su aree stilistiche alquanto differenti. Ne è comunque venuta fuori una bella esibizione corale, che Scofield avrebbe apprezzato molto se fosse stato presente: il concerto del suo trio era stato in programma il giorno precedente. 

John Scofield
John Scofield ©Enzo Capua

Un discorso a parte andrebbe fatto, invece, per Mike Stern e Al Di Meola: ambedue chitarristi di classe sopraffina, ma il primo appare minato dalla poca consistenza delle sue composizioni e dalla voce dimenticabile della moglie Leni, anche lei sul palco col marito; il secondo è purtroppo talmente pieno di sé, pur essendo un virtuoso dello strumento come pochi ce ne sono, che se modificasse l’evidente prosopopea non farebbe un soldo di danno alla sua musica. Le nobili radici folkloriche spagnole sarebbero l’aspetto veramente smagliante dell’arte di Di Meola, più che le giravolte della fusion più datata nelle quali il suo stile rimane spesso inghiottito. 

Comunque sono stati due giorni di musica eccellente e l’idea di continuare su questa strada c’è senz’altro, come ci ha detto lo stesso Joel Harrison, che pensa addirittura di fare un grande happening all’aperto il prossimo anno. Di spazio a Brooklyn ce n’è in abbondanza e gli appassionati non mancano, come si è visto bene. Basterebbe che il tempo meteorologico venisse in aiuto: quest’anno si presa la giusta decisione di fare il festival al chiuso, all’aperto si era intorno ai trentacinque gradi centigradi, appiccicosi come non mai e con scrosci di pioggia che arrivavano a sorpresa, come un fraseggio magistrale di Jeff Beck. 

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